L’oca selvaggia colpisce ancora, in videogame


Di Ippolito Edmondo Ferrario

“Kane & Lynch: Dead Man” è il nuovissimo videogioco prodotto dalla Game Convention 2006 a riportare nuovamente alla ribalta nel mondo dei videogiochi la figura del mercenario da sempre utlizzata dal mondo dell’entertainment virtuale in diversi e avvincenti videogiochi. La storia ruota attorno ai due protagonisti Kane e Linch, definiti per antonomasia “uomini morti” in quanto si ritrovano a condividere il braccio della morte per ragioni diverse e che deveno venire salvati dal gruppo di mercenari del quale hanno fatto parte in passato. Due personalità diverse a confronto: Kane, calmo e calcolatore, con una famiglia alle spalle e un figlio morto per sbaglio mentre giocava con la pistola del padre e Linch, dalla doppia personalità, all’apparenza normale, ma schizofrenico, reo di aver ucciso la propria moglie durante una di queste crisi. Il videogioco racconta dell’ultima missione de “I sette”, il gruppo mercenario di cui i due fanno parte, giunti in Sudafrica per un’operazione che finisce nel sangue. Solo Kane si salva, peraltro recuperando numerosi diamanti. I mercenari scampati al massacro si organizzano per liberare Kane dal braccio della morte, naturalmente per recuperare il tesoro. “Kane & Linch: Dead Man” riporta così alla ribalta la figura dei soldati di venduta, meglio conosciuti attualmente come “contractors” e da sempre al centro di aspre polemiche. Pochi mesi fa è morto all’età di settantotto anni l’ultimo capitano di ventura del secolo passato, ovvero il colonnello Bob Denard, protagonista di una serie innumerevole di tentativi di colpi di stato in paesi del terzo mondo. La notizia della sua morte per alcuni ha sancito definitivamente la fine di un’epoca, quella dei mercenari alla vecchia maniera per intenderci, idealisti, avventurieri e un po’ poeti. La figura del mercenario è dunque in evoluzione? La risposta sembrerebbe di si, anche se la fama negativa dei mercenari presso l’opionione pubblica è la stessa di sempre. Negli anni 60 figure come Bob Denard, l’inglese “Mad” Mike Hoare e il belga Jean Schramme infiammavano gli scenari bellici dell’ex Congo belga precipitato nella guerra civile e contemporaneamente in Italia, se la sinistra guardava al “Che”, la destra sognava col mito dei mercenari. Pino Caruso dal palco del Bagaglino cantava nel 1967 “Il mercenario di Lucera” raccontando di un mondo sommerso, quello dei mercenari italiani che partivano dall’Italia per l’Africa inseguendo un sogno più che una paga. Così Girolamo Simonetti, ex mercenario in Congo, scriveva nel suo libro di memorie “Il bottino del mercenario” (Ciarrapico Editore) le motivazioni che lo avevano spinto da un giorno con l’altro a partire: “Ma in realtà tra un bicchiere di Barbera e l’altro, tra i fumi dell’elisir di Bacco, si librano i nostri sogni, gli entusiasmi di una giovinezza piena d’ardori, di voglia di dare; dare qualcosa che L’Italia di oggi non chiede più, una merce d’altri tempi: il coraggio, il desiderio di confrontarsi per un’ideale: eredità dei nostri padri, che Coca-Cola, Beatles e benessere non sono riusciti a soppiantare in tanti giovani come noi. Già, il benessere. La Fiat 850, il mutuo, le cambiali, il cartellino da timbrare, la cravatta, il Corriere della Sera e poi…venti giorni in pensione a Rimini. No, grazie. Preferiamo una foresta africana, una pozza d’acqua salmastra per dissetarci, una logora divisa kaki che rappresenti qualcosa di nostro in questo mondo di comparse stralunate che non sanno da dove vengono, né dove vanno. Un mondo nel quale gli ideali sono da identificarsi nella tredicesima, nel passaggio di categoria, nel posto al ministero…E noi, pecore nere, a rifiutare la putrescenza del tran-tran quotidiano sognando…”. E a tenere viva la leggenda dei mercenari ci pensarono anche romanzieri di successo quali Frederik Forsyth con i suoi “I mastini della guerra” e Daniel Carney con “I quattro dell’oca selvaggia”. A entrambi i romanzi si ispireranno i due omonimi film di successo che metteranno in luce il lato umano di questi soldati che all’opinione pubblica venivano presentati perennemente come gente assetata di sangue. Anche nella semplificazione di un videogioco come Kane & Linch si cerca di dare spazio al lato umano di questi uomini che hanno scelto il mestiere della guerra. Spesso i mercenari si lasciano alle spalle vicende tristi e dolorose o semplicemente sfuggono al grigiore del vivere quotidiano cercando un qualcosa per cui valga la pena vivere. Altri ancora diventano soldati-mercenari perchè costretti dalle necessità come l’ex agricoltore belga Jean Schramme che per difendere la propria fattoria in Congo si trasformò in un soldato leggendario, al comando del battaglione Leopardo, un manipolo di mercenari europei e katanghesi che sbaragliò i ribelli Simba d’ispirazione marxista negli anni sessanta. Sul fronte opposto il prussinao Sigfried Muller, reduce della Wermacht, si ritrovava a combattere in Congo per inseguire una sorta di ideale-guerriero che andava al di là delle bandiere e delle ideologie: “Sono passati vent’anni. Ci sono quarantacinque gradi all’ombra, sono sotto l’equatore e sguazzo in un sudore appicicoso di polvere rossa. Ho ancora la mia croce di ferro, ci sono anche i partigiani, non c’è più il mio Fuhrer. Un Chleuh che comanda un francese, un belga e un ebreo in una battaglia dove noi, i razzisti, difendiamo un popolo di colore contro i piccoli uomini gialli della rivoluzione rossa. Tutto è possibile!”. Se da un lato i libri e il cinema hanno cercato di andare al di là delle semplici apparenze, la parola “mercenario”, spesso accompagnata a quella di “fascista”, suscita ancora polemiche e diatribe . Nel 2004 i mercenari del nuovo millennio sono quattro italiani catturati in Iraq mentre sono ingaggiati da una compagnia privata che opera nel campo della sicurezza: Fabrizio Quattrocchi, Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e Salvatore Stefio. Quando Fabrizio Quattrocchi verrà giustiziato dai suoi carcerieri in Italia c’è chi gli rende omaggio e chi invece lo considera un “mercenario” e per questo non degno di alcuna considerazione. La polemica si trasferisce sul piano politico dove la sinistra risfodera il “mito” del mercenario come l’ennesimo rigurgito di un fascismo mai morto. Le ultime dichiarazioni di Quattrocchi un istante prima di morire sembrano poi un monito proprio a chi in seguito fomenterà odi e discussioni sulla sua morte: “Adesso vi faccio vedere come muore un italiano”. Successivamente, con un decreto contrastato del 13 marzo 2006 a Quattrocchi verrà concessa la Medaglia d’Oro al Valor Civile con la seguente motivazione “Vittima di un brutale atto terroristico rivolto contro l’Italia, con eccezionale coraggio ed esemplare amor di Patria, affrontava la barbara esecuzione, tenendo alto il prestigio e l’onore del suo Paese”. Eppure i mercenari tornano utili nei videogiochi, piacciono ai ragazzi, incarnano uno spirito di ribellione e una sete di avventura che la nostra società non è riuscita a domare del tutto. Il mito del mercenario sussiste ancora oggi per chi si arruola nella Legione Straniera Francese intorno alla quale aleggia un alone di mistero e di leggenda; pochi ricordano che i legionari francesi, attualmente utilizzati in molteplici missioni umanitarie, in più occasioni, oltre a dimostrarsi soldati tenaci e combattivi, hanno portato a termine operazioni di salvataggio di profughi e gente inerme. L’aviolancio sulla città di Kolwezi nello Zaire nel 1978 e la liberazione di più di duemila ostaggi tentuti in scacco dai katanghesi ancora oggi è una delle operazioni più celebri. Lo stesso Bob Denard, l’avventuriero, la “carogna”, secondo il giudizio di alcuni mercenari, con i suo affreux (i terribili, come venivano soprannominati i mercenari europei in Africa) fu protagonista del salvataggio di centinaia di coloni bianchi e di religiosi che nel Congo infiammato dalla guerra sarebbero stati massacrati. Non si sa se nel videogioco Kane & Linch si guadagnano il lieto fine, ma nella realtà, il più delle volte il mercenario non lo mette in conto. E come nella canzone di Pino Caruso, a chi li ha sempre accusati di sete di ricchezza, se volessimo frugare tra le presunte ricchezze accomulate dai mercenari, da Denard a Quattrocchi “Ma ora che sono steso /guardate nel mio sacco/c’è solo una bottiglia/e un’oncia di tabacco/Invano cercherete/soldi nel tascapane/li ho spesi proprio tutti/assieme alle puttane”.

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