Perasto la fedelissima gonfaloniera

di Gigio Zanon

Perasto, una ridente cittadina situata all’interno delle Bocche di Cattaro ai piedi delle montagne del Montenegro, grazie all’aiuto dato spontaneamente dai Perastini alla flotta Veneziana durante un terribile assedio nel 1368, ebbe il privilegio di essere nominata dalla Signoria FEDELISSIMA GONFALONIERA, e tale privilegio lo mantenne fino alla fine della Repubblica.
Tale privilegio consisteva nel tenere il Vessillo di guerra della flotta Veneta: in tempo di pace era conservato gelosamente nella casa del Capitano di Perasto, mentre in tempo di guerra veniva issato nella nave ammiraglia del Capitano Generale da Mar dell’armata navale Veneta, mentre i Perastini erano suoi straordinari difensori…
(E così fu anche il giorno della famosa Battaglia di Lepanto: di dodici Perastini che difesero la bandiera Veneziana sul ponte della nave ammiraglia di Sebastiano Venier, ne rimasero vivi solo quattro.)
Per tale scopo venivano eletti ogni anno dodici Perastini, scelti fra i più valorosi e possenti, dal Consiglio degli Anziani della Comunità che giuravano di morire piuttosto di lasciare che la gloriosa bandiera subisse il disonore di cadere in mani nemiche, e, armati di sciabola, dovevano impedire tale onta.
Tra la metà di giugno e la fine di agosto del 1797, le comunità delle Bocche si erano riunite a congresso ed avevano deliberato di rimanere Veneziane ed indipendenti sotto il governo del loro Provveditore Estraordinario: “La Provincia tutta protestò di essere Veneta, e di considerare nella figura rispettabile dell’Ecc.mo sign. Soranzo, quella del perduto affezionatissimo Padre (il Doge)”.
Ma, purtroppo, tale fatto non potè avverarsi per la nefanda opera perpetrata da Napoleone, ed avvenne che il 22 agosto il Generale Maggiore e Comandante delle truppe imperiali austriache, barone Matia Rukavina, si impossessasse in nome dell’Imperatore di tutta la cosidetta, allora, Albania Austriaca.
Una cronaca manoscritta Perastina così narra:

La mattina del 23 agosto convennero tutti i cittadini di ogni ceto e le genti del suo Territorio presso la casa del Capitano di Perasto, dove si trovavano custoditi il Gonfalone e la Bandiera di Campagna.
I dodici gonfalonieri ed i due alfieri guidati dal luogotenente, vi salirono per levare le venerande insegne, dinanzi alle quali si trattennero, commossi dalla solennità del momento, più di quanto avrebbero dovuto; sicchè uno dei Giudici della Comunità li raggiunse per invitarli a dare inizio alla mesta cerimonia.
Finalmente innalzate le insegne dai due alfieri preceduti dal Luogotenente, il Gonfalone di San Marco vide per l’ultima volta le lame sguainate dei suoi gonfalonieri a fargli da spalliera e la Comunità, le corporazioni ed il popolo perastino seguirlo a passo grave verso la piazza San Nicolò.
Appena vi furono giunti, il Capitano staccò quelle insegne dalle loro aste e contemporaneamente fu calata dal castello la bandiera Veneta fra il rimbombo della artiglierie di quella fortezza, che sparò ventuno colpi di cannone, dai due bastimenti armati a difesa del porto (undici colpi ciascuno) e così da tutti gli altri vascelli mercantili che si trovavano sotto le rive di Perasto.
Le deposte insegne, sopra un bacile d’argento, furono trasportate in chiesa dal Luogotenente e da due Giudici nella chiesa, ove, ricevuti da Monsignore Abate e dal Clero, s’avviarono verso l’altare maggiore e vi posero sopra la cara reliquia.
Il Capitano, Giuseppe Viscovich, tenne la seguente orazione:

“In sto amaro momento, in sto ultimo sfogo de amor, de fede al Veneto Serenissimo Dominio, el gonfalon de la Serenissima Repubblica, ne sia de conforto, o citadini, che la nostra condota pasada, che quela de sti ultimi tempi, la ne rende più zusto sto ato fatal, ma doveroso par nu.
Savarà da nù i vostri fioi, e la storia del zorno la farà saver a tuta Europa, che Perasto la ga degnamente sostegnudo fin a l’ultimo l’onor del Veneto Gonfalon, onorandolo co sto ato solene e deponendolo bagnà da el nostro universal, amaro pianto.
Sfoghemose, citadini, sfoghemose pur; ma in sti nostri ultimi sentimenti, che i sigila la nostra gloriosa corsa soto el Serenissimo Veneto Governo, rivolgemose verso sta Insegna che lo rapresenta, e su de ela sfoghemo el nostro dolor.
Par trecentosettantasette ani la nostra fede, el nostro valor, là sempre custodìa par tera e par mar, par tuto indove che i ne ga ciamà i so nemisi, che li xe stai pur queli de la Religion. Par trecentosettantasette ani le nostre sostanze, el nostro sangue, le nostre vite, le xe sempre stae par Ti, San Marco; e felicissimi sempre se gavemo reputà, TI CO NU, NU CO TI; e sempre co Ti sul mar nu semo stai ilustri e virtuoxi. Nisuni co Ti ne ga visto scampar, nisuni co Ti ne ga visto vinti e spauroxi!
E se sti tempi presenti, infelici par imprevidensa, par disension, par arbitrii ilegali, par visi ofendenti la natura e el gius de le xenti, no Te gavese cavà via, par Ti in perpetuo sarave stae le nostre sostanse, el nostro sangue, la nostra vita, e piutosto che vedarTe vinto e dexonorà dai Toi, el corajo nostro, la nostra fede, se gavarave spelio soto de Ti.
Ma xa che altro no ne resta da far par Ti, el nostro cuor sia l’onoratissima To tomba, e el più puro e el più grando To elogio le nostre lagreme”.

Terminato il discorso del Capitano, Monsignor Abate Don Vincenzo Mazzarovich pronunciò anch’egli un altro elegante ed energico discorso.
Primo fu il Capitano a baciare un lembo del Gonfalone, poi esso fu baciato dai Giudici, dal Capo della Comunità, dai dodici Gonfalonieri ed infine da tutto il popolo, che lo lavò con le proprie lacrime.
Poi rivoltosi il Capitano Viscovich ad un piccino, suo pronipote di nome Annibale che aveva preso con sé gli disse: inginocchiati, baciala e ricordati di lei finchè avrai vita.
Chiuse le insegne in una cassetta, questa fu posta sotto l’altare maggiore.
Il piccolo Annibale sarà Ufficiale della Marina Veneziana durante il celebre assedio del 1848-49, al fianco di Daniele Manin e degli eroici Veneziani contro l’oppressore austriaco.

Fonte: Associazione Giovani Veneziani

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