Ricordando Deir Yassin

di Alessandra Colla

Il 9 aprile 1948 il villaggio palestinese di Deir Yassin veniva raso al suolo e i suoi abitanti sterminati dall’azione congiunta di Haganah, banda Stern e Irgun.
La notizia del massacro scosse già all’epoca l’opinione pubblica, come apprendiamo dalle pagine di diario di una donna: ne ignoriamo il nome. Sappiamo soltanto che era una delle “donne cristiane e musulmane” che nel 1947 manifestarono insieme contro la politica inglese di sionizzazione della Palestina. In data 10 aprile 1947, l’anonima scrive:

«10 aprile — I sionisti assaltano nottetempo il villaggio di Deir Yasin a pochi chilometri a nord-ovest di Gerusalemme. Costringono gli abitanti, svegliati dal sonno casa per casa, ad uscire all’aperto. Un centinaio di persone, in maggioranza uomini adulti, donne e bambini vengono uccisi a colpi di mitra e di baionetta. Il resto della popolazione, 250 persone, vien fatto sdraiare lungo la strada centrale del paese e costretto alla immobilità sotto la minaccia dei mitra. Sui corpi dei disgraziati vengono fatti passare dei carri armati, avanti e indietro fino a quando sono ridotti in poltiglia sanguinante.
Il Capo della missione della Croce Rossa Internazionale in Gerusalemme, Dott. Courvoisier, francese, informato dell’orrendo fatto si reca sul posto. Gli viene impedita l’entrata nel villaggio. Da testimoni, pochi, sfuggiti al massacro, seppe che i resti degli abitanti erano stati gettati nei pozzi!
Anche ad alcuni giornalisti fu impedita l’entrata in Deir Yasin e confiscate o frantumate le macchine fotografiche.
L’Agenzia ebraica sconfessò ufficialmente l’Irgun Zwei Leumi che chiamò responsabile dell’eccidio e chiese scusa all’Emiro Abdalla di Transgiordania!
La popolazione del villaggio — elemento degno di nota — era ritenuta dagli arabi amica degli ebrei e con questi collaborante e pertanto malvista» (cit. in: Ugo Dadone, Fiamme ad Oriente, Centro Editoriale Nazionale, Roma 1958).

Meno di dieci anni dopo, nel 1957, a proposito dell’eccidio di Deir Yassin sir John Bagot Glubb scriveva (A Soldier with the Arabs, Hodder and Stoughton, London, pp. 89-91):

«Mentre si combatteva a Gerusalemme, l’Irgun e la Banda Stern furono invitate dall’Haganah a prendere il villaggio di Deir Yassin. Questo villaggio era guardato con sospetto da molti arabi. Non si trovava molto a ovest di Gerusalemme e la maggior parte degli uomini lavoravano in città, mentre gli altri erano contadini o allevatori. È appurato che tutti i giovani si trovavano al lavoro lontano dal villaggio quando i terroristi ebrei si avvicinarono a Deir Yassin, ma gli ebrei stessi dichiararono di aver riportato perdite mentre si avvicinavano al villaggio. Potrebbero essersi trovati impegnato in un conflitto con elementi arabi irregolari, e non certo con gli abitanti del villaggio. Resta il fatto che quando i terroristi entrarono nel villaggio, vi trovarono soltanto vecchi, donne e bambini. Essi furono massacrati, a quanto pare, senza eccezione né riguardo per età o sesso. Duecentocinquanta cadaveri vennero rinvenuti sparsi per il villaggio. L’Irgun e la Banda Stern rivendicarono per primi il massacro. La Jewish Agency espresse ufficialmente il suo orrore per questo fatto.»

Ma gli eventi umani, storici o individuali che siano, non sono funghi — non si verificano da un momento all’altro, perché non è di questo mondo il sottrarsi alla catena delle cause e degli effetti. E nulla fa eccezione. Neppure le imprese di coloro che nel 1957 era ancora possibile chiamare col loro nome — terroristi ebrei — senza correre il rischio d’incappare nelle maglie di chissà quale legislazione.
Così, neppure Deir Yassin sfugge a questa norma ineludibile: e se si giunse a tanto, fu perché il cammino su questa strada era iniziato da tempo. Lo spiega lucidamente Filippo Gaja, che così conclude:

«L’importanza esemplare di Deir Yassin consistette nel mostrare ai palestinesi l’enormità del pericolo che li sovrastava e nell’indicare che la resistenza poteva causare la ripetizione all’infinito di carneficine di que­sto genere. Dopo Deir Yassin, il “fattore atrocità” ebbe un ruolo decisi­vo per diffondere il panico e indurre la popolazione all’esodo. 474 centri abitati arabi furono occupati dai sionisti, 385 dei quali, rasi al suolo, scomparvero letteralmente dalla carta geografica» (Filippo Gaja, Le frontiere maledette del Medio Oriente, Maquis editore, Milano 1991, p. 196).

Sono passati sessant’anni da allora. I villaggi e le persone, s’è visto, possono scomparire dalla faccia della terra, ma non dalla memoria e dalla coscienza. Teniamolo a mente.

Fonte: OrionOnline

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: