Archive for the Attualità Category

Maggioranza: i liberisti del PdL contro Tremonti

Posted in Attualità on 27 ottobre 2009 by europanazione

fini-tremonti

di Andrea Angelini

Nel centrodestra dopo qualche tempo è ripreso il tiro al bersaglio contro Giulio Tremonti. Il ministro non gode in verità di una grande popolarità nella maggioranza, in particolare tra gli ex esponenti di AN. Basta ricordare che il 3 luglio 2004 Tremonti venne fatto dimettere da responsabile dell’Economia su pressione di Gianfranco Fini che volle assumere su di sé la supervisione delle decisioni in materia, dopo averlo accusato di conti truccati nella Legge Finanziaria per un importo di due miliardi di euro fra manovra annunciata e riduzioni realmente ottenute. In realtà si trattò di uno scontro sulla destinazione finale dei soldi pubblici che molti in AN avrebbero voluto indirizzare verso le proprie clientele.
Lo scontro tra AN e Tremonti è tornato oggi di attualità. Vuoi perché il ministro è considerato il politico del PdL più vicino alla Lega, vuoi perché per il dopo Berlusconi è visto come il più serio concorrente di Gianfranco Fini. I due personaggi non possono che essere agli antipodi. Tremonti conosce infatti molto bene i meccanismi dell’economia e i reali rapporti di forza sullo scenario internazionale ma per il suo compito antipatico di aggiustare i conti e tagliare le spese non può contare su una grande popolarità. Fini al contrario, pur non avendo grandi competenze specifiche, può contare su una indubbia forza mediatica.
L’ultima occasione di scontro tra i due è recente ed è stata offerta da un “papello”, per dirla alla Riina, che ha incominciato a circolare nei Palazzi romani. Un documento, di autore ufficialmente sconosciuto, nel quale si attacca senza mezzi termini le misure di politica economica, in particolare quelle fiscali, del tributarista di Sondrio imprestato alla politica, sminuendone gli effetti positivi che dovrebbero avere sull’economia nazionale. Se in un primo tempo i sospetti sull’autore del documento si erano abbattuti su Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo, un altro politico ed economista è finito con maggior forza nella lista dei candidati, e cioè Mario Baldassarri di AN. Tremonti sospetta che in questa fase gli attacchi che gli vengono rivolti non siano determinati da una lotta nella maggioranza per una diversa allocazione delle risorse a questo o quel ministero e quindi indirettamente alle clientele di questa o quella componente del PdL. Il ministro pensa invece di stare scontando tutte le bordate che nel passato recente ha tirato contro le banche, contro la Banca d’Italia e contro la categoria degli economisti da lui invitati a tacere per qualche anno visto che non erano stati capaci di prevedere la tempesta finanziaria che si stava per abbattere sui mercati finanziari e di riflesso sull’economia reale. A muovere gli autori o l’autore del “papello” ci sarebbe quindi una sorta gioco di sponda per ottenere il gradimento, qualcuno spera anche favori, da parte di Via Nazionale e del sistema bancario nel suo complesso. Due soggetti in Italia quasi intoccabili ma che Tremonti non aveva esitato a mettere sotto accusa. La Banca d’Italia per non avere esercitato il dovuto monitoraggio sui mercati e segnalare che il sistema bancario internazionale si era indebitato in maniera indecente per sostenere le proprie speculazioni. E che quindi Draghi non si poteva ergere a primo della classe. Le banche invece perché, per rientrare dei propri debiti causati da investimenti sbagliati e da speculazioni varie, continuano a praticare una stretta creditizia che penalizza le famiglie e le piccole e medie imprese e che non tocca la grande industria come la Fiat. Due iniziative giudicate imperdonabili da settori della maggioranza che vogliono mantenere rapporti idilliaci con questi due “poteri forti”, i veri padroni del Paese, e rafforzarli nell’ottica del dopo Berlusconi. Un altro elemento ha contribuito poi ad alimentare gli attacchi a Tremonti. Ed è quello della sua presa di posizione in difesa del posto fisso come elemento di stabilità e di coesione sociale. Una iniziativa imperdonabile per i neo-liberisti ex statalisti del centrodestra che come tutti i neoconvertiti sono più realisti del re e smaniano per il Libero Mercato, per l’assenza dello Stato e per un mercato del lavoro all’insegna della flessibilità, del precariato e dei premi di produzione. In altre parole del cottimo.

Fonte: Rinascita.info

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INNSE. Vittoria dei lavoratori e occasione persa per la socializzazione

Posted in Attualità on 14 agosto 2009 by europanazione

innse

di Giorgio Ballario

E così gli operai della Innse di Milano ce l’hanno fatta. Quella che sembrava una protesta anacronistica, un residuo del passato, una cronaca uscita da giornali polverosi e dai tg in bianco e nero degli anni Settanta, alla fine si è rivelata una strategia vincente. Anche in termini di comunicazione, che ormai nell’epoca dell’immagine è diventata componente essenziale di qualsiasi battaglia politica e sociale. I cinque operai appollaiati sulla gru alla fine hanno “bucato” il video più di mille noiosi burocrati sindacali. E assistere a quella scena, più o meno inconsapevolmente, ha spostato l’opinione pubblica in favore della loro battaglia. Costringendo politici e sindacalisti ad andar loro dietro. E’ stato importante anche il ruolo dei sindacati, non si può negare. Soprattutto della Fiom Cgil. Ma si è avuta l’impressione che la Triplice sia stata un po’ forzata ad inseguire la lotta spontanea dei lavoratori Innse, quasi scavalcata da questa curiosa protesta mediatica, a metà strada fra il reality televisivo e la forma di scontro sindacale alla Ken Loach.

Naturalmente l’esempio della Innse ha già fatto scuola. Nei giorni scorsi si sono fatti sentire anche i lavoratori della Cim di Marcellina, pochi chilometri da Roma, dove in sette sono saliti su un ballatoio a 40 metri d’altezza. Il rischio, però, è che l’emulazione alla fine scateni l’indifferenza. Nella società dell’immagine e della televisione tutto invecchia precocemente e per mantenere la prima pagina occorre inventarsi sempre qualcosa di nuovo. Alla decima protesta operaia in cima alla gru, niente più facile che i mass-media spengano i riflettori e i sindacati istituzionali se ne lavino le mani, magari tirando persino un sospiro di sollievo per il fallimento di queste forme di lotta un po’ troppo dirette, dove la mediazione di Epifani & Co. rischia di diventare superflua.

Comunque gli operai milanesi hanno vinto ed è la cosa più importante. La fabbrica non chiuderà e loro manterranno il posto di lavoro. Ma c’è un aspetto che vale la pena di sottolineare. I lavoratori hanno vinto, ma la via di salvezza della Innse è stata trovata all’interno delle solite logiche imprenditoriali: è spuntato un altro gruppo industriale interessato a rilevare uno stabilimento – non dimentichiamo – sostanzialmente sano e in grado di produrre utili. In una situazione più compromessa forse un compratore non sarebbe venuto fuori così facilmente. In tal caso, che cosa sarebbe successo? I macchinari sarebbero stati venduti, l’area della fabbrica riutilizzata per speculazioni edilizie e i lavoratori, ben che andasse, rottamati con le solite formule degli ammortizzatori sociali.

Eppure nei primi giorni, quando la soluzione sembrava ancora lontana, un’alternativa si era fatta strada. Un’alternativa vera, verrebbe da dire culturale prima ancora che economica. All’inizio si era parlato apertamente di fabbrica autogestita. “L’azienda è sana e le commesse ci sono – avevano detto gli operai – La mandiamo avanti noi”. Un’eresia, in questi tempi di turbocapitalismo ultraliberista, sia pure un po’ declinante. Infatti nessuno ci ha prestato attenzione e alla fine la soluzione più classica ha accontentato – e rassicurato – tutti.

Ma l’ipotesi dell’autogestione non è così campata per aria. Intanto perché ci sono degli esempi concreti, soprattutto in Argentina, di realtà produttive gestite dai lavoratori che riescono a ritagliarsi piccoli ma significativi spazi di mercato; e poi perché in Italia il modello è addirittura codificato in legge dello Stato, la 49/85 chiamata anche “legge Marcora”. E’ una norma che disciplina e promuove l’attività cooperativa, ma c’è anche un capitolo preciso relativo all’istituzione e al funzionamento del fondo speciale per gli interventi a salvaguardia dei livelli di occupazione. Tale strumento permette ai lavoratori provenienti da imprese che hanno cessato l’attività, di costituire cooperative di produzione e lavoro o sociali beneficiando di una partecipazione minoritaria al capitale e di un finanziamento da parte di una finanziaria creata appositamente dalle Centrali Cooperative. Insomma, non è proprio una legge sull’autogestione ma siamo lì…

«Se in Argentina ci fosse una legge Marcora – diceva al Manifesto del 21 aprile 2007 José Abelli, presidente del Movimiento Nacional de Empresas Recuperadas (Mner) – molte imprese recuperate, che oggi si trovano in situazione precaria riguardo la proprietà, spesso con l’esproprio transitorio, avrebbero una sicurezza giuridica e la possibilità concreta di svilupparsi più agevolmente da un punto di vista economico. Abbiamo bisogno di un fondo pubblico al posto dell’assistenzialismo. Abbiamo bisogno di finanziamenti che ci permettano di negoziare l’acquisto a prezzi d’asta. In questo senso il modello italiano ci è di grande aiuto». Dopo la grande crisi finanziaria dell’inizio degli anni 2000, un’Argentina in ginocchio ha scoperto questo nuovo modello produttivo, che ha consentito a centinaia di imprese e migliaia di lavoratori di sopravvivere al crollo del sistema neoliberale.

Dall’esperienza delle prime fabbriche occupate e mandate avanti dai lavoratori è poi nato un movimento più vasto, che ha messo in rete e sostenuto questi veri e propri esempi di autogestione produttiva. Oggi il Movimiento Nacional de Empresas Recuperadas (Mner), coordina l’attività di 200 fabbriche, medie o piccole e in assestamento, con un fatturato di circa 200 milioni di dollari.

Ecco come Abelli descrive l’intervento che ha portato al salvataggio della Zanello, la più importante fabbrica argentina di trattori: «Dopo il fallimento abbiamo invitato dirigenti e ingegneri a far parte del nostro progetto. Era imprescindibile: un trattore ha 1.700 componenti. Comunque anche questa non è una società di capitali ma di lavoro, di conoscenze, di saperi. Il 33% del capitale è dei concessionari, una rete di 40 negozi che gestiva la distribuzione ed erano anche loro in gravi difficoltà; il 33% è dei dirigenti (ingegneri, avvocati, ragionieri); un altro 33% è dei lavoratori organizzati in cooperativa e l’1% è del municipio di Las Varillas, dove ha sede la fabbrica. Questo accordo è stato sancito a dicembre 2000, un anno prima della sommossa. Abbiamo incominciato a produrre il 14 febbraio con un trattore che ci avevano dato in prestito. Siamo ripartiti con 60 operai, di cui 40 avevano il «privilegio» di ricevere un sussidio di disoccupazione, che all’epoca era di 150 pesos (35 euro) e altri 20 non prendevano nulla perché non c’era nulla da prendere. Con il prodotto della vendita del primo trattore ne sono stati fatti altri due e così alla fine dell’anno erano stati venduti 280 trattori e a lavorare erano 180 operai. Oggi Zanello ha 380 lavoratori che di media percepiscono il 20% in più di quanto si guadagna tra i metalmeccanici: 2.200 pesos (550 €) come stipendio base. Recentemente è stato siglato un accordo con il Venezuela per la vendita di 2000 trattori. Anche se non mi piace la parola, devo dire che è un grande successo».

Roba da far luccicare gli occhi ai teorici della “terza via”… Ma in Italia qualcuno avrebbe il coraggio di proporre una soluzione di questo tipo per i lavoratori delle aziende in fallimento? Di certo non i sindacati tradizionali, arroccati sulle loro rendite di posizione prima ancora che mentalmente incapaci di pensare a progetti alternativi in campo di modelli economici. E neppure i partiti di sinistra, con le frange estreme proiettate verso battaglie di retroguardia o puramente ideologiche e il Pd che ormai rappresenta gli interessi dei dipendenti statali e del grande capitale più che quelli dei ceti produttivi. Nel Pdl si potrebbe immaginare un certo interesse da parte dell’ala tremontian-sacconiana, ma nella realtà sembra prevalere la tutela di altre categorie più “remunerative” da un punto di vista elettorale. Resterebbe la Lega Nord: vero partito popolare e interclassista, spesso accomuna nel suo progetto fasce economiche e sociali molto differenti fra loro; ma sembra carente sul versante dell’elaborazione teorica di modelli alternativi al liberal-capitalismo.

Così autogestione, fabbriche recuperate e legge Marcora sono parole destinate a rimanere confinate nel mondo ristretto degli studiosi di gestione aziendale. Anche se è facile prevedere che nei prossimi mesi i casi come quelli della milanese Innse si ripeteranno alla noia. E non sempre salterà fuori un salvatore a comprare l’azienda in fallimento.

Fonte: Fondo Magazine

Leoni contro iene

Posted in Attualità on 21 aprile 2009 by europanazione

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di Angelo Mellone

Fallito il tentativo di offensiva istituzionale appresso ai santorismi vari, ci si poteva aspettare che una qualche vampata di polemica politica entrasse nelle opere di soccorso ai terremotati abruzzesi. E la polemica difatti è arrivata, entrando da una porticina solo apparentemente secondaria, e vedremo il perché.
La Stampa di ieri offriva questo titolo: “No ai volontari in camicia nera”. Avvertenza per i lettori che non hanno letto di prima mano l’articolo: non si tratta di un pezzo sull’arruolamento nella campagna di Etiopia, nella divisione Littorio durante la guerra civile spagnola o nelle file dei cristiano-maroniti al tempo del conflitto libanese, ma di un reportage da Poggio Picenze, paese abruzzese dove i ragazzi di Casa Pound, centro sociale romano “di destra”, hanno piantato le tende per portare aiuti alla popolazione. La destra radicale che fa volontariato appare un controsenso agli occhi del cronista, direbbe il Blasco che «non sta bene non si fa», si esce troppo dal seminato degli stereotipi, e allora bisogna darsi da fare per trovare qualche indignato a puntino del fatto che «militanti in giacca nera» raccolgano e distribuiscano pannolini, cibo e vestiti. Così, fermandosi al titolo, per un brutto gioco ideologico, sembra quasi che se da destra si fa operosità sociale, gli aiuti si trasformano crudelmente nella loro degenerazione, il pane diventa pane nero, il caffè diventa ciofeca, i giocattoli manganelli, le tende alcove, il cioccolato un surrogato autarchico, i vestiti di cotone si fanno di ortica o canna, le razioni prendono la forma di tessere annonarie.
Dal tono del pezzo pare che ci sia un paese in rivolta, o perlomeno a disagio, abbarbicato sullo steccato del conflitto politico per una presenza politicamente poco gradita. Ma sentite cosa dice il vicesindaco di Poggio Picenze, Angelo Taffo, esponente di una lista civica dove convivono centrodestra e centrosinistra, quando gli mostri il servizio: casca dalle nuvole per un racconto «totalmente falso». È tutto l’opposto, dice lui: «I paesani sono tutti entusiasti del lavoro di questi ragazzi, davvero encomiabile, non solo qui ma anche negli altri punti di smistamento che gestiscono. Loro stessi hanno raccolto una quantità enorme di aiuti, e tengono una precisa contabilità dei rifornimenti che aiuta a prevenire i pochi “furbi”. Io non sapevo neanche cosa fosse Casa Pound, sono arrivati e non hanno mai smesso di lavorare. Altro che criticarli, ci sarebbe da dargli la cittadinanza onoraria… ».
Dunque, conviene chiudere qui una questione che odora di frusti retropensieri. È che la porticina della querelle paraideologica si spalanca su un’altra verità. I racconti politicamente unilaterali dell’Italia buona, giusta e tanto progressista, della sola sinistra giovanile e sindacale che si mobilita per la solidarietà, nello stile dell’epopea dell’alluvione fiorentina secondo Marco Tullio Giordana, in Abruzzo non funzionano più, perché tagliano fuori una parte della storia, perché dimenticano una parte preziosa della meglio gioventù che si è rimboccata le maniche tra i detriti, lavorando col sorriso a bocca chiusa, senza cercare la facile pubblicità delle sale stampa.
Dei centri sociali “non conformi” romani, che hanno popolato la Capitale di punti di raccolta col tricolore, c’è anche il Foro 753. Ma al di là di qualche sigla eclatante da sfruttare, per titolo a effetto sghembo, c’è un fenomeno più vasto e più profondo, silenziosamente profondo, di associazionismo e volontariato che nasce a destra ma non porta insegne di partito o militanza. Questo ambiente umano si è mobilitato con una forza inedita che supera di molto per intensità le memorie passate dei camion partiti venti anni fa o poco meno alla volta di Timisoara o della Croazia. Si sono mossi il MoDaVi, Soccorso Sociale e altre associazioni. I volontari sono arrivati immediatamente da tutta Italia, a decine e poi a centinaia, al servizio di un’opera comune, in raccordo con la Protezione civile e la Croce Rossa, e sono stati capaci di raggiungere in un territorio così vasto anche le frazioni più sperdute e i nuclei familiari più isolati nel loro attaccamento alle radici di una vita. Luca Panariello di Perigeo, una solida esperienza nello tsunami thailandese, elenca 230mila litri d’acqua, 50 tonnellate di generi alimentari e prodotti per l’igiene raccolti davanti al Gran Teatro di Roma e portati fin su a San Demetrio, Paganica o Luccoli, cita il protocollo d’intesa siglato col sindaco piddino di Alba Adriatica per rifornire 6.000 sfollati. Emerge un’agilità decisionale che consente di fare un passo più in avanti rispetto alle grandi organizzazioni. Lo racconta, superando un comprensibile pudore, un giovane esponente del Pdl aquilano, Salvatore Santangelo. Punto di raccordo dei volontari sin dalla mattina della tragedia, ha perso la casa, non la passione civile: «Un evento traumatico come un terremoto spezza vita, distrugge esistenze. In compenso ho assistito a uno sprigionamento inconsueto di energie, alla mobilitazione di centinaia di giovanissimi che ci stanno dando una mano incredibile. Adesso sta a noi la sfida di ricostruire riunendo le nuove tecnologie e la nuova urbanistica, come chiede giustamente Berlusconi, con la dimensione identitaria del popolo abruzzese, l’unico tesoro che il terremoto ha lasciato intatto». In assenza di retoriche, agli antipodi delle solidarietà scagliate comodamente a migliaia di chilometri di distanza, questa storia andava raccontata. Solo per un attimo, però. Adesso lasciateli stare, non puntate teleobiettivi e microfoni, sono tornati a lavorare.

Fonte: ilGiornale

Il Congo e la guerra mondiale in Africa

Posted in Attualità on 4 marzo 2009 by europanazione

tutsi

di Giovanni di Silvestre

Nei mesi scorsi i vari telegiornali e quotidiani riportarono la notizia della ripresa della guerra che da decenni sconvolge la zona dei Grandi Laghi (Burundi, Ruanda, Repubblica Democratica del Congo) e che nel 1994 portò alla “pulizia etnica” più feroce del secondo dopoguerra.

Mentre a Gaza tuona ancora il cannone, la regione dei Grandi Laghi e in particolare il Nord Kivu sono teatro di scontri etnici che coinvolgono anche le nazioni limitrofe e vedono come sfondo il conflitto tra Hutu e Tutsi. La rivalità tra queste etnie risale alla fine dell’Ottocento, durante l’occupazione coloniale da parte del Belgio. Gli invasori secondo l’antico motto romano “divide et impera”, ripartirono in Hutu e Tutsi la popolazione del Rwanda e del Congo, in base al rango sociale e agli aspetti somatici. I Tutsi divennero il braccio politico e militare dei belgi per governare le colonie. Nel periodo precoloniale gli Hutu praticavano l’agricoltura e i Tutsi si dedicavano all’allevamento. Con la colonizzazione avvenne una cristallizzazione delle etnie. Inglesi, francesi, portoghesi, tedeschi, italiani e belgi per facilitarsi il compito di amministrare territori così vasti crearono dei gruppi amici che facessero da tramite.

In Congo i Tutsi furono designati come etnia nobile dominante e fu stabilita una differenza fisica inesistente: secondo i belgi i Tutsi erano più alti, con la carnagione più chiara mentre gli Hutu vennero considerati una razza inferiore e poco intelligente. Negli anni Trenta fu riorganizzata l’amministrazione coloniale e ai Tutsi vennero attribuiti poteri a livello locale che prima della guerra non avevano mai avuto: controllo delle coltivazioni e reclutamento della manodopera. Gli Hutu continuarono a essere discriminati, sfruttati ed esclusi dalle cariche pubbliche.

Nel 1933 venne istituita la carta di identità in cui veniva indicata l’etnia di appartenenza segnando fin dalla nascita la vita dei rwandesi. Quando il Rwanda ottenne l’indipendenza gli Hutu scaricarono la loro rabbia contro i Tutsi che culminò con il massacro del 1962 e in misura maggiore nel 1994 quando in Italia eravamo troppo presi dai Mondiali di calcio mentre in quelle zone i Tutsi venivano massacrati a colpi di kalashnikov e di machete e gettati nel fiume. In soli cento giorni furono uccisi un milione di Tutsi. Da molte parti l’evento fu liquidato come l’ennesimo scontro tribale tra due popoli rivali, il solito massacro causato dalla povertà e dal sottosviluppo. Solo qualche giornale o qualche studioso tentarono un’analisi approfondita dei fatti. In quei giorni non c’erano corrispondenti stranieri che raccontarono al mondo il dramma perché tutti gli occidentali (giornalisti, diplomatici e operatori dell’Onu) erano scappati via da Kigali abbandonando quella gente al proprio destino.

Forse se ne parlò quando migliaia di Tutsi scapparono nella Repubblica Democratica del Congo: allora si cominciò a parlare di emergenza profughi e si paventò il pericolo di epidemie, ma nessuno si chiese perché così tanta gente fuggiva dal proprio paese. Gli Hutu formarono delle milizie paramilitari chiamate FDLR (Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda), che nel 1998 commisero un altro massacro di Tutsi. Da questi fatti si scatenò la “Guerra Mondiale Africana”, che terminò nel 2003 e vide coinvolte otto nazioni africane, tra cui il Congo, il Rwanda, il Burundi, l’Uganda, l’Angola e lo Zimbabwe e 25 gruppi armati attivi ancora oggi.

Al termine della guerra il Nord Kivu fu occupato dai ribelli creando momenti di tensione e di guerriglia. La situazione sembrò normalizzarsi all’inizio dello scorso anno quando vista l’impossibilità da parte dei governativi di sconfiggere i ribelli si giunse alla firma di un accordo di pace, ma nonostante la presenza dei Caschi Blu dell’Onu gli scontri sono continuati.

Negli ultimi mesi dello scorso anno la situazione si è venuta nuovamente degenerando quando Rwanda e Burundi appoggiarono gli attacchi delle formazioni paramilitari Hutu, accusando il Congo di sostenere i responsabili del genocidio del Rwanda.

Gli scontri sono ripresi intorno alle città di Goma (Congo) e Giseny (Rwanda). L’escalation militare ha portato a episodi di violenza e di saccheggio coinvolgendo la popolazione civile che ha abbandonato le città cercando rifugio nei campi profughi. In questo momento migliaia di persone sono alla fame. Attualmente questa è la situazione sul campo anche se di notizie non ne arrivano più. Ma questa guerra tra Hutu e Tutsi è una guerra etnica? In realtà ci sono altri interessi legati alla nostra economia.

Sappiamo che il Congo è ricco di risorse naturali: nobio, cobalto (essenziale per le industrie nucleari, aerospaziali e per la difesa), diamanti, stagno, oro, rame, petrolio, carbone, uranio e zinco senza contare le immense risorse di legno e cacciagione. Ma la risorsa più importante è il coltan, indispensabile per la costruzione dei cellulari. Da questo emerge che coloro che soffiano sul fuoco sono le multinazionali che operano in questi settori ed è per questo che tutte le missioni ONU non hanno risultato. Per le multinazionali è più conveniente un Congo dilaniato dalle guerre civili e ricattabile invece di una nazione unita e pacificata. Di recente il governo cinese ha stipulato un accordo con la Repubblica Democratica del Congo per lo sfruttamento dei giacimenti. Pechino si è assicurata l’estrazione di 10,6 tonnellate di coltan e 626 tonnellate di cobalto in cambio di un moderno sistema autostradale, il costo di questa operazione si aggira intorno ai 9 miliardi di dollari.

Intanto un milione di persone vengono massacrate da battaglie, vendette, saccheggi e incendi. I numeri di questa catastrofe parlano chiaro: 50 mila sfollati, 75 mila accampati in capanne di fortuna e circa 100 mila persone che vagano tra nella foresta e hanno fame.

Il Kivu torna ad essere dilaniato da una guerra senza fine. La comunità internazionale cerca di reagire cercando il negoziato ma sul terreno la situazione è drammatica. Unione Europea, ONU, Francia e Gran Bretagna chiedono al Rwanda e al Congo l’applicazioni degli accordi già firmati in precedenza.

Ma io mi domando se la strada da seguire non sia un’altra. Alcune associazioni chiedono la creazione di un osservatorio internazionale sulle concessioni minerarie e di legname alfine di arrivare ad accordi legali e trasparenti permettendo alla popolazione di godere del frutto di queste ricchezze. Il problema è che dietro il Kivu e in particolare il coltan si nascondono gli interessi della geopolitica globale.

Proprio quando la Repubblica Democratica del Congo tentava la strada della stabilizzazione e della ricostruzione quello che sta avvenendo in Kivu mi offende come uomo, come europeo e come cattolico e come offende me offende tutta l’umanità intera. Il grande spirito e la fede di questo popolo mi spinge a sostenerlo e spero con tutto il cuore in un processo di riconciliazione e perdono reciproco che porti alla pace.

Fonte: Fondo Magazine di Miro Renzaglia

Le conclusioni di Davos

Posted in Attualità on 4 marzo 2009 by europanazione

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di Gianpaolo Cufino

La reazione indignata turca verso l’aggressione a Gaza di Israele minaccia di indebolire seriamente una decade di strette relazioni tra le due nazioni, coinvolgendo in particolare il settore della difesa e i rapporti diplomatici.
Il massacro sionista dei 22 giorni ha fatto scoppiare proteste in tutta la Turchia e ha attirato le accuse di atrocità dal governo di tendenza islamica del primo ministro Erdogan. E la rabbia turca è scoppiata sul palco mondiale il 29 gennaio, quando Erdogan ha rivolto delle dure accuse al presidente israeliano Shimon Peres al World Economic Forum a Davos, in Svizzera.
“Quando si arriva all’assassinio, tu lo sai troppo bene” aveva pronunciato Erdogan dopo che Peres, puntando il dito contro di lui, aveva detto che la Turchia avrebbe fatto lo stesso se dei razzi fossero stati sparati su Istanbul, tutto ciò riportato dall’Agence France-Press.
Gli analisti della difesa dissero che le tensioni politiche avrebbero portato i nuovi accordi sull’industria militare in un periodo di stallo.
“Dopo quello che è successo nelle scorse settimane, Turchia e Israele non possono continuare gli affari come al solito. E se possano tornare agli affari come prima a quel punto dipenderà dalla loro abilità di ristabilire le relazioni danneggiate”, queste le parole di un analista di Ankara.
I militari turchi stanno già lavorando per riparare la frattura. Il generale Metin Gurak, portavoce dello Stato Maggiore turco, aveva detto il 30 gennaio: “In tutti i legami militari bilaterali che la Turchia sta conducendo con tutte le altre nazioni, il principio è l’agire in linea con i nostri interessi nazionali”.
Dopo decenni di relazioni inerti, Israele e Turchia diedero inizio a una collaborazione strategica a metà degli anni ‘90, inclusa la cooperazione tra le industrie militari e di difesa. Durante i 10 anni passati, le compagnie israeliane hanno vinto contratti turchi per migliorare gli americani F-4E e gli F-5 da combattimento e i carri M60, in aggiunta a dozzine di affari più piccoli, che hanno reso Israele uno dei più grandi fornitori di armi alla Turchia. Con lo sviluppo dell’intesa militare i piloti israeliani sono arrivati a condurre esercitazioni nella Turchia centrale, e la marina israeliana, turca e statunitense tengono esercitazioni congiunte nel Mediterraneo orientale.
Il governo di Erdogan ha mediato per i negoziati indiretti di pace tra Israele e Siria, un processo caduto attualmente in stallo a causa dell’invasione di Gaza.
Non tutti gli ufficiali turchi hanno preso una posizione così dura come il presidente turco Abdullah Gul, che ha detto dell’attacco a Gaza, “Cosa Israele ha fatto è nient’altro che atrocità”. Il 26 gennaio, il ministro degli esteri turco Ali Babacan esortava Hamas a disarmare, e ha chiamato le relazioni con Israele “strategiche”.
Ma gli osservatori filo-occidentali vedono delle potenziali difficoltà in futuro.
“C’è una seria mancanza di fiducia tra Israele e gli ebrei americani da una parte e la Turchia dall’altra, e se questa situazione non viene risolta piuttosto alla svelta, potrebbe portare a un deterioramento durevole dei rapporti”, ha detto Bulent Alizira, direttore del Progetto turco al Center for Strategic and International Studies, un think tank di Washington.
La “campagna” di 23 giorni di Israele a Gaza ha causato più di 1400 palestinesi uccisi, di cui quasi la metà bambini e altri civili, mentre dall’altra parte solo tre civili israeliani hanno trovato la morte e dieci soldati israeliani sono stati uccisi in azione.
L’operazione militare ha fatto scoppiare proteste in tutto il mondo musulmano, ma forse da nessuna parte c’è stata una reazione pubblica così forte come in Turchia, dove i dimostranti in dozzine di raduni hanno richiesto la solidarietà nazionale per la Palestina e la cancellazione degli accordi di difesa con Israele.
A Davos, Erdogan aveva criticato il pubblico costituito da funzionari internazionali e da dirigenti industriali per aver applaudito la difesa emotiva di Peres della guerra di Israele contro i radicali palestinesi di Hamas che governano Gaza, sempre secondo l’Agence France-Press.
Ma quando il moderatore tagliò le osservazioni di Erdogan, il primo ministro turco si rivolse direttamente al Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon e agli altri membri dello staff, lamentandosi che non gli era stato permesso di completare le sue considerazioni.
Migliaia di turchi accolsero quindi Erdogan come un eroe all’aeroporto di Istanbul dove atterrò di ritorno da Davos.
Il giorno seguente, l’ambasciatore di Israele in Turchia, Gaby Levy, disse ai giornalisti che Israele e Turchia non erano d’accordo su Hamas e Iran, ma che le relazioni tra le due nazioni sarebbero rimaste a posto.
Il Dipartimento di stato americano disse il 30 gennaio che voleva vedere buone relazioni tra Israele e Turchia.
“Turchia e Israele sono alleati importanti per gli Stati Uniti, e sono attori chiave nella regione. E così è importante che abbiamo buone relazioni di collaborazione tra tutti i vari attori chiave nella regione”, commentava il portavoce del Dipartimento di Stato Robert Wood.
Ma le organizzazioni ebraiche americane sono state chiare nel criticare Ankara, dicendo che le dure osservazioni su Israele di Erdogan e di altri funzionari turchi sono state la causa del crescente antisemitismo in Turchia.
“I nostri amici ebrei in Turchia si sentono assediati e minacciati. Un nesso è chiaramente percepito tra l’incendiaria denuncia di Israele da parte dei dirigenti turchi e l’ascesa dell’antisemitismo”, hanno detto i capi dei cinque maggiori gruppi ebraici americani in una lettera congiunta mandata a Erdogan il 21 gennaio.
Hanno anche riportato la notizia che il consolato di Israele a Istanbul è stato assediato dai dimostranti, e una sinagoga nella città occidentale di Izmir è stata deturpata insieme a minacce contro gli ebrei.
La lettera è stata firmata da David Harris, direttore esecutivo dell’American Jewish Committe; Abraham Foxman, direttore nazionale dell’Anti-Defamation League; Daniel Mariaschin, vice presidente esecutivo del B’Nai B’rith International; Malcolm Hoenlein, vice presidente esecutivo della Conference of Presidents of Major American Jewish Organizations; e Thomas Neumann, direttore esecutivo del Jewish Institute for National Security Affaire (JINSA).
“Noi siamo in disaccordo con la veduta del vostro governo sulla situazione nella Striscia di Gaza e consideriamo le vostre dichiarazioni eccessivamente dure. Noi crediamo fermamente che la responsabilità del conflitto spetti esclusivamente al gruppo terrorista di Hamas, e che Israele è autorizzato, anzi obbligato, a esercitare il suo diritto all’autodifesa”, dice la lettera.
In precedenza, il JINSA aveva affermato che Hamas era una semplice spalla dell’Iran, e aveva denunciato la posizione di Erdogan sulla crisi di Gaza come filo-iraniana.
Israele e Stati Uniti vedono Hamas come un gruppo terrorista, mentre la Turchia dice che Hamas ha vinto regolarmente le elezioni palestinesi e dovrebbe essere incluso nei colloqui di pace.
I fatti di Gaza oltre ad aver causato un temporaneo raffreddamento nei rapporti turco-israeliani stanno anche provocando una spaccatura nella società turca, dove governo e opinione pubblica sono dichiaratamente dalla parte palestinese, mentre il governo ombra militare e laicista ha tutto l’interesse a mantenere i rapporti strategici con Israele e Stati Uniti.
L’intervento delle cinque più influenti lobbie ebraiche e sioniste americane la dice lunga sulla “gravità” del comportamento di Erdogan; alle solite accuse di aver fomentato la crescita dell’antisemitismo in Turchia, grazie alle critiche rivolte esclusivamente all’entità sionista e non al popolo ebraico, si è giunto a coinvolgere, anche se indirettamente, l’Iran come padre-padrone di Hamas e nuovo futuro alleato della Turchia.
Il gioco è ormai scoperto: antisionismo=antisemitismo, Iran paese antisemita, quindi chi critica Israele è automaticamente filo-iraniano.
Ma i fatti parlano chiaro; il primo ministro di uno dei più forti “amici” di America e Israele ha osato denunciare i crimini sionisti a Gaza durante uno dei massimi consessi internazionali. Ora le conseguenze potrebbero essere la nascita di un forte braccio di ferro interno alla Turchia tra popolo e governo da una parte e apparato militare dall’altra. Ma la pressione internazionale delle lobbie sioniste americane fanno decisamente pendere l’ago della bilancia dalla solita parte, la parte del “nemico dell’uomo”.

Fonte: Rinascita

Tariq Aziz assolto. Giustamente

Posted in Attualità on 4 marzo 2009 by europanazione

aziz

di Alessia Lai

Due anni fa, quando già erano trascorsi tre anni dalla sua arbitraria detenzione, Tariq Aziz era stato definito da padre Jean Marie Benjamin “un uomo sotto sequestro”.
Il vicepresidente iracheno, ieri, è stato assolto dal tribunale speciale di Baghdad nel processo che lo vedeva imputato per i cosiddetti “Fatti della preghiera del venerdì”, quando, nel 1999, dei militanti sciiti vennero uccisi dopo essere scesi in strada per protestare contro la morte dell’imam Muhammad as-Sadiq as-Sadr e di suo figlio, uccisi il 10 febbraio di quell’anno.
A fine gennaio del 2007 Padre Benjamin, segretario generale della Fondazione Beato Angelico ed ex funzionario dell’Onu, in una conferenza stampa tenuta nella sede del Senato ricordò le parole con le quali, quattro anni prima, Tariq Aziz presagì il futuro dell’Iraq.
Il vicepresidente si era recato al Vaticano per chiedere a Karol Woytila di intervenire al fine di scongiurare l’aggressione statunitense contro il suo Paese: “Ho ripetuto al santo padre che non abbiamo le armi di distruzione di massa – disse l’allora vicepremier iracheno a padre Benjamin– ci faranno disarmare del poco che abbiamo e poi ci attaccheranno per distruggerci”. Aveva ragione.
Due anni fa, poche settimane dopo la barbara esecuzione di Saddam Hussein, Tariq Aziz si trovava in carcere, in una stanza di tre metri per tre, diabetico, malato di cuore, dopo aver perso 25 chili dal giorno in cui quasi quattro anni prima, scovato, si consegnò alle forze Usa.
Le accuse mosse ad Aziz, mosse dallo stesso tribunale-fantoccio che processò e condannò a morte il presidente dell’Iraq, riguardavano non meglio specificati “ fatti del 1991”, “il Quwait”, “violazioni dei diritti umani”, “malversazione del patrimonio nazionale”.
Imputazioni generiche chr fino al 2007 non avevano dato origine ad un processo e che forse sono oggi alla base della prima assoluzione di Aziz. Nonostante si vociferi di un imminente rilascio dell’ex vicepresidente iracheno c’è ancora un processo a suo carico e, come sottolineato da Padre Benjamin “c’è anche un problema di sicurezza da tenere presente in vista di un’eventuale scarcerazione”.
Ancora oggi, comunque, quest’uomo si trova ingiustamente imprigionato, da sei anni senza la possibilità di vedere i propri familiari, di scrivere loro delle lettere, di leggere libri o guardare la televisione, di poter conferire con il proprio legale (quando gli viene permesso) senza la costante presenza di uomini della Cia.
Palesi violazioni, da parte di Iraq e Stati Uniti, degli articoli 9 e 14 della Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici sottoscritta nel 1966, tra gli altri, anche da Usa e Iraq e riconosciute qualche anno fa anche dalla Commissione per i diritti Umani dell’Onu.
Tariq Aziz è “un uomo innocente, che sta morendo in carcere” ha affermato ieri padre Benjamin, che in tutti questi anni non ha mai smesso di battersi per la sua liberazione. È convinzione dell’ex funzionario Onu che sulla sentenza del tribunale iracheno abbiano “influito numerosi fattori”. “Determinanti sono state le pressioni fatte da oltre 150 avvocati di tutto il mondo. E poi anche il lavoro fatto presso la Commissione Onu dei diritti umani a Ginevra, a cui è stato presentato un rapporto che sostiene la tesi di una detenzione arbitraria” di Tariq Aziz. Ma più di tutti, ha precisato padre Benjamin, sarebbe “ stata determinante l’elezione di Obama”, la cui amministrazione intenderebbe scrollarsi di dosso “il ricordo tragico di Abu Ghraib”, opera della precedente gestione Bush.
Gli statunitensi “mostrano rispetto nei confronti di un uomo, Tariq Aziz, che merita tutto questo per la sua cultura e per la sua moderazione”, ha aggiunto padre Benjamin.
Intanto, secondo il portavoce del governo iracheno, Ali Aldabbagh, l’assoluzione di Tariq Aziz dimostrerebbe non certo la mancanza di fondatezza delle accuse fatte al politico iracheno ma “la piena indipendenza” di una corte, il Tribunale speciale iracheno, costituito nel dicembre 2003 dal volere politico nordamericano attraverso la Coalition provisonal authority, la Cpa guidata da Paul Bremer, e mantenuto intatto, in spregio di qualsiasi principio di diritto internazionale, dai successivi governi-fantoccio iracheni.

Fonte: Rinascita

Il Discorso

Posted in Attualità on 3 febbraio 2009 by europanazione

putinex

Gentili colleghi, signore, signori, buonasera.

Vorrei ringraziare gli organizzatori del forum di avermi dato questa opportunità di condividere con voi i miei pensieri e le mie opinioni sullo sviluppo economico globale, e di discutere i nostri progetti e le nostre proposte.

Oggi il mondo sta affrontando la prima crisi economica veramente globale, che sta continuando a svilupparsi a ritmi mai visti prima.

La situazione attuale viene spesso confrontata con la Grande Depressione dei tardi anni ’20 e dei primi anni ’30. E’ vero, ci sono delle somiglianze. Tuttavia, ci sono anche delle differenze sostanziali. In questi tempi di globalizzazione, la crisi avuto effetto su tutti. Indipendentemente dai loro sistemi politici o economici, tutte le nazioni si sono ritrovate sulla stessa barca.

C’è un certo concetto, detto la “tempesta perfetta”, che denota una situazione nella quale le forze della Natura convergono tutte in un punto dell’oceano, e aumentano il loro potenziale distruttivo, moltiplicandolo. Sembra proprio che la crisi dei nostri giorni ricordi una “tempesta perfetta” di questo genere.

Le persone responsabili e bene informate devono prepararsi ad essa. Tuttavia, il suo modo di manifestarsi è sempre violento e inaspettato.

E la situazione attuale non fa eccezione. Anche se la crisi stava semplicemente aleggiando nell’aria, la maggioranza ha lottato per avere la sua parte della torta, fosse un solo dollaro o un miliardo, rifiutandosi di vedere l’onda lunga che avanzava.

Negli ultimi mesi, praticamente ogni discorso che è stato fatto su questo tema è iniziato con una critica verso gli Stati Uniti. Tuttavia, io non farò niente del genere.

Mi limiterò a ricordarvi che appena un anno fa i delegati americani che parlarono da questo podio, enfatizzarono la fondamentale stabilità dell’economia americana, e le sue radiose prospettive. Oggi, le banche di investimento, l’orgoglio di Wall Street, hanno praticamente cessato di esistere. In soli 12 mesi hanno riportato perdite superiori a tutti i profitti fatti nei 25 anni precedenti. Questo esempio da solo riflette la situazione reale meglio di qualunque critica.

È venuta l’ora di scelte illuminate. Dobbiamo, con calma e senza compiacimento, determinare le cause primarie di questa situazione e cercare di intravedere il futuro.

Secondo noi, la crisi è stata causata da una combinazione di diversi fattori.

Il sistema finanziario esistente è fallito. Ha contribuito alla crisi un sistema scadente di regole, che non ha saputo prestare attenzione a rischi terribili. Si aggiungano le colossali disparità che si sono andate accumulando nel corso degli ultimi anni. Questo riguarda in primo luogo la sproporzione tra la scala di grandezza delle operazioni finanziarie e quella del valore effettivo dei beni, e in secondo luogo anche quella tra l’aumentato peso dei debiti internazionali e le fonti reali di garanzia.

L’intero sistema di crescita economica, nel quale una regione del mondo stampa denaro senza sosta e consuma ricchezze materiali, mentre un’altra produce beni a basso costo e risparmia denaro stampato da altri governi, ha subìto un’importante battuta d’arresto.

Vorrei anche aggiungere che questo sistema ha lasciato intere regioni, compresa l’Europa, alla periferia dei processi economici globali, e ha impedito loro di adottare delle decisioni chiave in campo economico e finanziario. Inoltre, la prosperità che ne è derivata è stata distribuita in modo estremamente diseguale tra le classi sociali di certi paesi, tra cui alcuni molto avanzati. E questo discorso vale anche per il divario tra paesi e regioni. Ancora oggi, una larga parte della popolazione mondiale non può permettersi un’abitazione confortevole, un’educazione e un servizio sanitario di buona qualità. Anche il tentativo globale di recupero intrapreso negli ultimi anni non è riuscito a cambiare radicalmente questa situazione. E infine, questa crisi è stata causata dalle aspettative eccessive. Gli appetiti finanziari su una domanda in continua crescita si sono gonfiati in modo ingiustificabile. La competizione tra gli indici di borsa e le capitalizzazioni ha iniziato a mettere in ombra la crescita della produttività del lavoro e l’efficienza reale delle imprese.

Sfortunatamente, le aspettative eccessive non sono state un tratto distintivo della sola comunità finanziaria. Hanno dato il via a degli standard di consumo personali in continua crescita, principalmente da parte del mondo industriale. Bisogna che ammettiamo apertamente che una crescita del genere non era sostenuta da un potenziale reale. Tutto questo è corrisposto a una ricchezza che non è stata guadagnata: un prestito che dovrà essere pagato dalla generazioni future.

Questa piramide di aspettative prima o poi sarebbe crollata, E in effetti, è proprio quello che sta succedendo davanti ai nostri occhi.

Stimati colleghi,

Devo dire con dolore che in questi tempi di crisi si sarebbe tentati di prendere delle decisioni semplici e popolari. Tuttavia, se ci limitassimo a curare solo i sintomi della malattia, potremmo trovarci davanti a delle complicazioni assai maggiori.

Naturalmente, tutti i governi nazionali e i dirigenti economici devono prendere decisioni risolute. Tuttavia, è importante evitare di prendere decisioni che rimpiangeremo nel futuro, persino in circostanze di forza maggiore.

È per questo che vorrei per prima cosa parlarvi delle specifiche misure che dovrebbero essere evitate, e che non verranno implementate dalla Russia. Non dobbiamo tornare indietro all’isolazionismo e a un egoismo economico senza freni. Durante il summit del G20 del Novembre 2008, i leader delle più grandi economie del mondo si sono trovati d’accordo nel non creare barriere che impediscano il commercio globale e il flusso di capitali. La Russia condivide questi principi. Anche se un certo protezionismo aggiuntivo sarà inevitabile durante la crisi, tutti noi dobbiamo dimostrare un senso delle proporzioni.
L’interventismo eccessivo nell’attività economica e la fede cieca nell’onnipotenza dello Stato sono altri possibili errori. E’ vero, l’aumentato ruolo dello Stato in tempi di crisi è una reazione naurale ai rallentamenti del mercato. Invece di snellire i meccanismi di mercato, alcuni sono tentati di ampliare al massimo livello possibile l’intervento statale in economia. La concentrazione di beni e capitali in surplus nelle mani dello stato è un aspetto negativo delle misure anti-crisi, presente praticamente in ogni nazione. Nel 20mo secolo, l’Unione Societica rese assoluto il ruolo dello Stato. A lungo andare, questo rese l’economia sovietica totalmente non competitiva. Questa lezione ci è costata cara. Sono sicuro che nessuno vuole vederla ripetersi. Ma non dobbiamo neanche chiudere gli occhi sul fatto che negli ultimi mesi lo spirito della libera impresa, compreso il principio della responsabilità personale per le decisioni prese dagli uomini di affari, gli investitori e gli azionisti, è stato minato. Non c’è ragione di credere che possiamo ottenere risultati migliori passando la responsabilità nelle mani dello Stato. E ancora: le misure anti-crisi non dovrebbero ampliarsi fino a diventare populismo finanziario e rifiuto di mettere in atto politiche macroeconomiche responsabili. La crescita ingiustificata del disavanzo e l’accumulo di debito pubblico sono pratiche altrettanto distruttive delle operazioni di borsa spericolate.

Signore e signori,

Purtroppo finora non abbiamo saputo comprendere la vera scala della crisi in corso. Eppure una cosa è chiara: la grandezza e la scala della recessione dipenderà in gran parte da misure specifiche, ad alta precisione, che dovranno essere promulgate dai governi e dalle comunità finanziarie sulla base dei nostri sforzi coordinati e professionali. Secondo noi, bisogna per prima cosa fare ammenda del passato e mettere le carte in tavola, per così dire. Questo significa che bisogna valutare la situazione reale e mettere per iscritto tutti i debiti che non possono essere onorati e i capitali “cattivi”. È vero, questo sarà un processo estremamente doloroso e spiacevole. Non c’è da pensare che tutti accettino misure simili, molti saranno spaventati per le loro capitalizzazioni, i loro bonus, e la loro reputazione. Tuttavia, se non mettiamo i nostri conti in ordine, “conserveremmo” e prolungheremmo la crisi. Credo che le autorità finanziarie debbano individuare il giusto meccanismo che consenta di annullare i debiti che oggi corrispondono ai bisogni. Secondo, oltre a mettere in ordine i conti, credo sia ora di liberarsi dalla moneta virtuale, dai resoconti gonfiati, e dalle dubbie agenzie di rating. Non dobbiamo alimentare nessuna illusione nel momento in cui si fa una valutazione dello stato dell’economia globale e della situazione reale delle imprese, anche se tali valutazioni vengono fatte da analisti e revisori di primo piano.

In effetti, la nostra proposta implica che la riforma dei sistemi di revisione, di contabilità e di valutazione sia basata su una inversione del concetto fondamentale di risorsa. In altre parole, la valutazione di ogni singola attività commerciale deve essere basata sulla sua capacità di generare valore aggiunto, piuttosto che su idee soggettive. Secondo noi, l’economia del futuro deve diventare un’economia di valori reali. Come fare a arrivare a questo, non è così chiaro. Riflettiamoci insieme.

Terzo. Un’eccessiva dipendenza da una sola valuta di riserva è pericolosa per l’economia globale. Di conseguenza, sarebbe sensato incoraggiare un processo oggettivo che crei diverse valute pregiate forti, nel futuro. E’ giunto il momento di avviare una discussione dettagliata su quali metodi facilitino un passaggio fluido e irreversibile al nuovo modello.

Quarto. Gran parte delle nazioni convertono le loro riserve internazionali in valuta estera e quindi devono essere convinte che essa sia affidabile. Chi emette riserve e conti in valuta estera è oggettivamente interessato al loro utilizzo in altri stati. Questo mette in luce gli interessi reciproci e l’interdipendenza. Di conseguenza, è importante che chi emette in valuta di riserva implementi politiche monetarie più aperte. Inoltre, queste nazioni devono impegnarsi a rispettare regole internazionalmente riconosciute di disciplina macroeconomica e finanziaria. Secondo noi, questa non è una pretesa eccessiva. Allo stesso tempo, il sistema finanziario globale non è l’unico elemento che ha bisogno di riforme. Stiamo affrontando una gamma di problemi molto più vasta. Questo significa che un sistema basato sulla cooperazione tra diversi centri principali deve sostituire il concetto obsoleto di mondo unipolare. Dobbiamo rafforzare il sistema degli organi di controllo internazionali, basato sulla legge internazionale e su un sistema di accordi multilaterali, per prevenire il caos e l’imprevedibilità in un mondo multipolare. Pertanto, è molto importante che riconsideriamo il ruolo delle principali organizzazioni e istituzioni internazionali.

Sono convinto che possiamo costruire un sistema economico globale più equo e efficiente. Ma nell’incontro di oggi è impossibile stilare un piano dettagliato.

Tuttavia, è chiaro che ad ogni nazione deve essere garantito l’accesso alle risorse vitali, alle nuove tecnologie, a alle sorgenti di sviluppo. Quello di cui abbiamo bisogno sono garanzie che possano minimizzare i rischi di crisi ricorrenti. E naturalmente, dobbiamo continuare a discutere di tutti questi problemi, anche nell’incontro del G20 a Londra, che si terrà ad Aprile.

Le nostre decisioni dovrebbero corrispondere alla situazione corrente, e prestare attenzione alle esigenze di un nuovo mondo successivo alla crisi.

L’economia globale potrebbe dover affrontare l’ovvia carenza di risorse energetiche e la minaccia di un futuro dalla crescita contrastata, mentre si cerca di superare la crisi. Tre anni fa, al summit del G8, sollevammo la questione della sicurezza energetica globale. Chiedemmo con forza la condivisione di responsabilità tra fornitori, consumatori e paesi di transito. Crediamo sia giunto il momento di avviare dei meccanismi realmente efficaci che assicurino una tale responsabilità.

L’unico modo per assicurare realmente la sicurezza energetica globale è dare forma all’interdipendenza, che comprende lo scambio di beni, senza alcuna discriminazione o doppio standard. E’ questa interdipendenza che genera la vera responsabilità reciproca.

Sfortunatamente, l’Energy Charter Treaty attualmente esistente non è riuscito a diventare uno strumento funzionante, capace di regolare i problemi emergenti.

Propongo di iniziare la stesura di una nuova cornice legale internazionale per la sicurezza energetica. L’attuazione della nostra iniziativa potrebbe svolgere un ruolo politico comparabile al trattato che creò la Comunità europea del carbone e dell’acciaio. Ciò significa che i produttori e i consumatori sarebbero finalmente legati da un’unica vera alleanza per l’energia basata su fondamenti legali chiari e definiti.

Ognuno di noi si rende conto che le fluttuazioni repentine e imprevedibili dei prezzi energetici sono un colossale fattore di destabilizzazione nell’economia globale. La caduta rovinosa dei prezzi di oggi condurrà a una crescita nel consumo di risorse.

Da un lato, gli investimenti sul risparmio energetico e sulle fonti alternative di energia saranno tagliati. Dall’altro, verrà investito meno denaro nella produzione di petrolio, e questo causerà un’inevitabile contrazione. Tutto ciò, alla fine, si aggraverà fino a un altro scoppio incontrollato di crescita dei prezzi e una nuova crisi.

È necessario tornare a un prezzo bilanciato, basato sull’equilibrio tra domanda e offerta, per scorporare dalla determinazione del prezzo l’elemento speculativo generato dai tanti strumenti finanziari derivativi.

Garantire il transito delle risorse energetiche rimane una sfida. Ci sono due modi di affrontarla, e devono essere usati entrambi. Il primo è rivedere i principi di mercato generalmente riconosciuti che fissano le tariffe sui servizi di transito. Questi principi possono essere registrati su documenti legali internazionali. Il secondo è sviluppare e diversificare i percorsi di trasporto energetici. Abbiamo lavorato molto e a lungo secondo questi criteri. Solo negli ultimi anni, abbiamo implementato progetti simili per i gasdotti Yamal-Europa e Blue Stream. L’esperienza ha dimostrato la loro urgenza e importanza. Sono convinto che progetti come il South Stream e il North Stream siano altrettanto richiesti per la sicurezza energetica dell’Europa. La loro capacità totale è stimata intorno agli 85 miliardi di metri cubi all’anno. Gazprom, insieme ai suoi partner, Shell, Mitsui e Mitsubishi, avvierà presto impianti per la liquefazione e il trasporto di gas naturale prodotto nell’area di Sakhalin. E anche questo è il contributo della Russia alla sicurezza energetica globale. Stiamo sviluppando l’infrastruttura dei nostri oleodotti. La prima sezione del Baltic Pipeline System (BPS) è già stata completata. Essa fornisce fino a 75 milioni di tonnellate di petrolio all’anno, direttamente ai consumatori, tramite i nostri porti dul Mare Baltico. I rischi di transito, in questo modo, sono completamente eliminati. Stiamo attualmente lavorando per progettare e costruire la seconda sezione, il cui volume di produzione è di 50 milioni di tonnellate di petrolio all’anno. Abbiamo intenzione di costruire infastrutture di trasporto in ogni direzione. La prima fase del sistema di oleodotti tra la Siberia orientale e l’Oceano Pacifico è giunta al termine. Il suo punto terminale sarà un nuovo porto petrolifero nella Baia di Kozmina, e una raffineria localizzata nell’area di Vladivostok. Nel futuro, un gasdotto verrà posto a fianco all’oleodotto, verso il Pacifico e la Cina. Mentre mi rivolgo a voi oggi, non posso non citare gli effetti che la crisi globale ha avuto sull’econimia russa. Siamo stati seriamente colpiti anche noi.

Tuttavia, a differenza di tanti altri paesi, abbiamo accumulato vaste riserve, che ampliano le nostre possibilità di attraversare con fiducia il periodo di instabilità globale.

La crisi ha reso più evidenti i problemi che avevamo, e che riguardano l’enfasi eccessiva sulle materie prime nelle esportazioni e nell’economia in generale, e un mercato finanziario debole. La necessità di sviluppare tutta una serie di istituzioni di mercato fondamentali, soprattutto di un ambiente competitivo, è divenuta più acuta.

Eravamo consapevoli di questi problemi e cercavamo di risolverli in modo graduale. La crisi ci sta solo facendo muovere con più decisione verso le priorità stabilite, senza cambiare la strategia stessa, che è quella di effettuare un rinnovamento qualitativo della Russia nei prossimi 10 o 12 anni.

La nostra politica anti crisi ha come scopo il sostegno della domanda interna, la fornitura di garanzie sociali alla popolazione, e la creazione di nuovi posti di lavoro. Come molti altri paesi, abbiamo ridotto le tasse di produzione, lasciando denaro all’economia. Abbiamo ottimizzato le spese statali.

Ma, lo ripeto, oltre a queste misure di prima risposta, stiamo lavorando anche per creare una piattaforma per lo sviluppo post-crisi.

Siamo convinti che coloro che creeranno condizioni attraenti per gli investimenti globali già da oggi, e che saranno in grado di preservare e rafforzare le fonti di energia strategicamente significative, diventeranno i leader del ristabilimento dell’economia globale.

È per questo che tra le nostre priorità abbiamo la creazione di un ambiente economico favorevole e lo sviluppo della competizione; la costituzione si uno stabile sistema di prestiti basato su sufficienti risorse interne; l’implementazione di diversi progetti di trasporto e di altre infrastrutture.

La Russia è già uno dei maggiori esportatori di tutta una serie di derrate alimentari. E il nostro contributo per assicurare la sicurezza alimentare globale potrà solo aumentare.

Stiamo anche sviluppando attivamente i settori innovativi dell’economia. Principalmente, qualli nei quali la Russia detiene un vantaggio competitivo – lo spazio, l’energia nucleare, l’aviazione. In queste aree, stiamo già attivamente stabilendo dei legami di cooperazione con altri paesi. Un’area promettente per unire gli sforzi potrebbe essere la sfera del risparimio energetico.

Consideriamo un più alto grado di efficienza energetica un fattore chiave per la sicurezza energetica e lo sviluppo futuro.

Continueremo le riforme nella nostra industria energetica. L’adozione di un nuovo sistema interno di definizione dei prezzi, basato su tariffe economicamente giustificate .

Questo è importante, anche per incoraggiare il risparmio energetico. Continueremo la nostra politica di apertura agli investimenti esteri.

Credo che l’economia del 21mo secolo sa un economia di persone e non di fabbriche. Il fattore intellettuale è divenuto sempre più importante nell’economia. È per questo che stiamo pensando di studiare il modo per dare alle persone maggiori opportunità di realizzare il loro potenziale.

Siamo già una nazione altamente istruita. Ma c’è bisogno che i cittadini russi ottengano un’educazione aggiornata e della massima qualità, e sviluppino le capacità professionali che sono largamente richieste nel mondo di oggi. Perciò saremo attivi e propositivi nel promuovere programmi educativi nelle specialità più avanzate.

Espanderemo i programmi di scambio tra studenti, organizzeremo stage e aggiornamenti per i nostri studenti presso le principali università e college internazionali, e con le aziende più all’avanguardia. Creeremo condizioni tali che i migliori ricercatori e professori – indipendentemente dalla loro cittadinanza – vorranno venire a lavorare in Russia.

La storia ha dato alla Russia una opportunità unica. Gli eventi richiedono con urgenza che riorganizziamo la nostra economia e che aggiorniamo la nostra sfera sociale. Non abbiamo intenzione di lasciar passare invano questa opportunità. Il nostro paese dovrà uscire dalla crisi rinnovato, più forte e più competitivo.

A parte, mi piacerebbe fare un commento su alcuni problemi che vanno aldilà dell’agenda puramente economica, me che sono tuttavia molto attuali, nella situazione di oggi. Sfortunatamente, sentiamo sempre più spesso l’argomento che l’aumento delle spese militari potrebbe risolvere i problemi economici e sociali di oggi. La logica che sta alla base di questo ragionamento è abbastanza semplice. Stanziamenti aggiuntivi alle spese militari creano nuovi posti di lavoro. A prima vista, questo sembra un buon modo per combattere la crisi e la disoccupazione. Questa politica potrebbe perfino essere piuttosto efficace nel breve termine. Ma nel lungo termine, la militarizzazione non risolverà il problema; piuttosto lo soffocherà temporaneamente. Quello che farà sarà estorcere dall’economia immani risorse finanziarie e non solo, anzichè trovare per esse un utilizzo migliore e più saggio.

E’ mia convinzione che una riduzione ragionevole delle spese militari, soprattutto se accompagnata dall’aumento della stabilità e della sicurezza globale, comporterà certamente vantaggi economici significativi.Mi auguro che alla fine questo punto di vista prevalga ovunque. Da parte nostra, siamo orientati a lavorare intensamente per discutere ulteriori disarmi.

Vorrei anche portare la vostra attenzione sul fatto che la crisi economica potrebbe aggravare le tendenze negative in atto nella politica globale. Il mondo si è recentemente trovato di fronte a ondate di violenza e ad altre azioni aggressive senza precedenti, come l’avventurosa sortita della Georgia nel Caucaso, i recenti attacchi terroristici in India, e l’escalation di violenza nella Striscia di Gaza. Anche se apparentemente non collegati tra di loro, questi sviluppi hanno tuttavia delle caratteristiche comuni.

Prima di tutto, mi riferisco alla incapacità delle organizzazioni internazionali esistenti di fornire una soluzione costruttiva di qualche genere ai conflitti regionali, o una proposta efficace per gli accordi tra etnie e stati. I meccanismi politici multilaterali si sono dimostrati inefficaci quanto i sistemi di controllo economici e finanziari globali. Parlando con franchezza, sappiamo tutti che provocare instabilità militare e politica, causare conflitti regionali e di altro tipo, è un mezzo utile a distrarre il pubblico dai crescenti problemi sociali e economici. Tentativi del genere non possono essere esclusi, purtroppo.

Per impedire questo scenario, c’è bisogno di migliorare il sistema delle relazioni internazionali, e renderlo più efficace, sicuro, e stabile. Nell’agenda globale ci sono molte importanti questioni in cui la maggior parte dei paesi hanno interessi in comune. Tra queste, le politiche anti crisi, gli sforzi congiunti per riformare le istituzioni finanziarie internazionali, per migliorare i meccanismi normativi, garantire la sicurezza energetica, e attenuare la crisi globale degli alimenti, che oggi è una questione estremamente urgente.

La Russia è disposta a dare il suo contributo per affrontare le questioni che hanno priorità internazionale. Ci aspettiamo che tutti i nostri partner in Europa, Asia e America, compresa la nuova amministrazione USA, mostrino interesse a cooperare ulterioriormente in modo costruttivo per gestire tutti questi problemi, e altri ancora. Auguriamo il successo alla nuova squadra.

Signore e signori,

La comunità internazionale sta affrontando una gran quantità di problemi estremamante complicati, che talvolta potrebbero apparire indomabili. Ma, come dice il proverbio, un viaggio di mille miglia comincia con un singolo passo. Dobbiamo trovare un punto di appoggio nei valori morali che hanno assicurato il progresso della nostra civiltà. L’integrità, il lavoro duro, la responsabilità, e la fiducia in sè stessi alla fine ci condurranno al successo. Non dobbiamo disperare. Questa crisi può e deve essere combattuta, anche mettendo in comune le nostre risorse intellettuali, morali e materiali.

Questo tipo di unione di sforzi è impossibile senza la fiducia reciproca, non solo tra gli operatori economici, ma prncipalmente tra le nazioni.

Perciò, trovare questa fiducia reciproca è l’obiettivo chiave sul quale adesso dovremmo concentrarci.

La fiducia e la solidarietà sono la chiave per superare i problemi di oggi, per evitare ulteriori shock, e per raggiungere la prosperità e il benessere in questo nuovo secolo.

Grazie.

Vladimir Putin

Traduzione per EFFEDIEFFE.com a cura di Stefano Brizzi

Fonte: Russia Today