INNSE. Vittoria dei lavoratori e occasione persa per la socializzazione

innse

di Giorgio Ballario

E così gli operai della Innse di Milano ce l’hanno fatta. Quella che sembrava una protesta anacronistica, un residuo del passato, una cronaca uscita da giornali polverosi e dai tg in bianco e nero degli anni Settanta, alla fine si è rivelata una strategia vincente. Anche in termini di comunicazione, che ormai nell’epoca dell’immagine è diventata componente essenziale di qualsiasi battaglia politica e sociale. I cinque operai appollaiati sulla gru alla fine hanno “bucato” il video più di mille noiosi burocrati sindacali. E assistere a quella scena, più o meno inconsapevolmente, ha spostato l’opinione pubblica in favore della loro battaglia. Costringendo politici e sindacalisti ad andar loro dietro. E’ stato importante anche il ruolo dei sindacati, non si può negare. Soprattutto della Fiom Cgil. Ma si è avuta l’impressione che la Triplice sia stata un po’ forzata ad inseguire la lotta spontanea dei lavoratori Innse, quasi scavalcata da questa curiosa protesta mediatica, a metà strada fra il reality televisivo e la forma di scontro sindacale alla Ken Loach.

Naturalmente l’esempio della Innse ha già fatto scuola. Nei giorni scorsi si sono fatti sentire anche i lavoratori della Cim di Marcellina, pochi chilometri da Roma, dove in sette sono saliti su un ballatoio a 40 metri d’altezza. Il rischio, però, è che l’emulazione alla fine scateni l’indifferenza. Nella società dell’immagine e della televisione tutto invecchia precocemente e per mantenere la prima pagina occorre inventarsi sempre qualcosa di nuovo. Alla decima protesta operaia in cima alla gru, niente più facile che i mass-media spengano i riflettori e i sindacati istituzionali se ne lavino le mani, magari tirando persino un sospiro di sollievo per il fallimento di queste forme di lotta un po’ troppo dirette, dove la mediazione di Epifani & Co. rischia di diventare superflua.

Comunque gli operai milanesi hanno vinto ed è la cosa più importante. La fabbrica non chiuderà e loro manterranno il posto di lavoro. Ma c’è un aspetto che vale la pena di sottolineare. I lavoratori hanno vinto, ma la via di salvezza della Innse è stata trovata all’interno delle solite logiche imprenditoriali: è spuntato un altro gruppo industriale interessato a rilevare uno stabilimento – non dimentichiamo – sostanzialmente sano e in grado di produrre utili. In una situazione più compromessa forse un compratore non sarebbe venuto fuori così facilmente. In tal caso, che cosa sarebbe successo? I macchinari sarebbero stati venduti, l’area della fabbrica riutilizzata per speculazioni edilizie e i lavoratori, ben che andasse, rottamati con le solite formule degli ammortizzatori sociali.

Eppure nei primi giorni, quando la soluzione sembrava ancora lontana, un’alternativa si era fatta strada. Un’alternativa vera, verrebbe da dire culturale prima ancora che economica. All’inizio si era parlato apertamente di fabbrica autogestita. “L’azienda è sana e le commesse ci sono – avevano detto gli operai – La mandiamo avanti noi”. Un’eresia, in questi tempi di turbocapitalismo ultraliberista, sia pure un po’ declinante. Infatti nessuno ci ha prestato attenzione e alla fine la soluzione più classica ha accontentato – e rassicurato – tutti.

Ma l’ipotesi dell’autogestione non è così campata per aria. Intanto perché ci sono degli esempi concreti, soprattutto in Argentina, di realtà produttive gestite dai lavoratori che riescono a ritagliarsi piccoli ma significativi spazi di mercato; e poi perché in Italia il modello è addirittura codificato in legge dello Stato, la 49/85 chiamata anche “legge Marcora”. E’ una norma che disciplina e promuove l’attività cooperativa, ma c’è anche un capitolo preciso relativo all’istituzione e al funzionamento del fondo speciale per gli interventi a salvaguardia dei livelli di occupazione. Tale strumento permette ai lavoratori provenienti da imprese che hanno cessato l’attività, di costituire cooperative di produzione e lavoro o sociali beneficiando di una partecipazione minoritaria al capitale e di un finanziamento da parte di una finanziaria creata appositamente dalle Centrali Cooperative. Insomma, non è proprio una legge sull’autogestione ma siamo lì…

«Se in Argentina ci fosse una legge Marcora – diceva al Manifesto del 21 aprile 2007 José Abelli, presidente del Movimiento Nacional de Empresas Recuperadas (Mner) – molte imprese recuperate, che oggi si trovano in situazione precaria riguardo la proprietà, spesso con l’esproprio transitorio, avrebbero una sicurezza giuridica e la possibilità concreta di svilupparsi più agevolmente da un punto di vista economico. Abbiamo bisogno di un fondo pubblico al posto dell’assistenzialismo. Abbiamo bisogno di finanziamenti che ci permettano di negoziare l’acquisto a prezzi d’asta. In questo senso il modello italiano ci è di grande aiuto». Dopo la grande crisi finanziaria dell’inizio degli anni 2000, un’Argentina in ginocchio ha scoperto questo nuovo modello produttivo, che ha consentito a centinaia di imprese e migliaia di lavoratori di sopravvivere al crollo del sistema neoliberale.

Dall’esperienza delle prime fabbriche occupate e mandate avanti dai lavoratori è poi nato un movimento più vasto, che ha messo in rete e sostenuto questi veri e propri esempi di autogestione produttiva. Oggi il Movimiento Nacional de Empresas Recuperadas (Mner), coordina l’attività di 200 fabbriche, medie o piccole e in assestamento, con un fatturato di circa 200 milioni di dollari.

Ecco come Abelli descrive l’intervento che ha portato al salvataggio della Zanello, la più importante fabbrica argentina di trattori: «Dopo il fallimento abbiamo invitato dirigenti e ingegneri a far parte del nostro progetto. Era imprescindibile: un trattore ha 1.700 componenti. Comunque anche questa non è una società di capitali ma di lavoro, di conoscenze, di saperi. Il 33% del capitale è dei concessionari, una rete di 40 negozi che gestiva la distribuzione ed erano anche loro in gravi difficoltà; il 33% è dei dirigenti (ingegneri, avvocati, ragionieri); un altro 33% è dei lavoratori organizzati in cooperativa e l’1% è del municipio di Las Varillas, dove ha sede la fabbrica. Questo accordo è stato sancito a dicembre 2000, un anno prima della sommossa. Abbiamo incominciato a produrre il 14 febbraio con un trattore che ci avevano dato in prestito. Siamo ripartiti con 60 operai, di cui 40 avevano il «privilegio» di ricevere un sussidio di disoccupazione, che all’epoca era di 150 pesos (35 euro) e altri 20 non prendevano nulla perché non c’era nulla da prendere. Con il prodotto della vendita del primo trattore ne sono stati fatti altri due e così alla fine dell’anno erano stati venduti 280 trattori e a lavorare erano 180 operai. Oggi Zanello ha 380 lavoratori che di media percepiscono il 20% in più di quanto si guadagna tra i metalmeccanici: 2.200 pesos (550 €) come stipendio base. Recentemente è stato siglato un accordo con il Venezuela per la vendita di 2000 trattori. Anche se non mi piace la parola, devo dire che è un grande successo».

Roba da far luccicare gli occhi ai teorici della “terza via”… Ma in Italia qualcuno avrebbe il coraggio di proporre una soluzione di questo tipo per i lavoratori delle aziende in fallimento? Di certo non i sindacati tradizionali, arroccati sulle loro rendite di posizione prima ancora che mentalmente incapaci di pensare a progetti alternativi in campo di modelli economici. E neppure i partiti di sinistra, con le frange estreme proiettate verso battaglie di retroguardia o puramente ideologiche e il Pd che ormai rappresenta gli interessi dei dipendenti statali e del grande capitale più che quelli dei ceti produttivi. Nel Pdl si potrebbe immaginare un certo interesse da parte dell’ala tremontian-sacconiana, ma nella realtà sembra prevalere la tutela di altre categorie più “remunerative” da un punto di vista elettorale. Resterebbe la Lega Nord: vero partito popolare e interclassista, spesso accomuna nel suo progetto fasce economiche e sociali molto differenti fra loro; ma sembra carente sul versante dell’elaborazione teorica di modelli alternativi al liberal-capitalismo.

Così autogestione, fabbriche recuperate e legge Marcora sono parole destinate a rimanere confinate nel mondo ristretto degli studiosi di gestione aziendale. Anche se è facile prevedere che nei prossimi mesi i casi come quelli della milanese Innse si ripeteranno alla noia. E non sempre salterà fuori un salvatore a comprare l’azienda in fallimento.

Fonte: Fondo Magazine

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