Trappole multirazziste e soluzioni imperiali

201093

di Adriano Scianca

Si fa presto a dire “razzista”. Si crea un’etichetta, infamante quanto basta, le si dà un contenuto del tutto indeterminato, in cui c’è posto per tutto e il contrario di tutto, e il gioco è fatto. La discussione è bloccata, il ricatto è in atto. E’ il pensiero unico, bellezza. Stando così le cose, parlare di immigrazione e società multirazziale significa avventurarsi in un terreno minato. Terreno in cui la logica umanitarista, buonista e politicamente corretta non ammette obiezioni sensate di sorta, salvo saltuariamente essere scalfita solo nel senso peggiore, ovvero cedendo alla polemica qualunquista, superficiale, scandalistica, becera che di tanto in tanto fa capolino in qualche giornale o in qualche uscita improvvida del politicante di turno. Meccanismo che poi inevitabilmente suscita allarmate reazioni progressiste e apocalittici reportage di Repubblica. E così via, in un pendolo allucinato fra posizioni che variano dal banale al suicida passando per lo spregevole.

Ma insomma, alla fine, l’immigrato è buono o cattivo? Dilemma semplicemente cretino. Chi attacca in maniera indiscriminata ogni immigrato considerandolo aprioristicamente uno spacciatore, uno stupratore o comunque un balordo perdigiorno compie sicuramente un’operazione priva di senso. E’ la via più semplice. Il problema è che è una via che ci porta lontano dalla soluzione del problema. E’ una posizione “estremista”, certo. Ma è tutt’altro che radicale. Non va, cioè, alla radice del problema, confinandosi piuttosto in una intransigenza puramente verbale e folcloristica. C’è, del resto, in certe polemiche becere, una sorta di retropensiero schifosamente classista, per cui l’immigrato viene condannato in fin dei conti solo come avatar del pezzente, dello straccione, del povero. “Extracomunitario” è del resto un termine già di per sé ambiguo, che nel gergo comune viene usato come sinonimo di “marocchino”, “albanese” o, ultimamente, “romeno”. Nessuno si sogna, tuttavia, di usare il medesimo termine per designare uno statunitense, che pure a livello giuridico lo è a tutti gli effetti. Non precisamente un “ospite” che non dà problemi, peraltro: quando non sgozza ragazze inglesi al termine di orge finite male, quando non recide funivie mandando bellamente al creatore ignari turisti, l’americano rappresenta comunque pur sempre una potenza occupante sul suolo italiano, che condiziona politicamente, socialmente, militarmente e culturalmente un’intera Nazione da sessant’anni. Quanto agli stupri, quelli dei romeni fanno notizia, ma pare che anche attorno alle basi Nato le ragazze del luogo non se la passino troppo bene. Ma questa è un’altra storia.

Va bene: allora l’immigrato è “buono”? Posizione, va da sé, altrettanto allucinata. E, nel suo buonismo, doppiamente razzista. Lo è perché, come era scritto nel quaderno di Polaris sul tema, «tratta l’immigrato con una benevolenza paternalista, o meglio maternalista, come un immaturo da emancipare; un po’ come il “buon selvaggio” dell’epoca illuminista che era considerato in pratica poco più di un animale da salotto, un po’ come il Fuffy della signora bene». Il buonismo è razzista, in secondo luogo, perché impone ai popoli europei un sistematico e violento etnomasochismo. Per un europeo è infatti oggi un peccato mortale rivendicare il diritto alla propria specificità culturale, diritto che almeno in linea di principio si è spesso pronti a riconoscere ad ogni altro popolo. In Europa non è affatto vietato essere razzisti, a patto però che il razzista si autocertifichi come “antirazzista” patentato e che la razza da lui svalutata sia quella europea. È la logica alienante del politicamente corretto, che nella colpevolizzazione e nella svirilizzazione degli europei trova la propria ragion d’essere. Il che si traduce, nel discorso dominante, in una continua irrisione delle difficoltà di quello che bene o male dovrebbe essere ancora il nostro popolo e che invece subisce una frustrazione quotidiana per il fatto di essere lasciato da solo nel ghettificio delle periferie in cui i sostenitori del politicamente corretto si guardano bene dal mettere piede.

Lo spettro della guerra fra poveri diviene a questo punto realtà concreta. E’ qui che la società multirazziale si fa società “multirazzista”. Il concetto è semplice: per miopia, incapacità, interesse, lucro o pregiudizio ideologico si crea sull’argomento confusione e ricatto morale: c’è, del resto, chi ha bisogno di nuove braccia, chi di nuovi elettori. Si aprono quindi le frontiere in modo indiscriminato, vantando nel contempo i meriti di una società “colorata”, allegra, patinata, dove tutte le razze vivono armoniosamente. Il che, puntualmente, non si avvera. Ma la criminalità organizzata, gli imprenditori, le onlus cattocomuniste e i politicanti progressisti (i soli per cui, realmente, l’immigrazione è una “risorsa”) ne traggono vantaggio, quindi degli effetti collaterali se ne fregano. E intanto si creano i quartieri dormitorio stile banlieu, in cui a fronte di un occidentalismo, di un consumismo, di uno spirito decadente diffuso si innescano per reazione micidiali meccanismi neotribali. E’ la riscoperta del tutto posticcia di un’identità non vissuta autenticamente ma creata artificiosamente per fomentare una logica da banda, in stile Bronx. L’islamismo e l’arabismo degli abitanti delle periferie parigine rientrano esattamente in questo quadro: si tratta di una rivendicazione “moderna, troppo moderna” di chi alla fin fine se ne frega tanto di Nasser che di Maometto, ma che, immesso nel meccanismo diabolico dello sradicamento, deve dare un senso alla sua rabbia. Fra gli autoctoni, del resto, si sviluppano sentimenti analoghi. Il paradiso cosmopolita e irenista diventa così l’inferno delle gang in lotta, dei mille ghetti, e contemporaneamente dell’unico conformismo. E’ la scomparsa del legame sociale, la sconfitta della politica, la morte del diritto. La banlieu universale: ecco cosa ci si presenta all’orizzonte, in un mondo che ha fatto del cosmopolitismo un valore indiscutibile e dell’usura il supremo legislatore della vita e della morte dei popoli. La logica del branco come unica forma di aggregazione sociale. I ragazzi delle periferie parigine, in fondo, ci offrono un gradevole spaccato di ciò che in parte siamo e di ciò che saremo.

Altro che Benetton e Ringo Boys: l’immigrazione incontrollata è un coltello che taglia da ambo i lati, un meccanismo che sradica tanto l’ospite che l’ospitante: il primo sfruttato, strumentalizzato, strappato al suo humus naturale; il secondo umiliato e spossessato delle sue stesse città. Di più: si tratta di un sistema intrinsecamente criminogeno. Il crimine organizzato, nel meccanismo immigratorio, è ovunque: prima, dopo, davanti, dietro, in mezzo, sotto, sopra.

Il primo punto di contatto tra attività criminale e fenomeno migratorio avviene del resto già nella migrazione in sé, qualora quest’ultima sia di natura clandestina. Esistono tutta una serie di attori criminali di differenti livelli implicati nell’attività di smuggling (ovvero l’introduzione illegale di immigranti nel territorio di uno Stato). E su tutto, la grande criminalità autoctona che tuttavia si limita a controllare, chiedere la tangente e successivamente sfruttare come bassissima manovalanza ad alto rischio i più diseredati. L’immigrato, insomma, è già dall’inizio manovrato e controllato da strutture criminali. Lo sradicamento culturale e sociale fa poi il resto. Quando, ovviamente, a decidere di lasciare il paese d’origine non siano già criminali incalliti, come nel caso di molta recente immigrazione romena, spinta in Italia da accordi scellerati e da una più o meno esplicita politica del governo di Bucarest di liberarsi dei cittadini “indesiderati”.

A fronte di un tale sistema stritolatore, quale può essere una possibile risposta politica (ovvero non buonista né scandalistica, non dettata da opposte paturnie umorali)? Le due soluzioni che vanno per la maggiore, spuntando ora a destra ora a sinistra, appaiono disastrose. Si tratta da un lato dell’“assimilazionismo”, che vorrebbe “l’integrazione” degli immigrati, ovvero la loro rinuncia a identità e costumi originari per divenire “brutte copie di europei”; dall’altro lato c’è invece chi propone il “multiculturalismo”, ovvero l’ufficializzazione e la promozione di ghetti a tenuta stagna in cui per ovvi motivi la comunità autoctona è destinata alla fine a scomparire. E quindi? Difficile dare direttive per l’hic et nunc. Il fatto è che certi meccanismi passano sopra le nostre teste. Se una maggiore regolamentazione, una più attenta selettività, un controllo più capillare, persino un blocco temporaneo dell’immigrazione attualmente in atto sono certamente necessari nel breve periodo, è tuttavia ovvio che dal meccanismo non se ne esce se non re-impostando i rapporti internazionali in chiave multipolare. A quel punto, non si tratterebbe più di “aiutare gli immigrati, ma a casa loro”, dato che, di fatto, le nazioni che conservano un minimo di dignità, sovranità e indipendenza non sono già oggi paesi d’immigrazione, quale che sia il loro livello di difficoltà economica. Affinché si possa riorganizzare l’assetto geopolitico internazionale in questo senso – cosa che ovviamente esula dalle sole nostre possibilità – bisogna tuttavia ripensare prima gli stessi concetti di identità e differenza. Si tratta di un unico movimento che coinvolge tanto la dimensione macropolitica che quella micropolitica. E’ il movimento dell’Imperium.

D’accordo, un ipotetico avvenire organizzato per “grandi spazi” schmittiani non dipende da noi. Se l’epoca futura sarà o meno un’era di orizzonti imperiali è cosa che scopriremo solo vivendo. L’Imperium, tuttavia, è anche e soprattutto una dimensione dell’anima. Ed è in quest’ottica che noi oggi possiamo riscoprire un senso dell’identità che sia dialogante senza essere suicida, che sia etnocentrico senza essere evangelizzatore, che sia aperto all’Altro ma ben piantato nel Sé. Essere “identitari” è cosa buona e giusta, a patto che si tenga ben presente che non c’è identità senza alterità. Che la soluzione ai vari microconflitti di civiltà passa attraverso una armonica organizzazione delle differenze in un insieme più grande che sia però centrato e radicato. E’, appunto, la soluzione imperiale, che può ben assumere il senso di una via valida anche per il singolo, che può confrontarsi con l’altro perché è radicato ed è radicato perché si confronta con l’altro. Chiusure e aperture indiscriminate non ci porteranno lontano. Un sano differenzialismo sì.

Scriveva Evelina Marolla in un vecchio numero di Orion (luglio 2004), che il polemos eracliteo, il “rispecchiamento guerriero” sono le uniche forme di confronto/scontro con l’altro che lasciano esistere le differenze, delineando una concezione dell’essere come «tessuto vivo di opposizioni e articolazioni che si snodano, si manifestano, configgono e si incontrano […] nel fuoco sempre ardente di un polemos originario e continuo, vera linfa vitale del mondo, che appunto mette in relazione anche (e proprio, forse) in quanto mette in opposizione. Permettendo esso stesso anche, e precipuamente, nel configgere un peculiare, onorevole, plurale riconoscimento dell’altro come colui che ti sta di fronte in quanto parte anch’egli del molteplice gioco dell’essere […]. L’altro viene riconosciuto dunque, onorato come tale (come altro volto e parte di una realtà naturalmente plurale) e non demonizzato (cioè escluso dal riconoscimento, ricacciato nell’ombra dell’indegnità ad essere) proprio quando ti è di fronte in questa guerra eraclitea: onorato e ri-conosciuto, a differenza dell’esclusione-tabuizzazione monoteistica, anche quando ti è nemico». Contro i ghetti e il mondo degli uguali, per un kosmos realmente plurale.

Fonte: VivaMafarka

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: