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Lampi di Folgore

Posted in Libero pensiero on 28 settembre 2009 by europanazione

folgore

di Pietrangelo Buttafuoco

Non se ne abbia a male Michele Serra ma è fin troppo ovvio che una mascotte dei parà, un cane da impegnare perfino nei funerali solenni nell’Italia di oggi, possa avere per nome Rommel. Fu Erwin Rommel, la “Volpe del Deserto”, a scolpire sulla pietra di El Alamein la sentenza che il Signore dei Mondi bacia con la sabbia, il vento e il silenzio di ogni alba sul deserto d’Iskandria: “Se il soldato tedesco ha stupito il mondo, il bersagliere italiano ha stupito il soldato tedesco”.
A sbalordire il comandante germanico c’erano i paracadutisti italiani che scendevano dal cielo nel rabbuffo del piumaggio. E piovevano a grappoli i ragazzi di Bir El Gobi. E come Folgore dal cielo, i soldati della guerra perduta, planavano sul mare di polvere riscattando a mani nude la vergogna di un re in fuga e il tradimento della pregiata Marina (e Dio stramaledica i traditori). Daniele Lembo, che ha scritto per “Latina Oggi” il più bel pezzo sui sei caduti di Kabul, mi ha raccontato di aver incontrato ai funerali un paracadutista di ottantacinque anni. Un ragazzo imprigionato nel corpo di un vecchio, il parà. Un bellissimo giovane raggiante di rughe e capelli bianchi, splendido con la sua divisa coloniale, ancora integra, e con il basco in testa: “Nella Grande guerra”, gli ha detto il venerando guerriero, “si faceva il corpo a corpo. Io, nel deserto, il corpo a corpo non l’ho mai fatto. Quelli venivano avanti con i carri armati e io saltavo fuori da quella buca con la bottiglia di benzina”. Questa è la Folgore. Il coraggio contro l’acciaio. Bisogna capire il vecchio. Ma c’è da capire anche Lembo. Suo padre, per arrotondare il bilancio familiare, teneva la contabilità del cinema, al paese. Nel suo compenso era compreso l’ingresso libero in sala per i figli. Avrà avuto otto anni Lembo quando, eccezionalmente per una località di provincia, Minori, ebbe modo di vedere una pellicola di prima visione: “La battaglia di El Alamein”. La storia di due fratelli, un maresciallo dei bersaglieri e un tenente dei paracadutisti, immersi nella sabbia del deserto coi loro reparti. La scena finale del film mostrava i parà della Folgore nella veste di “cacciatori di carri”. Lembo s’innamorò dei “folgorini” guardandoli saltare fuori dalle buche, armati di bottiglie incendiarie, per dare l’assalto ai carri armati inglesi.
Coraggio contro acciaio, appunto. Fra le sabbie non c’è più il deserto perché ormai ci sono i morti. L’epigrafe del cimitero ad El Alamein è bellissima: “Sono qui di presidio per l’eternità i ragazzi della Folgore, fior fiore di un popolo e di un Esercito in armi. Caduti per un’idea, senza rimpianto, onorati nel ricordo dallo stesso nemico, essi additano agli italiani, nella buona e nell’avversa fortuna, il cammino dell’onore e della gloria. Viandante arrestati e riverisci. Dio degli Eserciti, accogli gli spiriti di quesi ragazzi in quell’angolo di cielo che riserbi ai martiri ed agli Eroi”.
Entrato alle sedici in sala, ora della prima proiezione, Daniele rivide la pellicola fino all’ultima replica di mezzanotte. Oggi, in tutta Italia, un bambino che conosca questa pagina di storia non si trova. La sabbia che ci riempie la testa non è benigna come quella nel deserto di Alessandria e bisogna capire quella preside di una scuola di Roma che non ha voluto fare osservare il silenzio ai suoi scolari – “Piuttosto lo si faccia per i morti nel lavoro”. E bisogna capire pure quel prete in Lombardia che i sei caduti di Kabul li ha sputati – “maschioni mercenari fascistoidi”. L’Italia non esiste più e la Brigata Paracadutisti Folgore, tale è il nome esatto, è un’unità di fanteria leggera d’assalto che si descrive nel basco e basta. Il basco amaranto, uguale in tutto il mondo, è il segno di un’aristocrazia militare che affratella i nemici provenienti da ogni terra, sia essa la più remota. Il parà non conosce l’odio e quella preside e quel prete forse dovrebbero visitare la sede dell’Associazione dei Paracadutisti d’Italia, a Trieste, dove i vecchi soldati custodiscono nelle bacheche – quali cimeli, in ricordo dei gemellaggi – i brevetti scambiati coi loro camerati di ogni esercito: americani, inglesi, francesi, ungheresi, turchi, australiani, russi e tedeschi. Di volta in volta nemici o alleati. Hanno perfino i brevetti dei badogliani, quelli della “Nembo”. E in quella sede si venerano, accanto alle Medaglie d’Oro della Grande Guerra, anche le sacrissime bende del Sol Levante. Quelle dei guerrieri aviotrasportati nipponici. Ho usato la parola “camerata”, chiedo scusa, e se l’Italia non fosse quell’espressione geografica cui s’è ridotta ad essere, farebbe ridere il grande sforzo linguistico dell’eufemistico “commilitone”, invece c’è da piangere le lacrime del ridicolo, non proprio il massimo. Ed è una fortuna che resti una tromba a gridare il Silenzio per i caduti.
Il destino del parà è beffardo, e Salvatore Sottile, che fu paracadutista scelto in quel di Siena, a scanso di retorica, l’epopea parà la spiega al modo guascone: “Il parà è il più vulnerabile in azione, cade se deve cadere, sbriga la propria missione, ci mette sacrificio, dovere e lealtà e torna nei ranghi. Sicuramente non è quello che se ne va incontro agli applausi con la bandiera in trionfo”. I parà del 1978 – quando quelli morti oggi a Kabul non erano nati – si raccoglievano alla spicciolata. Alla visita medica un caporale entrava negli stanzoni della leva e chiedeva: “Chi viene nei paracadusti?”. Uno pronto ad alzare il culo dalla comoda branda della naja si trovava. E fare il parà negli anni ’70 era un modo per certificarsi peggiore gioventù, maschioneria fascistoide per come ancora oggi dice il famoso prete. Ovviamente una stupidaggine, questa: “Il dieci per cento dei Diavoli Neri”, ricorda oggi Sottile, “quelli della 15a compagnia, venivano da Lotta Continua. Per non dire dai Sorci Verdi. Tutti di estrema sinistra”. Fare il parà era anche il modo migliore per imparare qualcosa, anche mangiare due primi, due secondi, due porzioni di dolce e di frutta e però dimagrire di dodici chili tanto era grande il mazzo da fare. Fare il parà era quel sapere fare l’amore con l’MG, la mitragliatrice leggera, l’arma da portarsi nel lancio per buttarsi giù e vedere la terra venire incontro e non il contrario. Fare il parà è fare il lancio: il primo è una liberazione, il secondo è più ragionato, gli altri diventano un’orgia di concentrazione e di misura. Fare il parà ieri ma anche oggi e anche domani significa prendersi tutto quello che gli altri rifiutano: la cattiveria, la sfortuna, la morte (la preghiera del legionario: “Mon Dieu, donne moi ce qui reste…”). Se ci fosse l’Italia ci sarebbe un’Edith Piaf per i parà del tricolore, “Non je ne regrette rien” è il loro blasone preso a prestito dai cattivi, sfortunati e morti ammazzati legionari, ma come ci si presta e ci si scambia il basco tra i paracadusti di ogni dove. Ogni volta che sfilano i parà, dunque, ognuno ricordi questa canzone anche per loro. E’ la canzone che Tomaso Staiti di Cuddia, paracadutista, vuole che venga cantata al suo funerale. Essere parà significa avere un dio diverso e mentre gli altri se ne vanno con la bandiera in trionfo, i parà che possono anche chiedere e ottenere il permesso dal loro capitano di fare H24 per tenere in assedio la discoteca Pussycat zeppa di studentesse di Verona, i parà che per allegria possono – come fanno sempre – saltare dal secondo piano della caserma per ogni cambio di materasso, sono gli unici a sapere che il Col Moschin non è precisamente un colonnello che di cognome fa Moschin, ma il venerato Nono Reggimento d’Assalto, intitolato alla presa del Col(le) Moschin durante la I guerra mondiale. Quello degli incursori.
La peste del parà è la retorica, l’unico impasto che gli compete è la poesia. L’atto del lancio è poetico e Sergio Claudio Perroni, fustigatore di poetastri, già parà in quel di Livorno, interrogato, risponde. “Di poetico, ricordo:
– l’allora capitano Roberto Martinelli (poi generale comandante della Forza Multinazionale nel Sinai), che a ogni lancio si augurava che il paracadute incontrasse una corrente capace di tenerlo «in aria per sempre»;
– l’inno Baschi rossi e fregi d’oro, all’epoca cantato di nascosto in quanto vietato per sospetta apologia del fascismo («Siamo arditi, paracadutisti, e dal cielo ci lanciamo…»). Ma più poetico ancora era Paracadutista tu: “Pa-raca-dutista tu / che scendi di lassù so-prà l’infè-rno / Tu, conqui-sti ciò che vuoi / a fianco degli ero-i, che so-no ete-rni.”)
– i lanci dalla torre del sergente Toma, unico che in piazza d’armi sapesse lanciarsi «a x» dall’altezza massima, cioè diciotto metri (la «x» era la figura acrobatica più artistica e più pericolosa);
– l’allora tenente Marco Bertolini (oggi vicecomandante delle forze di coalizione a Kabul), che, per contare i sei secondi prima di verificare l’apertura del paracadute principale, anziché il conteggio di prammatica («1001, 1002 … 1006») ci suggeriva di recitare il mantra «sesso selvaggio a sassuolo» (anzi, essendo lui di Parma: «scescio scelvaggio a sciasciuolo»). Può sembrare prosaico, ma a metterlo in atto, appena schizzati fuori dall’aereo e ignari per quei secondi se il paracadute si sarebbe aperto o no, era poeticissimo;
– i parà schierati lungo il perimetro della piazza d’armi della caserma Vannucci a Livorno, per l’ultimo saluto a due commilitoni saltati in aria durante un’esercitazione: il silenzio glaciale rotto via via dal singolo schiocco delle mani sulle gambe di ogni parà che scattava sull’attenti al passaggio dei feretri;
– le meravigliose figlie del colonnello Malorgio”.
Nel poetico si annida anche il fattuale. E perciò il Perroni fattualizza: “Non è vero che la Folgore fosse una sentina di camerati. La domanda per parà la facevano molti ragazzi che, non potendo o non volendo schivare la leva, anziché passare quei dodici mesi a morir di noia in qualche casermaccia stantia preferivano farsi un po’ di sano mazzo con attività fisiche e sportive; non è vero che ci si menasse continuamente con la popolazione rossa di Livorno (o di Pisa, quand’eravamo alla SMIPAR, la scuola di paracadutismo, per prendere l’abilitazione al lancio): loro se ne fottevano di noi, noi ce ne fottevamo di loro o, al massimo, cercavamo – perlopiù invano – di fottergli le donne; molti paracadutisti, anche tra gli ufficiali di complemento, erano entrati nella Folgore solo perché si buscava paga più alta rispetto a quella degli altri corpi: c’erano in più l’«indennità di lancio» e l’«indennità di mensa» (quest’ultima era una specie di risarcimento in cibo per le energie profuse in tanta attività fisica; pagato mensilmente in quote alimentari di roba nutriente tipo parmigiano, cioccolata fondente, ecc.). Indennità che, per i raffermati, potevi mantenere solo facendo un numero minimo di lanci all’anno: ragion per cui in certi periodi vedevi i maresciallazzi panzoni e poltroni che diventavano improvvisamente operativi e andavano a far su e giù lanciandosi dall’elicottero per mettersi in pari con la quota minima”.
Ancora un po’ di poesia: “Un po’ della poesia del ‘basco rosso’ se ne andò, almeno per noi, quando fu consentito di portarlo a tutti i militari della Folgore, non solo ai paracadutisti: ossia anche ad autieri e altri soldati che non avevano mai messo piede su un aereo né mai se n’erano lanciati. Quando scoppiò lo scandalo degli Hercules, ossia i C-130 Lockheed, nella Folgore serpeggiò il terrore che sospendessero le consegne dei tanto sospirati C-130 costringendoci a continuare a lanciarci da quelle che davvero erano ‘bare volanti’, ossia i C-119: aerei che spesso ci mettevano tre o quattro tentativi prima di riuscire a decollare col loro carico di parà da lanciare”.
Altro che maschioni mercenari fascistoidi per come dice il bravo prete (Dio stramaledica i buoni propositi). Non c’è stipendio in grado di convincere una persona a saltare dall’aereo, perché nessuno ha la sicurezza che il fiore bianco, quel paracadute, con tutto il scescio scelvaggio a sciasciuolo, si aprirà. E poi: quando ci sia arruola in un reparto di assalto, prima o poi quell’assalto si farà.

Fonte: Il Foglio

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Benedette metamorfosi

Posted in Libero pensiero on 10 agosto 2009 by europanazione

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di Gabriele Adinolfi

Benedetto XVI, all’Angelus della domenica che precede il ferragosto ha esteso il suo attacco al relativismo non al solo nichilismo ma addirittura all’umanesimo. “Quella cultura che esalta la libertà individuale – ha detto – è commisurabile alla follia hitleriana. I lager nazisti possono essere considerati simboli estremi del male, dell’inferno che si apre sulla terra quando l’uomo dimentica Dio e a Lui si sostituisce”.

Prescindiamo dal commentare il senso delle parole papali su relativismo e nichilismo, lo abbiamo fatto abbondantemente nei giorni scorsi, ed anche sulla confusione tra la libertà e la religione dei diritti dell’uomo che sono due concetti ben diversi che il Papa si guarda bene dal distinguere come dovrebbe. Soffermiamoci sull’immagine dell’inferno in terra che, per il Capo di Stato Vaticano s’identifica – e si esaurisce! – nei lager nazisti. Un monopolio appena appena sfumato da una boutade dialettica, uno sfuggente “come ogni altro campo di sterminio” gettato lì ad arte, senza citare né offendere nessuno, ben sapendo che l’equazione nazismo=satanismo sarebbe stata fatta da tutti gli ascoltatori, come puntualmente è accaduto.

Singolare sostenerlo proprio nell’anniversario dell’olocausto atomico di Nagasaki, come gaffe non c’è male; la diplomazia pontificale evidentemente era distratta.

Hiroshima, Dresda, Nagasaki, i bombardamenti atomici, quelli al fosforo, quelli al napalm non sono però esempi d’inferno, così come non lo sono gli scempi nel Terzo Mondo compiuti dagli americani, né la sequela di genocidi consumati dagli Usa, né Guantanamo ovviamente. No: gli americani sono troppo potenti oggi per attaccarli frontalmente.

Lo stesso si può dire dei cinesi: non una parola sui terribili laogai (i campi di concentramento e di sterminio in Cina), sullo sfruttamento integrale dei prigionieri sfiancati fino alla morte, sulle sentenze arbitrarie, sulle condanne a morte senza prove, sull’espianto d’organi praticato sui prigionieri condannati, sul mercato d’organi che fiorisce sulla loro pelle e per il quale sono quotidianamente sacrificati. Non è un inferno quello, come non lo è il massacro dei serbi, l’espianto d’organi sui prigionieri vivisezionati dai kosovari sotto la vigilanza complice della Nato. Con la Cina bisogna essere diplomatici. Con la Nato non ne parliamo proprio.

Figuriamoci poi le multinazionali farmaceutiche responsabili di un discreto quanto incommensurabile genocidio quotidiano che si consuma ininterrottamente da decenni in tutto il pianeta. Meglio tacere, è più prudente.

E i genocidi compiuti in nome di Cristo? Sui “pagani”, sui “miscredenti”, su “streghe” ed “eretici”? Sugli indios, a proposito dei quali si disquisì a lungo se fossero uomini o animali? E quelli – abbondantemente ricambiati – sui protestanti? Non sono prove tangibili, queste, dell’inferno in terra? Niente paura: la Chiesa, non avendo altra scelta, ha chiesto furtivamente scusa ma sta bene attenta a non parlarne più. Sarebbe imbarazzante: il “Male” sono sempre gli altri e, nei casi in cui sia evidente l’opposto, deve trattarsi di un “errore”. Strano: è lo stesso identico ragionamento dei giacobini, dei democratici, dei comunisti, degli americani. Forse, Papa Benedetto, bisognerà rivedere un po’ i concetti sbandierati su “relativismo” e “assolutismo”.

Niente americani dunque, niente cinesi, niente Nato, niente Chiesa. Ma all’inferno papale mancano pure i gulag, il centinaio di milioni di persone eliminate dal comunismo, ai tempi di Lenin già prima che di Stalin, sterminati da Mao Tse Tung come da Ho Chi Min, da Santiago Carrillo come da Pol Pot. Addirittura quando beatificò i preti uccisi nella guerra civile spagnola Bendetto XVI evitò accuratamente di demonizzare il comunismo.

I comunisti non stanno proprio bene in salute ma nemmeno quelli il Papa intende contrariare, non si sa mai. Meglio prendersela con chi non c’è più, con chi non può ribattere, con chi non ha potere, con chi non ha voce. Calpestando il buon gusto, la più elementare educazione, il Papa spara sulla croce rossa abbandonata. E’ l’opposto diametrale dello spirito della Cavalleria che pure qualcosa di cattolico ebbe, no? Ma anche su questo la gerarchia pontificale deve essere un po’ distratta.

Se è così, armata di un coraggio che sarebbe parso pavore a Don Abbondio, che la Chiesa intende intraprendere le sfide del terzo millennio, non andrà lontano.

Tutti gli altri protagonisti della corsa alla gestione globale sono ben più convinti, forti e coraggiosi. Mala tempora currunt per chi spera nella Chiesa.

Fonte: NoReporter.org

Trappole multirazziste e soluzioni imperiali

Posted in Libero pensiero on 2 luglio 2009 by europanazione

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di Adriano Scianca

Si fa presto a dire “razzista”. Si crea un’etichetta, infamante quanto basta, le si dà un contenuto del tutto indeterminato, in cui c’è posto per tutto e il contrario di tutto, e il gioco è fatto. La discussione è bloccata, il ricatto è in atto. E’ il pensiero unico, bellezza. Stando così le cose, parlare di immigrazione e società multirazziale significa avventurarsi in un terreno minato. Terreno in cui la logica umanitarista, buonista e politicamente corretta non ammette obiezioni sensate di sorta, salvo saltuariamente essere scalfita solo nel senso peggiore, ovvero cedendo alla polemica qualunquista, superficiale, scandalistica, becera che di tanto in tanto fa capolino in qualche giornale o in qualche uscita improvvida del politicante di turno. Meccanismo che poi inevitabilmente suscita allarmate reazioni progressiste e apocalittici reportage di Repubblica. E così via, in un pendolo allucinato fra posizioni che variano dal banale al suicida passando per lo spregevole.

Ma insomma, alla fine, l’immigrato è buono o cattivo? Dilemma semplicemente cretino. Chi attacca in maniera indiscriminata ogni immigrato considerandolo aprioristicamente uno spacciatore, uno stupratore o comunque un balordo perdigiorno compie sicuramente un’operazione priva di senso. E’ la via più semplice. Il problema è che è una via che ci porta lontano dalla soluzione del problema. E’ una posizione “estremista”, certo. Ma è tutt’altro che radicale. Non va, cioè, alla radice del problema, confinandosi piuttosto in una intransigenza puramente verbale e folcloristica. C’è, del resto, in certe polemiche becere, una sorta di retropensiero schifosamente classista, per cui l’immigrato viene condannato in fin dei conti solo come avatar del pezzente, dello straccione, del povero. “Extracomunitario” è del resto un termine già di per sé ambiguo, che nel gergo comune viene usato come sinonimo di “marocchino”, “albanese” o, ultimamente, “romeno”. Nessuno si sogna, tuttavia, di usare il medesimo termine per designare uno statunitense, che pure a livello giuridico lo è a tutti gli effetti. Non precisamente un “ospite” che non dà problemi, peraltro: quando non sgozza ragazze inglesi al termine di orge finite male, quando non recide funivie mandando bellamente al creatore ignari turisti, l’americano rappresenta comunque pur sempre una potenza occupante sul suolo italiano, che condiziona politicamente, socialmente, militarmente e culturalmente un’intera Nazione da sessant’anni. Quanto agli stupri, quelli dei romeni fanno notizia, ma pare che anche attorno alle basi Nato le ragazze del luogo non se la passino troppo bene. Ma questa è un’altra storia.

Va bene: allora l’immigrato è “buono”? Posizione, va da sé, altrettanto allucinata. E, nel suo buonismo, doppiamente razzista. Lo è perché, come era scritto nel quaderno di Polaris sul tema, «tratta l’immigrato con una benevolenza paternalista, o meglio maternalista, come un immaturo da emancipare; un po’ come il “buon selvaggio” dell’epoca illuminista che era considerato in pratica poco più di un animale da salotto, un po’ come il Fuffy della signora bene». Il buonismo è razzista, in secondo luogo, perché impone ai popoli europei un sistematico e violento etnomasochismo. Per un europeo è infatti oggi un peccato mortale rivendicare il diritto alla propria specificità culturale, diritto che almeno in linea di principio si è spesso pronti a riconoscere ad ogni altro popolo. In Europa non è affatto vietato essere razzisti, a patto però che il razzista si autocertifichi come “antirazzista” patentato e che la razza da lui svalutata sia quella europea. È la logica alienante del politicamente corretto, che nella colpevolizzazione e nella svirilizzazione degli europei trova la propria ragion d’essere. Il che si traduce, nel discorso dominante, in una continua irrisione delle difficoltà di quello che bene o male dovrebbe essere ancora il nostro popolo e che invece subisce una frustrazione quotidiana per il fatto di essere lasciato da solo nel ghettificio delle periferie in cui i sostenitori del politicamente corretto si guardano bene dal mettere piede.

Lo spettro della guerra fra poveri diviene a questo punto realtà concreta. E’ qui che la società multirazziale si fa società “multirazzista”. Il concetto è semplice: per miopia, incapacità, interesse, lucro o pregiudizio ideologico si crea sull’argomento confusione e ricatto morale: c’è, del resto, chi ha bisogno di nuove braccia, chi di nuovi elettori. Si aprono quindi le frontiere in modo indiscriminato, vantando nel contempo i meriti di una società “colorata”, allegra, patinata, dove tutte le razze vivono armoniosamente. Il che, puntualmente, non si avvera. Ma la criminalità organizzata, gli imprenditori, le onlus cattocomuniste e i politicanti progressisti (i soli per cui, realmente, l’immigrazione è una “risorsa”) ne traggono vantaggio, quindi degli effetti collaterali se ne fregano. E intanto si creano i quartieri dormitorio stile banlieu, in cui a fronte di un occidentalismo, di un consumismo, di uno spirito decadente diffuso si innescano per reazione micidiali meccanismi neotribali. E’ la riscoperta del tutto posticcia di un’identità non vissuta autenticamente ma creata artificiosamente per fomentare una logica da banda, in stile Bronx. L’islamismo e l’arabismo degli abitanti delle periferie parigine rientrano esattamente in questo quadro: si tratta di una rivendicazione “moderna, troppo moderna” di chi alla fin fine se ne frega tanto di Nasser che di Maometto, ma che, immesso nel meccanismo diabolico dello sradicamento, deve dare un senso alla sua rabbia. Fra gli autoctoni, del resto, si sviluppano sentimenti analoghi. Il paradiso cosmopolita e irenista diventa così l’inferno delle gang in lotta, dei mille ghetti, e contemporaneamente dell’unico conformismo. E’ la scomparsa del legame sociale, la sconfitta della politica, la morte del diritto. La banlieu universale: ecco cosa ci si presenta all’orizzonte, in un mondo che ha fatto del cosmopolitismo un valore indiscutibile e dell’usura il supremo legislatore della vita e della morte dei popoli. La logica del branco come unica forma di aggregazione sociale. I ragazzi delle periferie parigine, in fondo, ci offrono un gradevole spaccato di ciò che in parte siamo e di ciò che saremo.

Altro che Benetton e Ringo Boys: l’immigrazione incontrollata è un coltello che taglia da ambo i lati, un meccanismo che sradica tanto l’ospite che l’ospitante: il primo sfruttato, strumentalizzato, strappato al suo humus naturale; il secondo umiliato e spossessato delle sue stesse città. Di più: si tratta di un sistema intrinsecamente criminogeno. Il crimine organizzato, nel meccanismo immigratorio, è ovunque: prima, dopo, davanti, dietro, in mezzo, sotto, sopra.

Il primo punto di contatto tra attività criminale e fenomeno migratorio avviene del resto già nella migrazione in sé, qualora quest’ultima sia di natura clandestina. Esistono tutta una serie di attori criminali di differenti livelli implicati nell’attività di smuggling (ovvero l’introduzione illegale di immigranti nel territorio di uno Stato). E su tutto, la grande criminalità autoctona che tuttavia si limita a controllare, chiedere la tangente e successivamente sfruttare come bassissima manovalanza ad alto rischio i più diseredati. L’immigrato, insomma, è già dall’inizio manovrato e controllato da strutture criminali. Lo sradicamento culturale e sociale fa poi il resto. Quando, ovviamente, a decidere di lasciare il paese d’origine non siano già criminali incalliti, come nel caso di molta recente immigrazione romena, spinta in Italia da accordi scellerati e da una più o meno esplicita politica del governo di Bucarest di liberarsi dei cittadini “indesiderati”.

A fronte di un tale sistema stritolatore, quale può essere una possibile risposta politica (ovvero non buonista né scandalistica, non dettata da opposte paturnie umorali)? Le due soluzioni che vanno per la maggiore, spuntando ora a destra ora a sinistra, appaiono disastrose. Si tratta da un lato dell’“assimilazionismo”, che vorrebbe “l’integrazione” degli immigrati, ovvero la loro rinuncia a identità e costumi originari per divenire “brutte copie di europei”; dall’altro lato c’è invece chi propone il “multiculturalismo”, ovvero l’ufficializzazione e la promozione di ghetti a tenuta stagna in cui per ovvi motivi la comunità autoctona è destinata alla fine a scomparire. E quindi? Difficile dare direttive per l’hic et nunc. Il fatto è che certi meccanismi passano sopra le nostre teste. Se una maggiore regolamentazione, una più attenta selettività, un controllo più capillare, persino un blocco temporaneo dell’immigrazione attualmente in atto sono certamente necessari nel breve periodo, è tuttavia ovvio che dal meccanismo non se ne esce se non re-impostando i rapporti internazionali in chiave multipolare. A quel punto, non si tratterebbe più di “aiutare gli immigrati, ma a casa loro”, dato che, di fatto, le nazioni che conservano un minimo di dignità, sovranità e indipendenza non sono già oggi paesi d’immigrazione, quale che sia il loro livello di difficoltà economica. Affinché si possa riorganizzare l’assetto geopolitico internazionale in questo senso – cosa che ovviamente esula dalle sole nostre possibilità – bisogna tuttavia ripensare prima gli stessi concetti di identità e differenza. Si tratta di un unico movimento che coinvolge tanto la dimensione macropolitica che quella micropolitica. E’ il movimento dell’Imperium.

D’accordo, un ipotetico avvenire organizzato per “grandi spazi” schmittiani non dipende da noi. Se l’epoca futura sarà o meno un’era di orizzonti imperiali è cosa che scopriremo solo vivendo. L’Imperium, tuttavia, è anche e soprattutto una dimensione dell’anima. Ed è in quest’ottica che noi oggi possiamo riscoprire un senso dell’identità che sia dialogante senza essere suicida, che sia etnocentrico senza essere evangelizzatore, che sia aperto all’Altro ma ben piantato nel Sé. Essere “identitari” è cosa buona e giusta, a patto che si tenga ben presente che non c’è identità senza alterità. Che la soluzione ai vari microconflitti di civiltà passa attraverso una armonica organizzazione delle differenze in un insieme più grande che sia però centrato e radicato. E’, appunto, la soluzione imperiale, che può ben assumere il senso di una via valida anche per il singolo, che può confrontarsi con l’altro perché è radicato ed è radicato perché si confronta con l’altro. Chiusure e aperture indiscriminate non ci porteranno lontano. Un sano differenzialismo sì.

Scriveva Evelina Marolla in un vecchio numero di Orion (luglio 2004), che il polemos eracliteo, il “rispecchiamento guerriero” sono le uniche forme di confronto/scontro con l’altro che lasciano esistere le differenze, delineando una concezione dell’essere come «tessuto vivo di opposizioni e articolazioni che si snodano, si manifestano, configgono e si incontrano […] nel fuoco sempre ardente di un polemos originario e continuo, vera linfa vitale del mondo, che appunto mette in relazione anche (e proprio, forse) in quanto mette in opposizione. Permettendo esso stesso anche, e precipuamente, nel configgere un peculiare, onorevole, plurale riconoscimento dell’altro come colui che ti sta di fronte in quanto parte anch’egli del molteplice gioco dell’essere […]. L’altro viene riconosciuto dunque, onorato come tale (come altro volto e parte di una realtà naturalmente plurale) e non demonizzato (cioè escluso dal riconoscimento, ricacciato nell’ombra dell’indegnità ad essere) proprio quando ti è di fronte in questa guerra eraclitea: onorato e ri-conosciuto, a differenza dell’esclusione-tabuizzazione monoteistica, anche quando ti è nemico». Contro i ghetti e il mondo degli uguali, per un kosmos realmente plurale.

Fonte: VivaMafarka

Embé?

Posted in Libero pensiero on 22 giugno 2009 by europanazione

e_veronica_che_deve_scusarsi_con_me

di Gabriele Adinolfi

Metti che tutto quello che ci dicono da Bari sia vero

Di che parliamo? Di hostess assunte a pagamento per i ricevimenti, cioè di quanto accade a tutti gli incontri pubblici e privati in Italia e nel mondo. E ci spiegate che ci sarebbe di tanto strano se “scoprissimo” che questo succede anche ai ricevimenti di Berlusconi?

Mi domando perché mai ci si concentri sulle sortite delle fanciulle e delle dame (alcune sono di antico pelo) che guaiscono alla luna bramose di fama non appena qualcuno offre loro un riflettore. Mi chiedo come ci si possa accapigliare per i loro outing senza chiedersi neppure di cosa si stia disquisendo: di aria fritta.

Ma io vi conosco, io so cosa pensate: voi suggerite che lì le hostess sarebbero osé e piccanti. Insomma: Berlusconi mandrillo! E subito chi a tirargli le pietre e chi a difenderlo ma non altrimenti che dicendo “non è vero”. Ma cambiamo gioco, cambiamolo questo sordido gioco, e poniamo che sia tutto vero.

E allora? Si può pure essere contro Berlusconi, ce ne sono di motivi: dalla poca attenzione all’economia sociale alla lontananza governativa dalle morti bianche, dalla mediocrità delle squadre politiche alla presenza di piatti Yes Men proni davanti a tutti gli arroganti, come il ministro Ronchi, dalla retorica liberista a quella conformista. Ne ha Berlusconi di difetti da fustigare; a ben vedere tutti quei difetti li ha in comune con ognuno degli altri politici mentre quello che ha di originale, talvolta di notevole, agli altri non appartiene affatto. Ed è per questo che il Berlusconi IV ha assunto alcuni aspetti interessanti in politica estera, energetica, interna e costituzionale che non si vedevano più dai tempi di Craxi. Molto per alcuni, poco per altri. I primi magari si accontentano di poco, i secondi fanno paragoni non tra quello che c’è ma tra il reale e l’immaginario.

Insomma si può essere contro Berlusconi ma di sicuro non per questo, per questa prova d’italianità e di latinità da Anni Trenta e da Belle Epoque.

Lo so che da oltre sessant’anni siamo abituati a essere rappresentati da pallidi lascivi che sbavano al buio, privi di vigore e vitalità, gente che fa sesso esattamente come ruba: nascondendosi e guastando con lo spirito e l’alito fetido tutto quello che tocca.

C’è il silenzio a coprire ogni loro malattia che poi è quella che ha rovinato la nostra terra, una delle più vive del pianeta, oramai avvizzita tra le dita ingiallite e aggrinzite dei politici del post/fascismo.

Capisco che avendone perso la sana abitudine, sanguigna, italica e romagnola, ci stupiamo di avere di nuovo un premier che non sia un moralista ipocrita ed esangue malaticcio. Ma via, siamo seri: chi mai preferirebbe il sanatorio dei falsi all’eventuale bordello degli allegri? Aprite le finestre e fate cambiare aria, scacciate microbi, larve, puritani, moralisti e moscerini!

Fonte: NoReporter

Si uccide così

Posted in Libero pensiero on 5 giugno 2009 by europanazione

ROGO

di Gabriele Adinolfi

Hanno versato cinque litri di benzina sulla soglia di Casapound Bologna, questo alle quattro e tre quarti di mattina; si erano intrufolati dai vicini giardinetti, dopo aver troncato le due reti di ricenzione dei vicini di casa. Sono rimasti in appostamento a lungo perché Alex Vigliani, il dirigente di CPI-Bologna, era al computer con la luce accesa e volevano prenderlo nel sonno. Quando ha raggiunto Giorgia, la sua donna incinta, nella stanza vicina, gli eroi hanno pensato di attendere che si addormentasse per completare con successo l’azione omicida. Hanno atteso una ventina di minuti e poi hanno dato fuoco alla tanica. Alex però non dormiva ancora, si è reso subito conto dell’incendio appiccato alla porta ed è intervenuto. Memore della strage che costò la vita ai fratelli Mattei, rei contro il cielo per essere proletari fascisti, ha avuto la prontezza di spirito di non aprire la porta, cosa che, come a Primavalle, avrebbe fatto divampare l’incendio e ha invece provato a spegnere il focolaio versando acqua da dentro a fuori da sotto lo stipite, ignaro della quantità di benzina che stava per ardere. Visto che non riusciva a spegnerlo, si è avviato al balconcino da cui ha fatto uscire Giorgia ed è uscito quindi lui. La tanica di benzina è quasi subito esplosa. Il fuoco ha distrutto legno e plexigas provocando esalazioni di fumo che avrebbero certamente ucciso per asfissia la coppia e il bambino nel grembo di lei se solo Alex si fosse addormentato. Questo è quanto è accaduto a Bologna, il punto apicale, per ora, di un crescendo d’idiozia criminale.

Potremmo

Potremmo tranquillamente perderci in una retorica che non risulterebbe infondata. Potremmo evidenziare il fatto che gli incendiari notturni hanno dei precisi modelli tra cui spicca quel Lollo impunito per la più schifosa strage degli anni Settanta. Potremmo rammentare che uccidere un bambino in grembo è stata cosa frequente durante le ardite stragi partigiane, e che ordinare di uccidere quello di Luisa Ferida non impedì a Sandro Pertini di diventare addirittura Presidente di questa Repubblica. Potremmo sciorinare il rosario della vigliaccheria degli assassinii partigiani e neopartigiani e, prima ancora, canaglieschi consumati dal 1919 al 1922. Anzi fino al 1925 perché i sicari continuarono fino ad allora nella piena impunità. Potremmo dire che odio e vigliaccheria, assassinio e strage sono elementi inscindibili dell’anima comunista. Potremmo, ed avremmo molti più elementi a suffragio di questa tesi di quelli che hanno i sobillatori dell’antifascismo, i demonizzatori del “nero”. Potremmo. Ma siamo di un altro avviso, forse, direbbe De André, di un’altra razza. E ricordiamo. Ricordiamo combattenti di un altro tipo. Nella guerra civile spagnola, come negli anni Settanta. Ci sono stati comunisti dignitosi, coraggiosi, rispettosi e guerrieri. Non sono tutti come queste escrescenze di rampolli della borghesia viziata.

Vogliamo

Tuttavia ci sono individui così e collettivi così. Perdono ogni giorno velocità, credito e peso. L’antifascismo dell’odio e nell’odio, l’antifascismo come teologia che distoglie dai problemi reali, funziona sempre di meno. Gli antifa sono ogni giorno più emarginati a sinistra, meno seguiti, meno accettati. Ciechi, sordi, stupidi, paleolitici e devianti, non hanno che scarsissimo seguito. Ma meno hanno seguito più s’incattiviscono, più s’incattiviscono e più provano a delinquere. Chiunque abbia un briciolo di onestà intellettuale e di obiettività deve riconoscere ai fascisti di oggi di essere riusciti, almeno fino ad ora, a impedire che il giochino dell’azione-reazione portasse allo scontro frontale e alla riproposizione degli anni di piombo. Due attentati ai Cutty Sark, la totale devastazione di Cuore Nero, le tentate aggressioni, le provocazioni, le minacce di morte, hanno sempre sortito come unica risposta la festa e la politica. Ed è accaduto tutto ciò – è bene che si sappia e che si ricordi – quando i rapporti di forza sia in piazza sia in politica erano, come sono, del tutto favorevoli ai fascisti. E se per gioco ci volessimo attenere ai teoremi patologici degli antifa dovremmo dire che questo è accaduto e accade in un momento in cui le istituzioni sarebbero conniventi, di copertura… Mai, in nessun caso, i fascisti hanno reagito colpendo, pur avendo la motivazione e la forza per farlo. Questo è bene che si ricordi e, soprattutto, che non si cerchi di negarlo, nasconderlo o sminuirlo. Di più, di meglio, francamente ai fascisti non si può chiedere per evitare una riedizione di anni sanguinosi.

E voi?

E’ a sinistra che si deve – e sottolineo si deve – intervenire e con prontezza. Non basta delegittimare gli idioti sanguinari. Perché nella sinistra “antagonista” in tutta Italia ci sono cinque o seimila tra simpatizzanti e attivisti tuttora prede di discorsi dementi.
E ci sono ancora, appollaiati nei posti istituzionali (magistratura, giornali, scuole) almeno venticinquemila cariatidi sovietiche ammalate di pregiudizi odiosi, invischiate in complicità velenose e colme di mala fede.

Tutto questo, pur sommato, politicamente fa quasi nulla. Ma è un humus sufficiente: basta che una trentina di individui si mettano ad esagerare perché le cose trascendano sul serio. E non si può attendere il primo morto per porsi il problema. Non si può far finta di niente, il passato, remoto per alcuni ma ancor fresco per molti di quelli che a sinistra contano, c’insegna come si scatenano le guerre civili. Ognuno deve – e ribadisco deve – prendere chiaramente posizione. Se vuole evitare di far scannare tra loro dei giovanissimi per la maggior gloria e il più gonfio portafoglio di qualche fallito che fa il politicante non può limitarsi a prendere le distanze con diversi gradi di omertà. Ha l’obbligo di fare contropropaganda, di ridicolizzare e non alimentare in alcun modo la demenza antifa (che, ribadisco, non significa l’essere antifascisti ma il predicare la teologia dogmatica e mortifera di un satanismo su misura provocando odio e giustificazione dell’omicidio). La palla, signori e compagni, sta a voi. Noi, che continueremo a festeggiare e a fare politica anche stavolta, di più non possiamo davvero. Vediamo ora quello che sapete fare. E se non lo fate, e in fretta, non veniteci poi a fare la morale perché è nella reticenza, nella connivenza passiva e senza alcun coinvolgimento diretto, è nel laisser faire che si è veramente assassini, molto di più che premendo un grilletto o consumando una strage vigliacca.

Fonte: NoReporter

Alcune riflessioni sulle elezioni europee

Posted in Libero pensiero on 3 giugno 2009 by europanazione

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di Hans Vogel

All over Europe, voter interest in the upcoming European parliamentary elections is lukewarm to say the least. Although some 80% of all legislation in the “EU” member states is made in Brussels (seat of the European Commission and most European bureaucrats) and Strasbourg (where the European Parliament meets once a month), most voters still seem oblivious of this reality. Apparently, most Europeans continue to believe it is parliament of the nation state of which they hold citizenship, that basically holds power. How wrong they are!

Actually, most decisions that are affecting their lives are taken by the European Commission, a small group “Eurocrats” appointed (not elected!) to govern Europe. The European Parliament, elected, it is true, in a democratic way, exerts hardly any form of control over the Commission. It does (in theory) have the power of voting down the Commission in case it would commit serious political mistakes or in case it would act against the wishes of the majority in the European Parliament. However, the parliament cannot initiate legislation, which is a key democratic right.

Thus, we have the painful situation that voters actually have a chance to vote democratically for a parliament that in itself has no democratic powers. No wonder there is such scant interest, since most people realise they are being fooled. No amount of “EU” propaganda urging people to vote can remedy this. It will be a miracle if more than about 30% of the voters will actually cast their ballot. In many countries, perhaps some 20% will vote.

It is probably best to compare the European Parliament to the parliament of some 19th-century European nation before the major democratic breakthroughs of the 1880s and 1890s had been achieved.

European countries (those who are members at the same time of the “EU”, NATO, the WTO, the UN and all its derivatives) are no longer sovereign states.

-Their trade policies are determined by the WTO

-Their defence policies are determined by the US government at Washington, which dictates all of NATO’s decisions

-Their agricultural, environmental, industrial, transportational and national security policies are all determined by the “EU,” especially by the European Commission.

-As for those who joined the Euro zone, even their monetary policy is no longer subject to sovereign control, as it is set by the ECB at Frankfurt.

Since the collapse of the New York WTC towers in 2001 (the US equivalent of the burning of the Reichstag in Berlin in 1933) the European Commission has heeded US demands to create a climate of fear by joining the “War on Terror”. Trampling on the democratic rights of Europe’s citizens by subjecting them to the same degrading treatment as US citizens and by turning them all into suspected terrorists, the European Commission has been trying to make life miserable for all Europeans. The “EU” is well on the way to becoming just as nasty a police state as the US.

Needless to say, most Europeans are not afraid of terrorism. It is not a problem, neither in Europe, nor in the US. Both in Europe and the US, terrorism is basically a figment of the imagination. Osama Bin Laden (who I believe has just been declared dead for the Nth time), is a kind of Santa Claus, but who brings explosives, not presents. And just like Santa Claus is a messenger boy who brings presents really bought by someone else, Osama is doing somebody else’s work. Santa has a white beard, Osama has a black beard. Europeans are no great believers in Santa Claus, nor are they great believers in Osama. Still, great efforts are being made to turn them into believers. With scant results. That is hardly surprising. Most Europeans also do not believe strongly in Europe.

Really, WHAT is the point of voting for a toothless parliament, whose members often have given themselves no other task than picking up their paycheck and a handsome expense account. One can hardly blame them, since they have no real political power. The moral corruption of the European Parliament is not surprising: it is the result of the fact that MEP’s have no power, influence and prestige.

Most MEP’s are mediocre or exhausted national politicians who have accepted political death and social insignificance in exchange for money, lots of money. According to some reports, an MEP who manages his affairs well, can become a millionaire within a couple of years. No wonder the European Parliament is a bunch of scheming opportunists.

Of course, there are some well-intentioned candidates standing for election. There are even some new parties full of good intentions of bringing about accountability and transparency. One of these is Libertas, a truly European party. However, one of their candidates, Eline van den Broek, has recently stated that torture is a necessary tool for state security!

She may be only 24 years old and she may be just a political scientist, but it is still incredibly shortsighted, if not downright stupid to make such a statement. A state that allows torture for some will in the end apply torture indiscriminately to anybody. Even if she has not learned that during her political science lessons, she ought to have come to this insight by herself.

But why bother? Since the European Parliament has no power, the parliamentary elections are really pointless.

Most Europeans do not identify with Europe in the first place. Their identification with the nation state is also becoming more and more precarious. Anger, resentment and discontent are often focused on the new groups of immigrants. These immigrants, mostly recruited from the underprivileged rural class in the remoter areas of Morocco and Turkey, are being pampered in every imaginable way. They are often lavishly subsidised, they often misbehave but are left undisturbed by the police and whoever dares criticise them is immediately branded a racist.

What few people seem to realize is that the national governments (especially those of Britain, the Netherlands, Belgium, Germany, Austria, France) actually are using these immigrants to sow discord amongst the citizens. Native Europeans are being made afraid, unsafe and insecure on purpose. Their governments want them to be afraid, because that way they can avoid losing what is left of their legitimacy. Fear has always been a great way to control the population. That is why European governments want their citizens to be afraid.

The effect of the various “EU”, US-dictated and national policies on Europe’s political, cultural and social traditions is devastating. Even urban life in Europe has been traditionally based on trust, not on rules. Rules are king in the Anglosaxon parts of the world (including Britain and the US).

Most pernicious of all European policies will prove to be the use of fear as a political instrument. So far it would seem to be creating the desired results, most importantly the surprising docility of the general public. However, the politics of fear that have been determining European life during the past decade will eventually
destroy Europe’s social fabric. I am afraid reconstructing what is now being destroyed will prove to be far beyond the capabilities of Europe. In comparison, post-1945 reconstruction will turn out to have
been a piece of cake.

Fonte: Pravda.ru

Iene

Posted in Libero pensiero on 14 maggio 2009 by europanazione

iene

di Gabriele Adinolfi

Non è successo granché eppure sembra che sia in atto una rivoluzione; e forse è vero. Il respingimento dei boat people sulle coste della Libia cooperante è una vera primizia che può trasformarsi in un’azione sistematica e coordinata, ed è questo che a certa gente fa paura. Gente interessata, economicamente e teologicamente, al mercato degli schiavi, gente che pontifica e la butta in caciara perché, nella caciara, si perde il senso delle cose e possono prevalere meglio gli stridii dei chiassosi. Affrontiamo, invece, il problema con la massima calma.

L’immigrazione e gli immigrati

Ci siamo sempre rifiutati di sottoscrivere quelle demagogie pornografiche che mettendo in evidenza i singoli crimini demonizzano gli immigrati. Non è vero che immigrato sia sinonimo di criminale; spesso, anzi, si tratta di uomini e donne che affrontano la vita senza i vizi borghesi del popolo dei “consumatori” e sono in condizioni di dare dei punti a molti di noi italiani defilippizzati e imbevuti di reality.

Non è sostenibile neppure la paranoia salottiera dei vari integralisti per i quali l’immigrazione sarebbe un’invasione dettata dalla guerra di religione. Essa è il frutto di un sistema di sfruttamento multinazionale che impauperisce la gran parte del pianeta, svuota le campagne ridotte, paradossalmente, alla fame, proletarizza e spinge le masse nei paesi sviluppati. I nove decimi dei migranti si riversano oramai nelle aree delle economie in via di sviluppo, specie in Asia, un decimo si getta in Europa. Una parte di questi in Italia.

Demenze contrapposte

A questo punto intervengono le demenze contrapposte. Quella della xenofobia aprioristica, tipica di quella stessa gente che non avrebbe mai fatto la Res Publica, l’Impero, i Comuni, il Risorgimento o il Fascismo perché ha paura di ogni colore e di ogni novità. Quella del buonismo accogliente tipico di chi di fatto odia la vita, la forma, l’identità, la libertà, la carnalità e il popolo e persegue una gestione della vita fondata sulla delega e sull’elemosina.

Persa nella dialettica tra psicopatie (la seconda delle quali è però, purtroppo, forte), la questione immigratoria si smarrisce. Ci si dimentica allora di fare alcune considerazioni elementari. Che sono poi semplicissime: che l’immigrazione è il frutto di scompensi che andrebbero affrontati a monte; che a valle essa getta dei disperati a combattere una guerra tra poveri la quale danneggia, e non poco, le nostre classi deboli; che c’è chi di questo dramma si arricchisce e non sono solo i negrieri ma le multinazionali e, in una misura davvero impressionante, le associazioni di accoglienza. I Migrantes della Caritas gestiscono la quasi metà dell’otto per mille offerto alla Chiesa dichiaratamente per favorire l’immigrazione.

Lo stereotipo dell’immigrato

Affrontare il problema o con la diabolizzazione dell’immigrato o – peggio – con il suo avvilimento nello stereotipo del poveretto da accudire e imboccare è assurdo; sarebbe come se due secoli fa si fosse affrontata l’industrializzazione colpevolizzando o mitizzando l’operaio. Il che alcuni hanno effettivamente fatto e ne conosciamo i risultati.

Si deve operare nei confronti di questa drammatica tendenza epocale in modo sistemico; vale a dire cooperando con i paesi di provenienza, offrendo interessanti prospettive di sviluppo in patria, vincolando buona parte dei contributi di chi lavora da noi alla realizzazione di proprietà o investimenti inalienabili nella terra d’origine, togliendo completamente i fondi alle associazioni di accoglienza e scoraggiando in tutti i modi i negrieri. Con il secondo quaderno di Polaris abbiamo abbordato più o meno tutti questi punti e sinceramente in modo soddisfacente e condivisibile da chiunque sia armato di buona volontà.

La teologia dell’ antinazione

Abbiamo anche affrontato un punto che sorprendentemente passa inosservato; ovvero la palese e totale dittatura ideologica che subiamo in materia. Si sente infatti discutere spesso se sia opportuno conferire la nazionalità agli immigrati dopo dieci o dopo cinque anni di residenza. Non si tratta qui di permessi di soggiorno, di assistenza medica e sociale che, inoltre, con l’acquisizione della nazionalità si riduce di grado così come gli altri diritti concessi agli immigrati, e neppure di diritto di voto alle amministrative, si parla di nazionalità. Come se appartenere a una Nazione fosse la stessa cosa che iscriversi a un club di bocce o sottoscrivere l’abbonamento a uno stabilimento balneare o a un teatro d’essai.

Non è un caso che il dibattito sia sfalsato e, tralasciando i diritti, si sposti distrattamente – e dandola per scontata! – su una questione di fondo. Sono le oligarchie internazionaliste tutte, clero, massoneria e comunisti, che hanno in odio la forma, l’identità, la diseguaglianza e l’equità (che sono gemelle così come l’eguaglianza lo è dell’iniquità). E sono queste oligarchie che insieme, dalle tribune della Cei o delle commissioni autoproclamate della Ue e dell’Onu, perseguono la distruzione delle nazioni, delle loro radici, delle loro memorie, delle loro culture. Una violenza inaudita e sorda, disgregatrice e intollerante, arrogante e vigliacca che si maschera dietro l’orribile ghigno del “buonismo”.

Il gesto e il serrate

Tutto questo spiega quanto accade oggi. Il governo Berlusconi IV che nell’Italia dell’interminabile dopoguerra è uno dei pochi degni di nota (gli altri: Pella, Zoli e Craxi) ha dapprima stretto accordi con la Libia e poi riconsegnati i boat people: non è solo un gesto è l’ipotetico inizio di una cooperazione in controtendenza. La popolarità del governo, in Italia ma anche in Europa, è oggi la più alta che si possa immaginare perché, per tutte le ragioni che volete, la gente chiede soluzioni di questo tipo. E di colpo il serrate. Un serrate che gli stessi partiti di sinistra, consapevoli dello stato d’animo degli elettori, si sono ben guardati dal sostenere realmente ma che ha visto insieme, ululanti, vescovi e tecnocrati dell’Unione Europea e dell’Onu. Costoro non si attendono che gli elettori presentino il conto e possono allora, nella più totale ingerenza oligarchica, lanciare crociate in difesa del sistema schiavistico.

Nemici

Non sappiamo se il governo troverà la coesione interna, la forza d’animo e i margini di manovra per proseguire in una direzione timidamente intrapresa. Sappiamo però che è bastato un gesto che dimostra che la cooperazione internazionale può intaccare il sistema di sfruttamento umano perché tutti gli oligarchi internazionalisti si coalizzassero rabbiosi e forse un tantino preoccupati. Lo hanno fatto perché sono teologicamente nemici della Nazione e della vita e perché sono proprio essi strutturalmente il sistema di sfruttamento degli uomini.

Sono iene che difendono il cibo; e le iene, si sa, si cibano di cadaveri. Vogliono tutti, nessuno escluso, la morte di quanto vive e gioisce.

Da qualche decennio in qua, insieme alle altre mistificazioni in atto, sono apparse teorie per le quali per combattere una iena se ne dovrebbe sostenere un’altra scambiandola allegramente per un pastore tedesco. Non è vero: bisogna essere popolo e Nazione e lottare per l’universalismo dei nazionalismi contro l’uniformità della globalizzazione. Non è una lotta di oggi, attraversa i secoli ed è sempre la stessa.

Il guaito delle iene di questi giorni dovrebbe esserci d’insegnamento perchè indica almeno due cose: non è vero che il peggio sia irreversibile; a difesa del peggio stanno tutti coloro che premettono l’internazionalismo alla Nazione. E senza bisogno di entrare nello specifico della religione o dell’ideologia che costoro pretendono di rappresentare e che ciascuno può accogliere, rigettare o condividere, politicamente essi non possono che essere nostri nemici: per scelta loro, non per nostra.

Fonte: NoReporter