Benedette metamorfosi

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di Gabriele Adinolfi

Benedetto XVI, all’Angelus della domenica che precede il ferragosto ha esteso il suo attacco al relativismo non al solo nichilismo ma addirittura all’umanesimo. “Quella cultura che esalta la libertà individuale – ha detto – è commisurabile alla follia hitleriana. I lager nazisti possono essere considerati simboli estremi del male, dell’inferno che si apre sulla terra quando l’uomo dimentica Dio e a Lui si sostituisce”.

Prescindiamo dal commentare il senso delle parole papali su relativismo e nichilismo, lo abbiamo fatto abbondantemente nei giorni scorsi, ed anche sulla confusione tra la libertà e la religione dei diritti dell’uomo che sono due concetti ben diversi che il Papa si guarda bene dal distinguere come dovrebbe. Soffermiamoci sull’immagine dell’inferno in terra che, per il Capo di Stato Vaticano s’identifica – e si esaurisce! – nei lager nazisti. Un monopolio appena appena sfumato da una boutade dialettica, uno sfuggente “come ogni altro campo di sterminio” gettato lì ad arte, senza citare né offendere nessuno, ben sapendo che l’equazione nazismo=satanismo sarebbe stata fatta da tutti gli ascoltatori, come puntualmente è accaduto.

Singolare sostenerlo proprio nell’anniversario dell’olocausto atomico di Nagasaki, come gaffe non c’è male; la diplomazia pontificale evidentemente era distratta.

Hiroshima, Dresda, Nagasaki, i bombardamenti atomici, quelli al fosforo, quelli al napalm non sono però esempi d’inferno, così come non lo sono gli scempi nel Terzo Mondo compiuti dagli americani, né la sequela di genocidi consumati dagli Usa, né Guantanamo ovviamente. No: gli americani sono troppo potenti oggi per attaccarli frontalmente.

Lo stesso si può dire dei cinesi: non una parola sui terribili laogai (i campi di concentramento e di sterminio in Cina), sullo sfruttamento integrale dei prigionieri sfiancati fino alla morte, sulle sentenze arbitrarie, sulle condanne a morte senza prove, sull’espianto d’organi praticato sui prigionieri condannati, sul mercato d’organi che fiorisce sulla loro pelle e per il quale sono quotidianamente sacrificati. Non è un inferno quello, come non lo è il massacro dei serbi, l’espianto d’organi sui prigionieri vivisezionati dai kosovari sotto la vigilanza complice della Nato. Con la Cina bisogna essere diplomatici. Con la Nato non ne parliamo proprio.

Figuriamoci poi le multinazionali farmaceutiche responsabili di un discreto quanto incommensurabile genocidio quotidiano che si consuma ininterrottamente da decenni in tutto il pianeta. Meglio tacere, è più prudente.

E i genocidi compiuti in nome di Cristo? Sui “pagani”, sui “miscredenti”, su “streghe” ed “eretici”? Sugli indios, a proposito dei quali si disquisì a lungo se fossero uomini o animali? E quelli – abbondantemente ricambiati – sui protestanti? Non sono prove tangibili, queste, dell’inferno in terra? Niente paura: la Chiesa, non avendo altra scelta, ha chiesto furtivamente scusa ma sta bene attenta a non parlarne più. Sarebbe imbarazzante: il “Male” sono sempre gli altri e, nei casi in cui sia evidente l’opposto, deve trattarsi di un “errore”. Strano: è lo stesso identico ragionamento dei giacobini, dei democratici, dei comunisti, degli americani. Forse, Papa Benedetto, bisognerà rivedere un po’ i concetti sbandierati su “relativismo” e “assolutismo”.

Niente americani dunque, niente cinesi, niente Nato, niente Chiesa. Ma all’inferno papale mancano pure i gulag, il centinaio di milioni di persone eliminate dal comunismo, ai tempi di Lenin già prima che di Stalin, sterminati da Mao Tse Tung come da Ho Chi Min, da Santiago Carrillo come da Pol Pot. Addirittura quando beatificò i preti uccisi nella guerra civile spagnola Bendetto XVI evitò accuratamente di demonizzare il comunismo.

I comunisti non stanno proprio bene in salute ma nemmeno quelli il Papa intende contrariare, non si sa mai. Meglio prendersela con chi non c’è più, con chi non può ribattere, con chi non ha potere, con chi non ha voce. Calpestando il buon gusto, la più elementare educazione, il Papa spara sulla croce rossa abbandonata. E’ l’opposto diametrale dello spirito della Cavalleria che pure qualcosa di cattolico ebbe, no? Ma anche su questo la gerarchia pontificale deve essere un po’ distratta.

Se è così, armata di un coraggio che sarebbe parso pavore a Don Abbondio, che la Chiesa intende intraprendere le sfide del terzo millennio, non andrà lontano.

Tutti gli altri protagonisti della corsa alla gestione globale sono ben più convinti, forti e coraggiosi. Mala tempora currunt per chi spera nella Chiesa.

Fonte: NoReporter.org

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