Il Pinocchio d’Egitto – Parte terza: San Remo

di Valerio Evangelisti

Devo scusarmi con i quattro lettori di Carmilla On Line. Avevo promesso uno studio su Magdi Allam limitato a tre puntate. Purtroppo la materia mi è esplosa tra le mani e devo estendere gli episodi a quattro. Ne sono desolato. Considerate, però, che le videocassette de Il giornalino di Giamburrasca, con Rita Pavone, sono altrettante. Non mi direte che Magdi Allam non merita uno spazio pari a Rita Pavone, o a Giamburrasca. Se non altro, è molto più divertente.
Mi permetto di ribadirlo per la terza volta. Non si comprende il Magdi Allam cronista di guerra se non si prendono le mosse dal Magdi Allam saggista, sociologo e frenologo, per usare un termine antiquato. Il primo potrebbe essere scambiato per un semplice contafrottole, solo molto più fantasioso dei colleghi. Il secondo ci permette invece di capire come quella che sembrerebbe pura menzogna spudorata e un po’ bislacca sia invece il frutto di un progetto culturale di ampio rilievo.
Torniamo dunque all’impagabile opera di Magdi Allam, reperibile in qualsiasi libreria, intitolata Saddam. Storia segreta di un dittatore. Leggiamone un brano. E’ riferito alla madre di Saddam Hussein, Sobha, e alla sua sconfinata cattiveria, trasmessa al figlio:
“Quando una delle sue figlie incinte fu colta da febbre alta, venne trasferita in una clinica privata diretta da un illustre professore. Sobha lo fermò nel corridoio e, davanti a tutti gli altri medici, gli urlò in faccia: ‘Figlio di puttana, se mia figlia muore, erigerò la forca fuori dell’ospedale e ti impiccherò!’ Il professore svenne sull’istante” (p. 18)
L’episodio è inquietante perché dimostra, oltre alla perfidia di Sobha, la scarsa fibra dei chirurghi iracheni. Ma adesso mi rivolgo a chi conosce l’inglese, e lo prego di leggere questo brano:
“When one of Subha’s married daughters had a problematic pregnancy and came down with a high fever, the daughter was taken to a private hospital for women in Baghdad, headed by a prominent gynaecologist. After the doctor had examined the woman, Subha stopped him in front of several members of the hospital staff standing in the corridor and screamed: ‘You son of a bitch, if my daughter dies, I will erect your gallows outside your hospital and hang you!’. The man fainted.”
Qualcuno si chiederà se il prezioso studio di Magdi Allam sia stato già tradotto negli Stati Uniti o in Inghilterra. No, anche se sicuramente accadrà tra breve. Il secondo brano è leggibile a pag. 37 del volumetto di Judith Miller e Laurie Mylroie Saddam Hussein and the Crisis in the Gulf, Times Books-Random House, New York-Toronto, 1990.
Plagio! diranno i maligni, specie dopo avere constatato che tutto il saggio di Magdi Allam è costellato di prestiti forzosi da quell’aureo libretto, non evidenziati né da virgolette, né da indicazioni del numero di pagina (salvo un caso che dirò). Invece i maligni si sbagliano.
Prima di denunciare la loro malafede, è però bene chiarire la natura dell’opera di Judith Miller (una giornalista) e di Laurie Mylroie (una ricercatrice). Non si tratta di un testo con pretese scientifiche, bensì di un classico instant book partorito in fretta e furia mentre stava iniziando la prima guerra del Golfo. Utile perché riporta, in appendice, le denunce di Amnesty International contro le violazioni dei diritti umani commesse in Iraq; ma, per il resto, quasi inservibile poiché privo di indicazioni delle fonti che non siano a dir poco generiche: “un testimone racconta”, “secondo una segretaria di Saddam”, e così via.
L’accusa a Magdi Allam di avere copiato interi paragrafi di un libro-bidone non sta in piedi perché, paragonando i due brani riportati, si nota facilmente che ha tolto dall’originale alcune frasi, mentre in altri casi ne aggiunge. Vale per lui la difesa dei cantanti che, a ogni festival di San Remo, sono accusati di plagio da Striscia la notizia: se l’ispirazione è comune, la limitatezza del fraseggio musicale obbliga a esprimersi nella stessa maniera. Allam è dunque salvo.
Conferma la sua innocenza l’unico caso in cui, nel suo libro, Allam cita come fonte il pamphlet di Miller & Mylroie. Siamo alle pagine 17-18 del saggio di Allam (36-37 dell’altro libro). Vi si narra un episodio spaventoso. Hussein è già al potere. Un suo compaesano, il generale Omar Al-Hazzah, si intrattiene con un’amica senza sapere di essere spiato. Le confida di essere stato a letto con la madre di Saddam, la perfida e corrotta Sobha.
Quando il dittatore ha in mano la registrazione, la reazione è inattesa. Raduna un’assemblea dei clan di Tikrit e fa ascoltare a tutti il nastro registrato (già allora ci teneva alla discrezione sulle beghe familiari, e alla tutela dell’onore della madre). Poi scoppia a piangere davanti a tutti e grida: “Che cosa pensate che meriti un uomo così?” Che cosa meriti lo sa benissimo. Ce lo spiega Magdi Allam (che, nel corso del suo saggio, tornerà altre due volte sull’episodio): “Il generale Al Hazzah e suo figlio, un ufficiale della Guardia Repubblicana, furono giustiziati. L’amante del generale fu impiccata e le loro case furono rase al suolo. La condanna a morte del figlio del generale rientra nell’ambito della ‘responsabilità oggettiva’ del crimine che contempla l’estensione della condanna ai familiari del colpevole.”
A questo punto, Allam rinvia finalmente al volumetto di Miller & Mylroie. Dove peraltro, pur nell’ambito di una traduzione quasi letterale, l’ultima frase non figura. Ma ce ne sono altre, che Magdi Allam ha aggiunto di propria iniziativa, facendole un po’ arbitrariamente rientrare nella stessa fonte. Per esempio, le due autrici americane dicono che Shoba godeva di cattiva fama, rispetto ai costumi di Tikrit, perché pretendeva di essere l’unica moglie, rispetto alle quattro concesse al marito. Magdi Allam, forse giudicando (non a torto) insufficiente questa accusa di immoralità, aggiunge di suo pugno: “Di fatto la povera donna sbarcava il lunario prostituendosi”. E più sotto, quando Saddam Hussein fa ascoltare il nastro registrato ai clan di Tikrit e scoppia a piangere, ne spiega la ragione: “La verità sulla professione infamante della madre sconvolse Saddam profondamente”.
Impariamo dunque che Saddam Hussein non aveva ascoltato prima il nastro che stava per fare udire a cani e porci. Sorprendente. Ma quello che emerge con sicurezza è che Magdi Allam considera Saddam Hussein un “figlio di puttana”, e vuole dimostrarlo oltre l’insulto, sul piano pratico. Be’, perché no? Anche Svetonio, storico repubblicano, inventava non importa cosa a danno degli imperatori che detestava. Che c’è di male, se la causa è giusta?
E’ questo il tratto comune tra l’Allam corrispondente di guerra e l’Allam scienziato sociale: l’espressionismo. Nel senso che, quando il fatto in sé è scarno, viene arricchito di dettagli immaginari o dubbi, per lo più grotteschi o da incubo. E questo è un servizio reso alla verità, in quanto l’evento si trova così immerso in un’atmosfera che lo valorizza, superando la banalità monodimensionale della cronaca e della storia. Allam apre un varco all’emotività, e dunque a una storiografia profondamente umana, in cui gli stati d’animo hanno un ruolo prioritario rispetto al fatto, che a quel punto può anche essere totalmente fasullo. Allam, più che storico, è pittore.
Ma torniamo alla precedente interpolazione di Magdi Allam, quella relativa alla “responsabilità oggettiva” del crimine che estende la punizione al parentado. Il giornalista canadese David Baran ha di recente messo in dubbio, proprio in nome di quella legge, che l’assassinio del generale Al-Hazza, di suo figlio, dell’amante del primo ecc. abbia mai avuto luogo (D. Baran, L’imagination débridée des experts en “irakologie”, in Le Monde Diplomatique, aprile 2003). Infatti i due nipoti di Al-Hazza mantennero i loro incarichi di governatore e di comandante dell’esercito.
Io però sto dalla parte di Magdi Allam, che ai miei occhi ha avuto un torto solo: quello di credere che l’instant book a cui ha attinto con tanta generosità, introvabile nelle biblioteche, non fosse stato letto da nessuno. Senza considerare che un tizio – per ipotesi, il sottoscritto – avesse potuto vederlo nell’edicola di una stazione nel 1990 e, incuriosito, comperarlo. Per poi provare tredici anni dopo, nel leggere l’ultima fatica di Magdi Allam, una deliziosa sensazione di déjà vu.

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