Ron Paul, il candidato innominabile

di Maurizio Blondet

23/05/2007

STATI UNITI – Repubblicano, conservatore, il deputato Ron Paul si è candidato alle presidenziali: ma è un personaggio politico quasi sconosciuto, che siede nella poco importante camera bassa.
Fino a ieri: ora è salito in tutti i sondaggi americani.
E’ accaduto dopo un dibattito contro Rudy Giuliani, il più probabile candidato presidenziale repubblicano, in South Carolina.
Ron Paul – uno dei pochissimi ad essersi pronunciato fin dal 2003 contro la guerra in Iraq – ha detto grosso modo questo: se i musulmani odiano gli Stati Uniti, non è perchè siamo liberi (come dice Bush); è perchè li martoriamo; perchè fra l’altro abbiamo sottoposto l’Iraq a dieci anni di bombardamenti e di sanzioni che hanno portato alla morte migliaia di iracheni.
Giuliani lo ha schiacciato: «E’ davvero incredibile sentire, da me che ho vissuto l’11 settembre, che noi ci siamo chiamati quest’attentato perchè attaccavamo l’Iraq. Non ho mai sentito una spiegazione più assurda dell’11 settembre, e sì che ne ho sentite tante. Chiedo al deputato di ritirare la sua frase e dirci quello che intende veramente», ha tuonato.
Applausi televisivi.
Subito dopo, sulla Fox News, nel talk show notturno «Hannity and Colmes», si procedeva a finire l’assente Ron Paul.
Michael Steele, il portavoce del partito repubblicano (cui anche Paul appartiene) ha detto che avrebbe tagliato fuori il deputato da futuri dibattiti; in quel momento, nella striscia scorrente nella parte bassa del video, apparivano i risultati del sondaggio tra il pubblico: gli spettatori (e gli spettatori di Fox News, la più likudnik delle TV) decretavano Ron Paul vincente su Rudy Giuliani, col 230% di vantaggio.
Da quel momento, i grandi media hanno spento la luce su Ron Paul, evitando accuratamente di citarlo, farlo apparire e intervistarlo.
Ma non è bastato.
Ron Paul è diventato la stella di internet.
«Il candidato presidenziale repubblicano Ron Paul è di gran lunga il più popolare su internet», ha attestato il 17 maggio Mark Jeffrey, sul sito Huffington.net: «Eppure, nonostante sia al primo posto online, per i media ‘mainstream’ non esiste.
Il 14-15 maggio ‘Ron Paul’ è stato il termine più cercato col motore di ricerca Technorati.
Nei sondaggi di ABC.com e di MSNBC.com Ron Paul è stato decretato vincitore del dibattito con vasto margine.
Il sito di Ron Paul ha ricevuto più visite, la settimana scorsa, di quelli di Hillary Clinton, Barak Obama e John Edwards.
I suoi video sono i più guardati su YouTube…
E dunque, che cosa succede?
Perché c’è una tale sconnessione tra internet e i grandi media?
Sia che siate pro o contro Ron Paul, la sua non-copertura sui media è una notizia in se stessa».

E poi: «I cosiddetti media professionali ci hanno miserevolmente tradito negli ultimi anni.
Il corpo della stampa ammesso alla Casa Bianca, con qualche notevole eccezione, ha mostrato una evidente mancanza di spina dorsale nel chiedere conto ai nostri leader politici. Invece sono state le voci di internet a farsi avanti con coraggio e senza riverenza a domandare risposte vere. Blog, YouTube, podcast riscuotono già oggi più fiducia che i mezzi di comunicazione mainstream.
E’ interessante che questi media ‘selvaggi’ trovino in Ron Paul qualcosa che CNN, Fox, ABC e MSNBC continuano a sottovalutare».
Il perché è intuibile.
Il partito repubblicano ha con Ron Paul un candidato che può vincere (missione quasi impossibile, dopo la presidenza del repubblicano Bush jr.) ma ne ha una paura verde.
Perché Paul dice verità che non devono essere pronunciate.
E’ da sempre contro la guerra (uno dei pochi che ha votato contro), ed ora dice che la guerra è stupida e perduta, e che gli USA devono ritirarsi; è contro l’establishment di Washington dove la politica collude con gli affari; dice che l’era del dollaro è tramontata, che il governo federale spende troppo in guerre… ed è sul punto di dire l’indicibile verità sull’11 settembre.
Infatti la Fox News gli attribuisce proprio questa tesi: Paul avrebbe detto che gli USA «si sono chiamati» l’attacco di bin Laden, dunque è uno di quei pazzi che sotto sotto stanno dicendo che l’11 settembre è stato un «lavoro interno».
Ciò è falso – nemmeno Paul può dire «questa» verità – ma è significativo che la Fox rischi molto per screditarlo proprio su quel punto, e che nonostante tutto Ron Paul, la non-persona, l’uomo da far tacere, continui a dominare i sondaggi.
Lo ha confermato il 18 maggio un commento postato sul TheWashingtonNote.com, l’influente sito di gossip politico del giornalista Steven Clemons.
Un tale Robert Morrow, un militante occupato nella campagna di Ron Paul, scrive: «Sono qui ad Austin e do una mano a organizzare la raccolta di fondi per Ron Paul, e posso dirvi che stiamo facendo assolutamente man bassa in questi giorni. Ringraziamo gli attacchi dei caporioni repubblicani… è manna dal cielo. Ron Paul è una vera minaccia per l’establishment del partito non solo per le sue posizioni anti-guerra in Iraq, che sono parecchio popolari, ma anche perché è contro la tassazione eccessiva, contro il governo centrale e per la sovranità nazionale USA. Quella gente non attaccherebbe Ron Paul se lui non accumulasse tanto favore… di fatto, Paul è il più forte candidato del partito, ed è ironico che la leadership cerca in tutti i modi di marginalizzarlo o distruggerlo. Lui esercita un forte richiamo sugli elettori indipendenti. E’ il miglior candidato repubblicano possibile contro [la democratica] Hillary Clinton. Il voto libertario aveva abbandonato il partito nel 2006, ma tornerebbe se Ron Paul fosse nominato come candidato. Penso sia un candidato molto più forte di Rudy Giuliani».

A Ron Paul ha dato appoggio Pat Buchanan, il columnist cattolico conservatore che anni fa concorse, senza successo, alla presidenza.
Buchanan vede nel deputato sconosciuto (ai media) l’uomo che può strappare ai neo-conservatori il partito repubblicano in nome della vecchia destra americana. (1)
Non a caso, come riporta la United Press International (UPI), in USA i «grandi» media hanno licenziato 17.809 persone nel 2006, con un aumento dell’88% rispetto all’anno prima.
Nel 200, il New York Times ha già mandato a spasso 200 dipendenti, per lo più giornalisti.
I media americani, che si considerano ormai dei meri mezzi di raccolta pubblicitaria, mal sopportano la concorrenza delle notizie incontrollate su internet.
«La prima causa dei tagli è il cambiamento epocale di come la gente cerca le informazioni, per non parlare delle ricerche di lavoro, di auto e di prodotti di consumo», hanno spiegato all’agenzia di ricollocamento «Challenger, Gray Christmas», che ha condotto l’indagine sui licenziamenti mediatici.
«Giornali e TV continueranno a tagliare fino a quando non escogiteranno un modo di ricavare tanto denaro dai loro servizi internet quanto ne stanno perdendo con la carta stampata. Sarà dura».

Note
1) Justin Raimondo, «The Ron paul effect», Antiwar.com, 22 maggio 2007.

Fonte: Effedieffe

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