Archive for the Lotta di popolo Category

Perchè ho lanciato quella scarpa

Posted in Lotta di popolo on 23 settembre 2009 by europanazione

scarpa bush bonuglia

di Muntazer al Zaidi

“Non sono un eroe. Ho solo agito come un iracheno che ha visto il dolore e il massacro di troppi innocenti”.

Io sono libero. Ma il mio paese è ancora un prigioniero di guerra. Si è parlato molto di cosa ho fatto e di chi sono io, se si sia trattato di un atto eroico e se io sia un eroe, come per rendere quell’atto un simbolo. Ma la mia risposta è semplice: ciò che mi ha spinto a quel gesto è l’ingiustizia che si è abbattuta sul mio popolo, nonché il modo in cui l’occupazione ha umiliato la mia patria schiacciandola sotto il suo stivale.

Durante gli ultimi anni, più di un milione di martiri sono caduti sotto i proiettili dell’occupazione, ed oggi l’Iraq conta più di 5 milioni di orfani, un milione di vedove e centinaia di migliaia di mutilati. Molti milioni sono senza tetto, sia dentro che fuori dall’Iraq.

Noi eravamo una nazione nella quale l’arabo divideva il pane con il turcomanno, il curdo, l’assiro, il sabeano e lo yazid. Gli sciiti pregavano assieme ai sunniti. I musulmani festeggiavano assieme ai cristiani la nascita di Cristo. E ciò nonostante il fatto che condividessimo la fame, essendo sotto sanzioni per più di un decennio.

La nostra pazienza e solidarietà non ci ha fatto dimenticare l’oppressione. L’invasione, tuttavia, ha diviso anche i fratelli e i vicini di casa. Ha trasformato le nostre case in camere da funerale.

Non sono un eroe. Ma ho un punto di vista. Ho una posizione precisa. Mi ha umiliato vedere il mio paese umiliato; e vedere la mia Baghdad bruciare, la mia gente morire. Migliaia di immagini tragiche rimangono nella mia testa, spingendomi sul cammino del conflitto. Lo scandalo di Abu Ghraib. Il massacro di Falluja, Najaf, Haditha, Sadr City, Bassora, Diyala, Mosul, Tal Afar, ed ogni angolo di territorio martoriato. Ho viaggiato attraverso il mio paese in fiamme e ho visto con i miei stessi occhi il dolore delle vittime, ho sentito con le mie stesse orecchie le grida degli orfani e le vedove. Una sensazione di vergogna mi ha perseguitato come una maledizione, perché ero impotente di fronte a tutto ciò.

Non appena ho terminato i miei impegni professionali nel documentare le tragedie quotidiane, mentre sgomberavo le rovine di ciò che rimaneva delle case irachene, mentre lavavo il sangue che macchiava i miei vestiti, serravo i denti e ripromettevo di vendicare le nostre vittime.

L’occasione si è presentata, ed io l’ho sfruttata.

L’ho fatto per lealtà nei confronti di ogni goccia di sangue innocente versato con l’occupazione o a causa di essa, per ogni grido delle madri in lutto, ogni lamento degli orfani, la sofferenza delle donne violate, le lacrime dei bambini.

o dico a coloro che mi rimproverano per il mio gesto: sapete in quante case distrutte è entrata la scarpa che ho lanciato? Quante volte ha calpestato il sangue delle vittime innocenti? Forse quella stessa scarpa era la risposta più appropriata quando tutti i valori sono stati violati.

Quando ho tirato quella scarpa in faccia al criminale George Bush, volevo esprimere il mio rifiuto nei confronti delle sue menzogne, per la sua occupazione del mio paese, il mio rifiuto per il suo massacro della mia gente. Il mio rifiuto per il suo saccheggio delle ricchezze del mio paese e la distruzione delle sue infrastrutture. E l’espulsione dei suoi figli in una diaspora senza precedenti.

Se ho fatto un torto al giornalismo senza averne intenzione, a causa dell’imbarazzo che ho creato all’interno dell’establishment, mi scuso. Ciò che volevo fare era esprimere con coscienza viva i sentimenti di un cittadino che vede il suo paese profanato quotidianamente. La professionalità, invocata da alcuni sotto gli auspici dell’occupazione, non dovrebbe avere una voce più alta della voce del patriottismo. Ma se il patriottismo ha bisogno di parlare, il professionista dovrebbe allearsi con lui.

Non ho fatto questo gesto affinché il mio nome possa entrare nella storia o per guadagni materiali. Tutto ciò che volevo fare era difendere il mio paese.

Fonte: http://www.informationclearinghouse.info

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Ascoltate il mio grido

Posted in Lotta di popolo on 13 maggio 2009 by europanazione

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Ryszard Siwiec, nato nel 1909, contabile e filosofo di Przemysl (Polonia). Padre di 5 figli, abbandona l’insegnamento per non trasmettere la dottrina marxista. Durante la festa nazionale per il raccolto, l’8 settembre 1968, allo Stadio del Millennio di Varsavia si dà fuoco davanti a 100mila persone per protestare contro la partecipazione polacca all’invasione della Cecoslovacchia. Nel testamento scrive: “Ascoltate il mio grido, il grido di un cittadino qualunque, figlio della nazione che ha amato la libertà propria e altrui sopra ogni cosa, sopra la propria vita, ricordatevi!”. L’episodio, messo a tacere dalla polizia politica, si seppe in Cecoslovacchia dopo la morte di Palach solo attraverso Radio Europa Libera.

Fonte: http://www.charta77.org

La generazione insorta di un’isola senza pace

Posted in Lotta di popolo on 6 maggio 2009 by europanazione

sands

Il 5 maggio di ventotto anni fa veniva scritta nel blocco H della prigione di Long Kesh, a Belfast, una importante quanto ennesima triste pagina di storia di quella meravigliosa isola situata a Nord. Quell’Irlanda che pare emanare una fascinosa luce color smeraldo che abbaglia incantevolmente gli sguardi di noi altri europei che dalle nostre terre ferme ci rivolgiamo con interesse alle sorti del suo orgoglioso popolo mai domo. Quegli incantevoli paesaggi nei quali il tempo sembra essersi cristallizzato ad epoche ancestrali sembra intrecciarsi attraverso un ideale nodo celtico alle degradate periferie cattoliche dell’Ulster che covano rabbia e sete di libertà al cospetto del britannico invasore. L’ormai lontano 5 maggio 1981 sancisce l’atto sacrificale di Bobby Sands, militante repubblicano irlandese, il primo di una serie di dieci martiri che scelsero di donarsi integralmente alla causa della patria. Il loro gesto estremo in risposta allo spregio che Downing Street, nella figura della irreversibile premier britannica Margaret Thatcher, intese perpetrare alla lotta per l’indipendenza dell’Ulster attraverso la famigerata frase da lei pronunciata: “Crime is crime, is not political”. Frase che rappresenta il disconoscimento da parte di Downing Street di quei fondamentali diritti di prigionieri politici che i militanti repubblicani reclamavano dagli interni delle carceri nei quali vennero reclusi per essersi opposti all’oppressione straniera sul loro suolo natio. Il gesto tragicamente eroico consegnò Bobby Sands ed i suoi nove seguaci al paradiso degli eroi, in compagnia di quei simboli d’Irlanda che nel corso dei secoli hanno contribuito a costruirne l’epopea. Ma servì anche, concretamente, alla vittoria della volontà umana sul metodo repressivo dell’Inghilterra che credeva già vinta questa battaglia di nervi ma che, in virtù dello stoicismo dei detenuti, vide la fermezza della Thatcher ripiegare e concedere, il 3 ottobre dello stesso anno, lo status di prigionieri politici ai detenuti chiesto mesi prima.

Una pagina di storia che alberga nel cuore di tutti coloro i quali vedono in Bobby Sands e nei suoi camerati un simbolo non solo nazionale, bensì europeo; di quella sacra Europa che è concetto trascendente e indomito di estremo amore per la propria identità.

Una pagina di storia, appunto. Ma fino a che punto è possibile considerarla relegata al passato e quindi irriproducibile oggi? Del resto, la volontà umana, quando l’animo è persuaso a tal punto da intaccare lo spirito, non conosce circostanze temporali e può manifestarsi nei modi più impensabili al contesto storico. La figura di Bobby Sands potrebbe apparire oggi fuori luogo rispetto ad una Belfast che tentano di presentarla agli occhi forestieri come una ridente città universitaria multietnica.

Eppure, come dicevamo, le sue periferie cattoliche sembrano ancora trasudare vivace dissenso verso questo appiattimento di coscienze e perdita del sacro senso di identità patriottica. Accade oggi a Belfast che alcuni episodi sembrano rimandare indietro di ventotto anni le lancette: Colin Duffy, ex prigioniero dell’Ira e fondatore di un gruppo politico, Eirigi, che non riconosce il governo di Belfast, sarebbe stato picchiato dagli agenti e sottoposto a forti pressioni psicologiche, tanto che in cella ha cominciato uno sciopero della fame per protesta, subito imitato da altri dieci militanti finiti dietro le sbarre.Sempre recentemente un altro episodio che conduce la memoria a quegli anni: la direzione del carcere di Maghaberry ha proibito ai detenuti politici repubblicani di indossare gli “easter lillies”, i gigli pasquali della tradizione cattolica che simboleggiano il ricordo dei compagni caduti. Chi l’ha fatto è stato messo in isolamento per 48 ore. Questo, poche settimane dopo gli eventi che hanno creato un pericoloso punto di rottura rispetto agli accordi di pace sottoscritti dai gruppi armati irlandesi e la Gran Bretagna nel 1997. Nel mese di Marzo si sono contati due attentati: il 7, due militari britannici sono morti e altri due sono rimasti feriti in un attentato alla base militare di Massereene, nella Contea di Antrim; e due giorni dopo è stato ucciso un poliziotto a Craigavon, nella Contea di Armagh. A firmare gli attentati, sigle staccatesi dall’IRA in evidente disaccordo rispetto agli accordi di pace del ’97. Ondate di violenza che montano la propria carica nel malcontento soprattutto giovanile tuttora presente in quei margini di realtà sociali, forse nascosti agli occhi dei riflettori dell’opinione pubblica, che non accettano un’omologazione che evidentemente non giova ai loro spiriti ribelli cresciuti nel mito degli eroi del passato. A tali ondate risponde la solita irritante repressione sorda e cinica degli inglesi che non fa altro che gettare benzina sul fuoco rischiando di far degenerare una situazione già precaria. Arresti indiscriminati, perquisizioni violente e spesso immotivate, tempi di fermo che sforano i sette giorni previsti per legge e misure detentive (come raccontato sopra) particolarmente antipatiche e lesive della dignità umana.

Non è oggi dato sapere se quella che Bobby Sands chiamava orgogliosamente nel suo diario dal carcere la “generazione insorta” sia intenzionata a ripresentarsi seriamente sullo scenario della storia per recitare un ruolo da protagonista. Stando a come conclude il comunicato della Continuity IRA in cui rivendica l’omicidio del poliziotto, c’è da pensare che le intenzioni siano alquanto bellicose: «Fin quando ci sarà l’occupazione britannica, questi attacchi continueranno»…
Dal canto nostro, una preghiera per Bobby Sands nella ricorrenza della sua ascesa ai cieli come martire europeo.

Fonte: Associazione Culturale Zenit

Mondialismo padrone

Posted in Lotta di popolo on 16 marzo 2009 by europanazione

MYANMAR-KAREN-KNU

di Franco Nerozzi

L’ Unione Nazionale Karen, organismo politico della resistenza alla giunta militare birmana, ha ricevuto ufficialmente la notizia che le autorità di Bangkok non consentiranno più la permanenza in territorio tailandese dei suoi membri. Il diktat risale allo scorso 11 febbraio, ma è stato reso noto soltanto oggi. Le autorità tailandesi hanno dato perentorie istruzioni affinché tutti gli appartenenti alla KNU e al suo braccio militare, il KNLA (Esercito di Liberazione Nazionale Karen), si trasferiscano al più presto in territorio birmano. Di fatto, per la prima volta nella storia del conflitto tra regime birmano e minoranza Karen, resistenza viene privata della fondamentale retrovia rappresentata dalle regioni di confine tailandesi, dove sorgevano uffici politici e amministrativi del movimento. Ambienti della resistenza Karen sono convinti che la decisione del governo tailandese sia conseguenza delle pressioni esercitate su di esso dalla giunta militare di Rangoon al recente meeting dei paesi aderenti all’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico). Le speranze in un radicale cambio di atteggiamento da parte del nuovo esecutivo di Bangkok nei confronti del regime birmano sembrano naufragare di fronte a questa decisione. “Ci stanno strozzando per consegnarci ai Generali di Rangoon” ha commentato amaramente un ufficiale dell’Esercito di Liberazione Nazionale Karen. “E tutto questo per fare del business”.

Al di là di lucrosi contratti firmati tra Thailandia e Birmania per lo sfruttamento di risorse energetiche e per la costruzione di dighe sui principali corsi d’acqua del Myanmar (in collaborazione con la Cina), in gioco potrebbe esserci il riassetto dell’intera area, alla luce della nuova politica nei confronti di Rangoon annunciata dal Segretario di Stato USA Hillary Clinton. C’è già chi pensa di togliere il divieto posto in passato a nuove aziende statunitensi di investire in Birmania (la Chevron è già presente con ingenti investimenti). Secondo diversi osservatori, l’attuale crisi mondiale obbliga USA e Cina ad accelerare i tempi della loro cooperazione economica. Il Sud Est Asiatico è un piatto che interessa ad entrambi. La Cina è il principale sponsor di Rangoon. Si pensa che in cambio di un ammorbidimento da parte della giunta militare nei confronti del movimento per la democrazia guidato da Aung San Suu Khyi (sostenuta da numerosi ambienti statunitensi), Thailandia e USA siano disposti a concedere mano libera ai generali nella questione delle minoranze etniche in lotta con il regime.

Qualcuno la chiama realpolitik. Noi continueremo a chiamarlo Mondialismo. Saranno più tranquilli ora anche coloro che temevano che i Karen potessero mettere in crisi il fantomatico fronte eurasiatico. Nessuna paura: la Cina potrà continuare a fare affari sulla pelle dei Popoli, ma questa volta con un partner altrettanto famelico. Quegli Stati Uniti che di sterminio e vessazione di minoranze etniche ben s’intendono. Nonostante la tanto trendy “abbronzatura” di Obama.

Fonte: Comunità Solidarista Popoli Onlus

La rivoluzione del comandante Zero

Posted in Lotta di popolo on 11 dicembre 2008 by europanazione

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di Maurizio Campisi

Eden Pastora è seduto nel patio della sua casa di Managua. Come spesso capita al mattino, legge i giornali, riceve visite, scambia due parole con chi dal marciapiede si ferma a salutare il “Comandante Zero”. Anche se ha deposto le armi da tempo e vorrebbe dedicarsi alla pesca, Pastora rimane per tutti un simbolo, un mito per molti e un traditore per tanti altri. A 77 anni portati con disinvoltura, Pastora sembra incarnare il paradosso di un Nicaragua diviso, alla ricerca di una nuova identità. Sono passati 25 anni da quando, un 22 agosto destinato alla storia, il Comandante Zero innesca la scintilla che dà il via alla rivoluzione in Nicaragua. Con un manipolo di guerriglieri travestiti da Guardie presidenziali, entra nel Congresso nicaraguense e per due giorni tiene in scacco l’esercito del dittatore Anastasio Somoza. Alla fine ottiene la liberazione di una settantina di prigionieri politici, impunità e asilo da Cuba. La foto di Pastora che, fucile in mano e viso scoperto, sale sulla scaletta dell’aereo fa il giro del mondo. Qualcuno ne parla come di un novello Castro, qualche altro lo ribattezza Comandante Kodak, per la sua propensione a farsi fotografare e rilasciare interviste. Nell’anno che precede la definitiva sconfitta e l’esilio di Somoza del ’79, Pastora è alla testa dei volontari della Brigata Internazionale. Ma quando, il 19 luglio, la rivoluzione trionfa, è il primo a criticare la Giunta di governo e la Direzione sandinista. Ancora pochi mesi e Pastora fonda l’Arde, l’Alianza Revolucionaria Democrática, si dà alla macchia nel sud del Paese e combatte contro gli ex compagni sandinisti. Appoggiato dal vertice statunitense e finanziato dalla Cia, per anni viene indicato come la mente della Contra (i gruppi paramilitari finanziati dagli Usa) e spesso associato a traffici di armi e droga, il più noto dei quali è l’Iran-Contra Connection. Anche oggi, a guerra finita, Pastora rimane fedele a un suo personale ideale. Seduto sul divano nel patio di casa, parla della rivoluzione sandinista come di un’occasione perduta, sprecata dall’inesperienza dei suoi dirigenti. “Erano giovani”, dice dei suoi compagni. “Confusero il sandinismo con il marxismo. Non avevano alcun concetto di lavoro, di famiglia, di responsabilità. La Direzione nazionale distrusse un sistema economico e non ne costruì un altro, nemmeno quello di stampo socialista che teorizzava. Mi disillusi già nei primi giorni”. Nello studio di casa una grande carta del Nicaragua, segnata con appunti e indicazioni, sovrasta foto dei tempi della guerriglia. Il suo rapporto con la rivoluzione, le sue scelte politiche hanno sempre avuto l’impronta di un personale protagonismo. Ancora oggi lamenta di essere stato messo da parte dal gruppo dirigente sandinista, lo stesso che gli affidò il compito di entrare, armi alla mano, nel palazzo del Governo. “Quando si trattò di attaccare il Palazzo mandarono me perché ero il più anziano e il più esperto, ma anche perché i dirigenti non se la sentivano. Era una questione di vita e di morte, e nessuno di loro voleva rischiare la pelle”. Il Comandante Zero non sembra aver dubbi, sono gli altri ad aver tradito: lui, per opporsi a questo tradimento, ha accettato anche armi dalla Cia. “Ho preso armi da Castro, Gheddafi e dalla Cia”, spiega, “in distinti momenti e con distinte intenzioni. Quando ti puntano un fucile contro non ti fai troppe domande su chi ti aiuta. Ho sempre accettato questo aiuto, a patto che non ponessero condizioni”. Forse proprio il fatto di non volersi piegare a intese lo fa diventare un testimone scomodo delle attività della Cia in Nicaragua. Nel maggio ’84 a La Penca, al confine tra Costa Rica e Nicaragua, Pastora convoca la stampa per delle rivelazioni. Durante l’incontro, un infiltrato fa esplodere una bomba. Il bilancio finale è di tre giornalisti morti, molti altri mutilati. Pastora è ferito, ma si salva. “La Cia e la Direzione sandinista si misero d’accordo per farmi fuori. Lo dice l’inchiesta dei giornalisti che ebbero i loro compagni morti. Americani e sandinisti avevano grande interesse a togliermi dal gioco e si unirono in questa operazione”. Con la caduta del sandinismo, Pastora depone le armi e tenta, senza troppa fortuna, la carriera politica. Sono gli anni dell’ascesa di Arnoldo Alemán, presidente neo-liberale oggi agli arresti per aver trasferito dalle casse dello Stato ai propri conti bancari 250 milioni di dollari. Pastora si schiera attivamente contro la corruzione ed è protagonista di un lungo sciopero della fame. Ma l’ultima personale battaglia che il Comandante Zero ha lanciato è contro lo spettro di una vecchiaia in povertà. “Non ho mai avuto paura dei battaglioni di Somoza, del Frente sandinista e neanche della morte. Ma mi fa paura una vecchiaia senza denaro, perché un anziano senza soldi è d’impiccio anche ai suoi stessi figli. Guadagnare il pane pescando è l’unica maniera che conosco per vivere onestamente”. Per questo l’anno scorso ha pubblicato un avviso sui giornali annunciando che metteva tutto in vendita, casa, mobili, regali dei potenti e trofei di guerra, come l’orologio strappato dal polso di Somoza. Lo ha fatto per i troppi debiti e per un sogno. Mentre aspetta di armare la vecchia lancia, Pastora su una cosa non ha dubbi. “Se avessi appoggi farei subito un’altra rivoluzione in Nicaragua e in Centroamerica. Perché, anche se nessuno lo ammette, le basi su cui stiamo costruendo le nostre democrazie sono marce”.

Fonte: Repubblica

La Missione di Emergenza nei territori Karen

Posted in Lotta di popolo on 2 dicembre 2008 by europanazione

popoli21208

Si è conclusa dopo tre settimane la missione condotta in territorio Karen da alcuni volontari di Popoli. Il viaggio aveva molteplici scopi. Il primo: coordinare aiuti di emergenza dopo la violenta offensiva condotta dai birmani contro numerosi villaggi del distretto di Dooplaya. Il secondo: studiare nuove strategie di intervento sulla base della variata situazione nell’area. Il terzo: dare un segnale tangibile ai Karen della nostra volontà di condividere almeno in parte il momento difficile che stanno attraversando.

I volontari si sono introdotti in territorio birmano e hanno raggiunto alcuni villaggi nell’area interessata dall’offensiva birmana. Il personale medico ha potuto visitare la popolazione civile che era rientrata nei villaggi da poche ore, dopo essersi rifugiata nella giungla per sottrarsi alla cattura da parte delle forze di Rangoon. Accompagnati dai soldati dell’Esercito di Liberazione Karen e dal Colonnello Nerdah Mya, i volontari hanno poi raggiunto il villaggio di Kaw Hser Ko, nella provincia del Tenasserim. Il villaggio dista 10 ore di marcia dal primo centro abitato sul confine birmano tailandese, ed è raggiungibile solo percorrendo un difficile sentiero che attraversa una giungla particolarmente fitta e ricca di sanguisughe. Un viaggio che gli abitanti di Kaw Hser Ko compiono due volte la settimana, per trasportare, inerpicandosi su ripidi tratti di montagna, riso, sale e generi di prima necessità fino al villaggio.

Kaw Hser Ko è l’emblema del concetto di Lotta di Popolo: i soldati vivono qui con le loro famiglie, i loro figli. La prima linea di una guerra che in questa regione è voluta non soltanto dalla brama di potere assoluto dei Generali birmani ma anche, o meglio soprattutto, dall’aggressività del capitalismo occidentale, che ha i suoi investimenti multimilionari proprio tra le foreste del Tenasserim. Il gas birmano, che deve alimentare la vorace “crescita economica” (detto oggi sembra proprio una barzelletta) di diversi rispettabili stati democratici, viene convogliato nei condotti della Total e della Chevron. La protezione di questi gasdotti è affidata a decine di battaglioni di fanteria birmani, che nella regione hanno diritto di vita e di morte sugli abitanti. Così, chi vuol sottrarsi all..oppressivo controllo dei militari, chiede la protezione dei guerriglieri Karen, che cercano con i pochi mezzi a disposizione di garantire una zona franca, al riparo dalle incursioni birmane.

La situazione del conflitto in questo momento è di stallo: dopo che le truppe birmane con l’aiuto dei collaborazionisti del DKBA hanno conquistato buona parte del distretto di Dooplaya, si registrano soltanto scaramucce tra i guerriglieri Karen e le forze occupanti. “E’ il momento del raccolto del granturco.” dice il Colonnello Nerdah Mya “e ora i birmani stanno imponendo pesanti tasse ai contadini Karen. Ora vogliono tranquillità, per poter spremere la nostra gente. Noi non possiamo certo scatenare battaglia quando migliaia di civili sono impegnati nei campi. Coinvolgeremmo nello scontro persone innocenti. Credo che la guerra riprenderà a febbraio. E allora noi dovremo essere pronti”. La Comunità Solidarista Popoli ha tirato le somme delle perdite causate dall’offensiva: la clinica Carlo Terracciano, occupata per alcuni giorni dai partigiani collaborazionisti è ora isolata a causa di decine di mine antiuomo lasciate dal nemico proprio per rendere inutilizzabile la struttura e per provocare perdite tra i civili e i guerriglieri Karen. Le scuole elementari di Bla Tho e Kerlaw Gaw per il momento non possono essere alimentate dalla Comunità, poiché i due villaggi sono occupati dalle truppe birmane. Resta attiva, seppur sotto grave minaccia, la clinica di Boe Wae Hta, la prima struttura realizzata da Popoli nello stato Karen, che risale al 2001. Circondato da un ingente numero di soldati nemici, Boe Wae Hta per il momento resiste, e la clinica fornisce indispensabile assistenza sanitaria a migliaia di persone. Le cliniche di Mu Aye Pu, e di Kay Pu lavorano a pieno regime, mentre la scuola di Boe Wae Hta funziona solo nei giorni in cui non si spara, e quando i bambini riescono a raggiungerla.

Popoli ha ribadito la volontà di incrementare il suo impegno a favore del Popolo Karen, attraverso il proseguimento dei progetti iniziati negli scorsi anni e creando nuove strutture a sostituzione di quelle inutilizzabili. A Kaw Hser Ko è nostra intenzione creare una scuola per i bambini del villaggio e per quelli che arrivano da insediamenti a ben tre giorni di cammino da qui. Forniremo anche il cibo necessario a nutrire i bambini, oltre a garantire un minimo stipendio a due insegnanti.

Proseguirà inoltre il progetto “Terra e Identità, iniziato con successo attraverso la costruzione del villaggio di Kaw Law Mee, che ospiterà 25 famiglie di profughi intenzionati a rientrare nel loro paese. Un nuovo villaggio di 50 unità abitative attende soltanto lo stanziamento effettivo di fondi già promessi per la sua costruzione. “Riportare la nostra gente in Patria” dice Nerdah Mya “è la più importante delle cose da fare ora. Abbiamo bisogno che il popolo Karen si riappropri della sua terra, che la coltivi e produca cibo per tutti. La nostra lotta per la libertà deve trarre linfa da questi villaggi”. La clinica Carlo Terracciano verrà ricostruita: il nome del nostro amico e maestro sarà sull’insegna di una nuova struttura che continuerà a garantire assistenza ai civili Karen che ancora preferiscono una vita in prima linea ad una sopravvivenza da schiavi in qualche campo profughi o in qualche fabbrica in Occidente.

Fonte: Comunità Solidarista Popoli Onlus

Epilogo a Kler Law Seh

Posted in Lotta di popolo on 9 novembre 2008 by europanazione

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31 ottobre 2008

Dopo cinque ore di intenso combattimento quasi tutti gli uomini della 3° compagnia del 201° battaglione Karen sono riusciti a lasciare il campo di Kler Law Seh, rompendo l’accerchiamento delle truppe birmane e delle bande partigiane al soldo di Rangoon. Isolati dal resto dei reparti dell’Esercito di Liberazione Nazionale, a corto di munizioni e senza più alcuna speranza di ottenere rifornimenti, i giovani soldati Karen si sono fatti strada attaccando proprio il settore tenuto dai miliziani del DKBA. Numerose le perdite tra i partigiani, mentre l’esercito patriottico conta per il momento soltanto tre dispersi.
La clinica “Carlo Terracciano”, che dall’inizio del 2007 ha garantito assistenza sanitaria a migliaia di abitanti del distretto di Dooplaya, è caduta definitivamente nelle mani dei collaborazionisti.
Come già avevamo detto, ricostruiremo ciò che le forze di occupazione vorranno distruggere. Non riusciranno a piegare un Popolo che da sessant’anni dimostra con i fatti di credere profondamente alle parole d’ordine che si è dato.
Una nota di tristezza scende su tutti noi che abbiamo a cuore le sorti della rivoluzione Karen e le speranze di libertà di questi leali e coraggiosi amici. Per anni abbiamo visitato i villaggi che ora conoscono l’occupazione birmana. Due delle scuole di Popoli erano lì.
Ripensiamo ai tanti visi sorridenti che ci davano il benvenuto quando i nostri medici e i nostri infermieri arrivavano nei templi buddisti, trasformati per l’occasione in ambulatori per centinaia di disciplinati pazienti.
Il Colonnello Nerdah Mya, che sta ora cercando di far ricongiungere i suoi soldati alle truppe di stanza a Boe Wae Hta (probabile prossimo obiettivo dell’avanzata birmana), ci ha contattati, ringraziandoci per aver tentato nei giorni scorsi di attirare l’attenzione della pubblica opinione e del mondo politico sulla grave situazione in cui versa il suo popolo.
“Oggi abbiamo perduto una battaglia” – ha dichiarato Nerdah – “come molte volte è successo in tanti anni di guerra soltanto perché i nostri ragazzi non avevano sufficienti risorse. Ma siamo ancora qui, sulla nostra terra. Pronti come sempre a rialzarci in piedi di fronte all’invasore”.

Fonte: Comunità Solidarista Popoli