Uranio impoverito. Parte terza


di Lorenzo Pellegrini

30/05/2007

Fra il 1999 e il 2001 si registra una notevole produzione di documenti ufficiali, di cui è impossibile dare conto in questa sede, ma che permettono di seguire il filo logico della complicata storia che stiamo ricostruendo. Si tratta in prevalenza di relazioni, studi e pareri che si integrano a vicenda, ma senza contraddirsi.
Ma è soprattutto il 2001 l’anno in cui la Comunità mondiale comincia e prendere coscienza del fatto che esiste il problema “Uranio impoverito” (‘UI’, ma nei documenti in inglese ‘DU’, come ‘Depleted Uranium’).
La NATO, l’ONU e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (‘OMS’ o, nell’acronimo internazionale, ‘WHO’), cominciano a interessarsi alla verifica di eventuali legami fra l’uso di armi all’UI e le patologie di cui giungono continue notizie. Il 17 gennaio del 2001, Rafiah Salim, Segretaria Generale delle Risorse Umane presso l’ONU, invia una lettera a tutto il personale dell’ONU che opera o ha operato nei territori in cui sono state usate armi all’UI.
In questa lettera si prende atto dell’attenzione che i mezzi d’informazione mostrano sulla possibilità che l’esposizione all’UI possa causare vari effetti, fra cui la leucemia; poi si aggiunge che attualmente (siamo nel 2001), non esistono prove scientifiche certe sull’esistenza di questi rischi. NATO, WHO e UNEP (che è l’Organismo per l’ambiente delle Nazioni Unite), stanno studiando il problema, assumendo come riferimento alcune zone selezionate nei Balcani ed in particolare in Kosovo.
La previsione è quella di monitorare e controllare attentamente i dati che arrivano, perché la preoccupazione primaria è la salute del personale ONU impegnato nella zona. I risultati dello studio saranno resi pubblici a partire da fine febbraio dello stesso anno.
Un documento che in qualche modo riassume lo stato degli studi in quel preciso periodo viene nel frattempo pubblicato dal WHO a Ginevra, ed è intitolato “Depleted Uranium: sources, exposure and healt effect”.
Si tratta di una monografia tradotta in varie lingue, (ma come avviene quasi sempre, non in italiano), che ha come obbiettivo quello di stabilire il rischio per la salute, in seguito all’esposizione all’UI.
Secondo questa pubblicazione, il veicolo principale attraverso cui il corpo umano può venire in contatto con l’UI, è l’inalazione, attraverso le polveri sottili trasportate dal vento. Altre modalità sono l’ingestione, soprattutto attraverso l’acqua e il cibo che fa parte del ciclo alimentare (falde acquifere contaminate, consumo diretto di prodotti della terra, o consumo di carni di animali che hanno mangiato l’erba), e infine, attraverso il contatto diretto con la pelle, per esempio con schegge metalliche.
Il 95% dell’UI che entra nel corpo umano, sempre secondo questa ricerca, non è assorbito e quindi viene smaltito. In particolare il 67% è eliminato entro le 24 ore. Non c’è alcun riferimento a dati precisi sul restante 5%. Tipicamente, fra lo 0,2% e il 2% dell’UI assunto attraverso l’acqua e gli alimenti, è assorbito dal tratto intestinale, ma i due organi maggiormente esposti sono reni e polmoni. Il documento parla inoltre dei cosiddetti studi di lungo periodo su realtà diverse, e alle particelle insolubili che tendono ad essere mantenute nel polmone e nel rene e possono condurre al cancro.
Viene precisato che l’UI è un prodotto potenzialmente tossico i cui danni sull’uomo dipendono sia dalle caratteristiche dell’UI stesso, sia dai tempi di esposizione e dall’intensità dell’esposizione stessa. Ricordiamo che numerose fonti scientifiche, da molti anni ormai, assumono la radioattività dell’UI al 60% dell’uranio naturale. Il documento sembra voler fare riferimento ad una “soglia” oltre la quale l’UI diventa pericoloso, ma le informazioni scientifiche a disposizione (siamo ancora nel 2001) non permettono di valutare quali siano tali limiti. Non si ritiene necessario, infine, il monitoraggio e lo studio sulle popolazioni residenti.
Il 17 aprile dello stesso anno, a distanza di tre mesi esatti dalla prima lettera, Rafiah Salim contatta nuovamente tutto il personale ONU per informarlo che WHO e UNEP hanno pubblicato i loro rapporti, rintracciabili presso i rispettivi siti internet, concernenti l’UI in Kosovo. Si legge, fra l’altro : “Scientific and medical studies have not established a link between exposure to depleted uranium and the onset of cancers a birth defect”. Cioè: non è stato possibile stabilire un collegamento fra l’esposizione all’UI e il cancro o i difetti di nascita. I campioni raccolti hanno indicato bassi livelli di radioattività e di tossicità, pertanto non sono state trovate prove convincenti per indicare alcun effetto sulla salute delle popolazioni.
Nel testo della lettera si consiglia, comunque, molta prudenza, soprattutto perché non sono ancora noti gli impatti ambientali di lunga durata, in particolare per ciò che riguarda l’acqua freatica.
Vedremo nella prossima puntata gli sviluppi di questa discussione.

Fonte: PMnet.it

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