Uranio impoverito. Parte undicesima

di Lorenzo Pellegrini

08/05/2008

Il 18 maggio 2005 è comparsa davanti alla Commissione d’inchiesta la Dottoressa Antonietta Gatti, responsabile del Laboratorio dei biomateriali presso il Dipartimento di neuroscienze dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, e coordinatrice del progetto “Nanopathology”, finanziato dall’Unione Europea e avviato in collaborazione con le Università di Cambridge e Magonza.
Sui campioni biologici di alcuni soldati italiani e francesi che hanno partecipato alla missione in Kosovo, sono state riscontrate rilevanti quantità di “micro e nanoparticelle con composizioni chimiche (in particolare: la presenza di notevoli quantità di metalli pesanti) e caratteristiche morfologiche non riscontrabili in natura”.
Tali particelle, estremamente piccole e visibili con il microscopio a scansione, secondo la scienziata “si producono in presenza di altissime temperature (circa tremila gradi, NdR), analoghe a quelle che si determinano nell’ambiente nell’esplosione di una bomba all’uranio impoverito”.
La dottoressa Gatti ha poi riferito di un rapporto ufficiale risalente al lontano 1977 relativo ad un esperimento condotto in una base militare USA nel deserto del Nevada. In quel documento si evidenziava che, in seguito all’esplosione di un ordigno all’uranio impoverito, non fu trovata traccia di tale metallo, bensì dei prodotti della sua combustione, in forma di particelle microscopiche e morfologicamente uguali a quelle rilevate nei campioni biologici dei soldati italiani e francesi.
Allo stesso esperimento, come sostegno all’ipotesi avanzata dai mezzi di comunicazione di massa secondo cui i nostri soldati “sarebbero stati esposti ad un significativo rischio di sviluppare tumori”, fa riferimento il dottor Cosimo Tartaglia “presidente dell’Osservatorio permanente e Centro Studi per il personale delle Forze Armate, Forze di Polizia e società civile”, audito dalla Commissione il 23 giugno 2005. Tartaglia però chiama direttamente in causa i vertici militari italiani. Ricorda che nel 2000 il Ministro della Difesa (On. Sergio Mattarella, NdR), in due diversi interventi parlò prima di “una totale assenza di ordigni all’uranio impoverito nei territori d’impiego dei militari italiani, per poi arrivare nel dicembre dello stesso anno ad ammettere che in effetti nei territori balcanici erano stati utilizzati ordigni all’uranio impoverito”.
Il ragionamento di Tartaglia è lineare: o i vertici militari “erano a conoscenza del pericolo e non hanno avvertito il Governo”, oppure “erano a conoscenza del pericolo e lo hanno sottovalutato”, oppure ancora, erano a conoscenza del pericolo e “con l’assenso del Governo, hanno taciuto il rischio”.
Una quarta possibilità, secondo il nostro punto di vista, potrebbe essere che i vertici militari italiani non fossero a conoscenza del fatto che nei territori nei quali agivano le nostre truppe, erano stati usati ordigni all’uranio impoverito. Stiamo parlando solo di ipotesi: nessuna delle quali, tuttavia, appare minimamente tranquillizzante.
Senza parlare della notizia della quale accennavamo nell’occhiello dell’articolo, ossia che la Corte di Cassazione ha deciso che i vertici militari, per il momento, non sono processabili per la questione dell’uranio impoverito.
Che vuol dire “per il momento”? Come se esistesse un momento giusto ed uno sbagliato! Chissà se qualcuno ha chiesto ai militari colpiti dalle conseguenze dell’esposizione all’uranio impoverito se gradivano o meno che accadesse? Magari avrebbero risposto “per il momento” no.
Fonte: PMNet.it

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