Uranio impoverito. Parte sesta

di Lorenzo Pellegrini

13/09/2007

Dopo aver parlato brevemente delle vittime e degli ammalati negli Usa, è arrivato il momento di fare il punto della situazione in Italia, tenendo presente che anche altri Paesi stanno affrontando analoghi problemi legati all’uranio impoverito. E lo facciamo, questa volta, ragionando su un comunicato stampa diffuso all’inizio dell’estate da Francesco Palese, personaggio molto attivo nella ricerca di notizie che riguardano quest’argomento in continua evoluzione, nonché ideatore e curatore dell’interessante e aggiornatissimo portale www.vittimeuranio.com.
La fonte principale cui fa riferimento il comunicato stampa di Francesco Palese è il cosiddetto “libro nero” che ha realizzato insieme all’Ana-Vafaf, l’Associazione che tutela le famiglie dei militari deceduti in tempo di pace, di cui è presidente l’Ammiraglio Falco Accame (foto a fianco). Chi è Falco Accame: è un ex alto ufficiale della Marina Militare, già Presidente e Vicepresidente della Commissione Difesa e membro della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle commesse militari; autore di numerosi articoli e saggi, attualmente impegnato nella denuncia delle problematiche legate all’uranio e considerato la più autorevole memoria storica sull’argomento.
Ha scritto, fra le altre cose, un libro-intervista uscito nel 2006, reperibile gratuitamente anche in Rete, intitolato “Uranio impoverito. La verità. Giulia Di Pietro intervista Falco Accame”, ed. Malatempora, 10,00 euro.
Il recente documento di Palese (foto a fianco), fa riferimento in modo particolare a tre aspetti dell’intera vicenda trattati dal “libro nero”: una lista dettagliata dei nomi e della provenienza geografica delle vittime, l’indagine sulle cause dei decessi, e l’opinione non ancora definitiva, ma ampiamente documentata, secondo cui i cosiddetti “teatri di provenienza” delle patologie sarebbero, oltre ai Balcani e ad alcuni poligoni militari del nostro Paese, anche la Somalia e il Golfo.
Vediamo qualche dettaglio. Sono diciannove le patologie tumorali accertate, delle quali sei non definite (nel senso che non sappiamo precisamente di cosa si sono ammalati i nostri soldati). Cinque casi di tumore celebrale, due tumori ai polmoni, due allo stomaco, uno alla laringe, uno al pancreas, uno al cavo orale, e uno ai reni. I casi di leucemia di vario tipo sono invece undici. Inoltre: otto casi di linfoma di Hodgkin, quattro di melanomi, quattro di linfomi “non meglio precisati”, tre casi di linfomi non Hodgkin.
A partire dal 1993: dodici morti in Campania, dieci in Sardegna, sei in Puglia, quattro in Sicilia, quattro nel Lazio, tre in Lombardia, due in Veneto, due in Toscana, due in Liguria, uno in Umbria, quattro di cui l’Ana – Vafaf non conosce per il momento la provenienza. Sono cinquanta.
Come faceva giustamente notare Francesco Palese, con il quale PMnet è in contatto, la provenienza geografica ed i dati personali dei militari attualmente ammalati, sono coperti da un velo di ovvia ‘privacy’. Per quanto riguarda le vittime, i dati accertati si riferiscono appunto ai luoghi d’origine della famiglia. In totale fra deceduti e ammalati, quasi seicento persone coinvolte, che hanno prestato servizio, possiamo ragionevolmente ipotizzare, nella maggior parte delle caserme distribuite sul territorio nazionale. Dalle notizie diffuse ufficialmente, pare che fra le vittime non ci siano ragazzi piemontesi.
Si tratta probabilmente di una casualità. Di certo è solo statistica, pallida, di fronte alle tragedie umane di cui stiamo parlando.
Secondo Falco Accame, undici casi di tumore sono estranei alle missioni all’estero, perché si sono verificati presso i poligoni di tiro presenti nel nostro Paese, soprattutto a causa delle modalità di bonifica, senza le opportune protezioni, dopo le prove balistiche e le esercitazioni. E doveroso ricordare la difficoltà di risalire all’origine certa, cioè l’ambiente presso il quale le patologie si sono innescate, anche perché molti dei militari colpiti hanno operato in vari teatri in tempi successivi. Secondo l’Ana – Vafaf, tuttavia, dodici casi possono essere fatti risalire alle operazioni in Bosnia, trenta nei Balcani, due casi alla prima Guerra del Golfo (1991) e cinque alla missione “Restore Hope” in Somalia, nel 1993.
Un particolare piuttosto agghiacciante, su cui ritorneremo: la contaminazione (ricordiamo, non solo di carattere radioattiva, ma anche chimica), è avvenuta perché i nostri soldati hanno operato senza le adeguate cautele, in territori nei quali erano presenti agenti pericolosi, a partire appunto dal 1991. Ricordiamo infine che appositi protocolli rigorosi sono stati diramati a livello internazionale e che le truppe alleate, Statunitensi per esempio, disponevano di maschere e tute adatte per affrontare il pericolo invisibile.
Altro capitolo su cui riflettere e che è oggetto di studio, come abbiamo visto, anche in sede Onu, è il problema concernente la decontaminazione dei territori interessati dai conflitti e dalle esercitazioni, nei quali tuttora risiede la popolazione civile.

Fonte: PMNet.it

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