Maggioranza: i liberisti del PdL contro Tremonti

Posted in Attualità on 27 ottobre 2009 by europanazione

fini-tremonti

di Andrea Angelini

Nel centrodestra dopo qualche tempo è ripreso il tiro al bersaglio contro Giulio Tremonti. Il ministro non gode in verità di una grande popolarità nella maggioranza, in particolare tra gli ex esponenti di AN. Basta ricordare che il 3 luglio 2004 Tremonti venne fatto dimettere da responsabile dell’Economia su pressione di Gianfranco Fini che volle assumere su di sé la supervisione delle decisioni in materia, dopo averlo accusato di conti truccati nella Legge Finanziaria per un importo di due miliardi di euro fra manovra annunciata e riduzioni realmente ottenute. In realtà si trattò di uno scontro sulla destinazione finale dei soldi pubblici che molti in AN avrebbero voluto indirizzare verso le proprie clientele.
Lo scontro tra AN e Tremonti è tornato oggi di attualità. Vuoi perché il ministro è considerato il politico del PdL più vicino alla Lega, vuoi perché per il dopo Berlusconi è visto come il più serio concorrente di Gianfranco Fini. I due personaggi non possono che essere agli antipodi. Tremonti conosce infatti molto bene i meccanismi dell’economia e i reali rapporti di forza sullo scenario internazionale ma per il suo compito antipatico di aggiustare i conti e tagliare le spese non può contare su una grande popolarità. Fini al contrario, pur non avendo grandi competenze specifiche, può contare su una indubbia forza mediatica.
L’ultima occasione di scontro tra i due è recente ed è stata offerta da un “papello”, per dirla alla Riina, che ha incominciato a circolare nei Palazzi romani. Un documento, di autore ufficialmente sconosciuto, nel quale si attacca senza mezzi termini le misure di politica economica, in particolare quelle fiscali, del tributarista di Sondrio imprestato alla politica, sminuendone gli effetti positivi che dovrebbero avere sull’economia nazionale. Se in un primo tempo i sospetti sull’autore del documento si erano abbattuti su Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo, un altro politico ed economista è finito con maggior forza nella lista dei candidati, e cioè Mario Baldassarri di AN. Tremonti sospetta che in questa fase gli attacchi che gli vengono rivolti non siano determinati da una lotta nella maggioranza per una diversa allocazione delle risorse a questo o quel ministero e quindi indirettamente alle clientele di questa o quella componente del PdL. Il ministro pensa invece di stare scontando tutte le bordate che nel passato recente ha tirato contro le banche, contro la Banca d’Italia e contro la categoria degli economisti da lui invitati a tacere per qualche anno visto che non erano stati capaci di prevedere la tempesta finanziaria che si stava per abbattere sui mercati finanziari e di riflesso sull’economia reale. A muovere gli autori o l’autore del “papello” ci sarebbe quindi una sorta gioco di sponda per ottenere il gradimento, qualcuno spera anche favori, da parte di Via Nazionale e del sistema bancario nel suo complesso. Due soggetti in Italia quasi intoccabili ma che Tremonti non aveva esitato a mettere sotto accusa. La Banca d’Italia per non avere esercitato il dovuto monitoraggio sui mercati e segnalare che il sistema bancario internazionale si era indebitato in maniera indecente per sostenere le proprie speculazioni. E che quindi Draghi non si poteva ergere a primo della classe. Le banche invece perché, per rientrare dei propri debiti causati da investimenti sbagliati e da speculazioni varie, continuano a praticare una stretta creditizia che penalizza le famiglie e le piccole e medie imprese e che non tocca la grande industria come la Fiat. Due iniziative giudicate imperdonabili da settori della maggioranza che vogliono mantenere rapporti idilliaci con questi due “poteri forti”, i veri padroni del Paese, e rafforzarli nell’ottica del dopo Berlusconi. Un altro elemento ha contribuito poi ad alimentare gli attacchi a Tremonti. Ed è quello della sua presa di posizione in difesa del posto fisso come elemento di stabilità e di coesione sociale. Una iniziativa imperdonabile per i neo-liberisti ex statalisti del centrodestra che come tutti i neoconvertiti sono più realisti del re e smaniano per il Libero Mercato, per l’assenza dello Stato e per un mercato del lavoro all’insegna della flessibilità, del precariato e dei premi di produzione. In altre parole del cottimo.

Fonte: Rinascita.info

Lampi di Folgore

Posted in Libero pensiero on 28 settembre 2009 by europanazione

folgore

di Pietrangelo Buttafuoco

Non se ne abbia a male Michele Serra ma è fin troppo ovvio che una mascotte dei parà, un cane da impegnare perfino nei funerali solenni nell’Italia di oggi, possa avere per nome Rommel. Fu Erwin Rommel, la “Volpe del Deserto”, a scolpire sulla pietra di El Alamein la sentenza che il Signore dei Mondi bacia con la sabbia, il vento e il silenzio di ogni alba sul deserto d’Iskandria: “Se il soldato tedesco ha stupito il mondo, il bersagliere italiano ha stupito il soldato tedesco”.
A sbalordire il comandante germanico c’erano i paracadutisti italiani che scendevano dal cielo nel rabbuffo del piumaggio. E piovevano a grappoli i ragazzi di Bir El Gobi. E come Folgore dal cielo, i soldati della guerra perduta, planavano sul mare di polvere riscattando a mani nude la vergogna di un re in fuga e il tradimento della pregiata Marina (e Dio stramaledica i traditori). Daniele Lembo, che ha scritto per “Latina Oggi” il più bel pezzo sui sei caduti di Kabul, mi ha raccontato di aver incontrato ai funerali un paracadutista di ottantacinque anni. Un ragazzo imprigionato nel corpo di un vecchio, il parà. Un bellissimo giovane raggiante di rughe e capelli bianchi, splendido con la sua divisa coloniale, ancora integra, e con il basco in testa: “Nella Grande guerra”, gli ha detto il venerando guerriero, “si faceva il corpo a corpo. Io, nel deserto, il corpo a corpo non l’ho mai fatto. Quelli venivano avanti con i carri armati e io saltavo fuori da quella buca con la bottiglia di benzina”. Questa è la Folgore. Il coraggio contro l’acciaio. Bisogna capire il vecchio. Ma c’è da capire anche Lembo. Suo padre, per arrotondare il bilancio familiare, teneva la contabilità del cinema, al paese. Nel suo compenso era compreso l’ingresso libero in sala per i figli. Avrà avuto otto anni Lembo quando, eccezionalmente per una località di provincia, Minori, ebbe modo di vedere una pellicola di prima visione: “La battaglia di El Alamein”. La storia di due fratelli, un maresciallo dei bersaglieri e un tenente dei paracadutisti, immersi nella sabbia del deserto coi loro reparti. La scena finale del film mostrava i parà della Folgore nella veste di “cacciatori di carri”. Lembo s’innamorò dei “folgorini” guardandoli saltare fuori dalle buche, armati di bottiglie incendiarie, per dare l’assalto ai carri armati inglesi.
Coraggio contro acciaio, appunto. Fra le sabbie non c’è più il deserto perché ormai ci sono i morti. L’epigrafe del cimitero ad El Alamein è bellissima: “Sono qui di presidio per l’eternità i ragazzi della Folgore, fior fiore di un popolo e di un Esercito in armi. Caduti per un’idea, senza rimpianto, onorati nel ricordo dallo stesso nemico, essi additano agli italiani, nella buona e nell’avversa fortuna, il cammino dell’onore e della gloria. Viandante arrestati e riverisci. Dio degli Eserciti, accogli gli spiriti di quesi ragazzi in quell’angolo di cielo che riserbi ai martiri ed agli Eroi”.
Entrato alle sedici in sala, ora della prima proiezione, Daniele rivide la pellicola fino all’ultima replica di mezzanotte. Oggi, in tutta Italia, un bambino che conosca questa pagina di storia non si trova. La sabbia che ci riempie la testa non è benigna come quella nel deserto di Alessandria e bisogna capire quella preside di una scuola di Roma che non ha voluto fare osservare il silenzio ai suoi scolari – “Piuttosto lo si faccia per i morti nel lavoro”. E bisogna capire pure quel prete in Lombardia che i sei caduti di Kabul li ha sputati – “maschioni mercenari fascistoidi”. L’Italia non esiste più e la Brigata Paracadutisti Folgore, tale è il nome esatto, è un’unità di fanteria leggera d’assalto che si descrive nel basco e basta. Il basco amaranto, uguale in tutto il mondo, è il segno di un’aristocrazia militare che affratella i nemici provenienti da ogni terra, sia essa la più remota. Il parà non conosce l’odio e quella preside e quel prete forse dovrebbero visitare la sede dell’Associazione dei Paracadutisti d’Italia, a Trieste, dove i vecchi soldati custodiscono nelle bacheche – quali cimeli, in ricordo dei gemellaggi – i brevetti scambiati coi loro camerati di ogni esercito: americani, inglesi, francesi, ungheresi, turchi, australiani, russi e tedeschi. Di volta in volta nemici o alleati. Hanno perfino i brevetti dei badogliani, quelli della “Nembo”. E in quella sede si venerano, accanto alle Medaglie d’Oro della Grande Guerra, anche le sacrissime bende del Sol Levante. Quelle dei guerrieri aviotrasportati nipponici. Ho usato la parola “camerata”, chiedo scusa, e se l’Italia non fosse quell’espressione geografica cui s’è ridotta ad essere, farebbe ridere il grande sforzo linguistico dell’eufemistico “commilitone”, invece c’è da piangere le lacrime del ridicolo, non proprio il massimo. Ed è una fortuna che resti una tromba a gridare il Silenzio per i caduti.
Il destino del parà è beffardo, e Salvatore Sottile, che fu paracadutista scelto in quel di Siena, a scanso di retorica, l’epopea parà la spiega al modo guascone: “Il parà è il più vulnerabile in azione, cade se deve cadere, sbriga la propria missione, ci mette sacrificio, dovere e lealtà e torna nei ranghi. Sicuramente non è quello che se ne va incontro agli applausi con la bandiera in trionfo”. I parà del 1978 – quando quelli morti oggi a Kabul non erano nati – si raccoglievano alla spicciolata. Alla visita medica un caporale entrava negli stanzoni della leva e chiedeva: “Chi viene nei paracadusti?”. Uno pronto ad alzare il culo dalla comoda branda della naja si trovava. E fare il parà negli anni ’70 era un modo per certificarsi peggiore gioventù, maschioneria fascistoide per come ancora oggi dice il famoso prete. Ovviamente una stupidaggine, questa: “Il dieci per cento dei Diavoli Neri”, ricorda oggi Sottile, “quelli della 15a compagnia, venivano da Lotta Continua. Per non dire dai Sorci Verdi. Tutti di estrema sinistra”. Fare il parà era anche il modo migliore per imparare qualcosa, anche mangiare due primi, due secondi, due porzioni di dolce e di frutta e però dimagrire di dodici chili tanto era grande il mazzo da fare. Fare il parà era quel sapere fare l’amore con l’MG, la mitragliatrice leggera, l’arma da portarsi nel lancio per buttarsi giù e vedere la terra venire incontro e non il contrario. Fare il parà è fare il lancio: il primo è una liberazione, il secondo è più ragionato, gli altri diventano un’orgia di concentrazione e di misura. Fare il parà ieri ma anche oggi e anche domani significa prendersi tutto quello che gli altri rifiutano: la cattiveria, la sfortuna, la morte (la preghiera del legionario: “Mon Dieu, donne moi ce qui reste…”). Se ci fosse l’Italia ci sarebbe un’Edith Piaf per i parà del tricolore, “Non je ne regrette rien” è il loro blasone preso a prestito dai cattivi, sfortunati e morti ammazzati legionari, ma come ci si presta e ci si scambia il basco tra i paracadusti di ogni dove. Ogni volta che sfilano i parà, dunque, ognuno ricordi questa canzone anche per loro. E’ la canzone che Tomaso Staiti di Cuddia, paracadutista, vuole che venga cantata al suo funerale. Essere parà significa avere un dio diverso e mentre gli altri se ne vanno con la bandiera in trionfo, i parà che possono anche chiedere e ottenere il permesso dal loro capitano di fare H24 per tenere in assedio la discoteca Pussycat zeppa di studentesse di Verona, i parà che per allegria possono – come fanno sempre – saltare dal secondo piano della caserma per ogni cambio di materasso, sono gli unici a sapere che il Col Moschin non è precisamente un colonnello che di cognome fa Moschin, ma il venerato Nono Reggimento d’Assalto, intitolato alla presa del Col(le) Moschin durante la I guerra mondiale. Quello degli incursori.
La peste del parà è la retorica, l’unico impasto che gli compete è la poesia. L’atto del lancio è poetico e Sergio Claudio Perroni, fustigatore di poetastri, già parà in quel di Livorno, interrogato, risponde. “Di poetico, ricordo:
– l’allora capitano Roberto Martinelli (poi generale comandante della Forza Multinazionale nel Sinai), che a ogni lancio si augurava che il paracadute incontrasse una corrente capace di tenerlo «in aria per sempre»;
– l’inno Baschi rossi e fregi d’oro, all’epoca cantato di nascosto in quanto vietato per sospetta apologia del fascismo («Siamo arditi, paracadutisti, e dal cielo ci lanciamo…»). Ma più poetico ancora era Paracadutista tu: “Pa-raca-dutista tu / che scendi di lassù so-prà l’infè-rno / Tu, conqui-sti ciò che vuoi / a fianco degli ero-i, che so-no ete-rni.”)
– i lanci dalla torre del sergente Toma, unico che in piazza d’armi sapesse lanciarsi «a x» dall’altezza massima, cioè diciotto metri (la «x» era la figura acrobatica più artistica e più pericolosa);
– l’allora tenente Marco Bertolini (oggi vicecomandante delle forze di coalizione a Kabul), che, per contare i sei secondi prima di verificare l’apertura del paracadute principale, anziché il conteggio di prammatica («1001, 1002 … 1006») ci suggeriva di recitare il mantra «sesso selvaggio a sassuolo» (anzi, essendo lui di Parma: «scescio scelvaggio a sciasciuolo»). Può sembrare prosaico, ma a metterlo in atto, appena schizzati fuori dall’aereo e ignari per quei secondi se il paracadute si sarebbe aperto o no, era poeticissimo;
– i parà schierati lungo il perimetro della piazza d’armi della caserma Vannucci a Livorno, per l’ultimo saluto a due commilitoni saltati in aria durante un’esercitazione: il silenzio glaciale rotto via via dal singolo schiocco delle mani sulle gambe di ogni parà che scattava sull’attenti al passaggio dei feretri;
– le meravigliose figlie del colonnello Malorgio”.
Nel poetico si annida anche il fattuale. E perciò il Perroni fattualizza: “Non è vero che la Folgore fosse una sentina di camerati. La domanda per parà la facevano molti ragazzi che, non potendo o non volendo schivare la leva, anziché passare quei dodici mesi a morir di noia in qualche casermaccia stantia preferivano farsi un po’ di sano mazzo con attività fisiche e sportive; non è vero che ci si menasse continuamente con la popolazione rossa di Livorno (o di Pisa, quand’eravamo alla SMIPAR, la scuola di paracadutismo, per prendere l’abilitazione al lancio): loro se ne fottevano di noi, noi ce ne fottevamo di loro o, al massimo, cercavamo – perlopiù invano – di fottergli le donne; molti paracadutisti, anche tra gli ufficiali di complemento, erano entrati nella Folgore solo perché si buscava paga più alta rispetto a quella degli altri corpi: c’erano in più l’«indennità di lancio» e l’«indennità di mensa» (quest’ultima era una specie di risarcimento in cibo per le energie profuse in tanta attività fisica; pagato mensilmente in quote alimentari di roba nutriente tipo parmigiano, cioccolata fondente, ecc.). Indennità che, per i raffermati, potevi mantenere solo facendo un numero minimo di lanci all’anno: ragion per cui in certi periodi vedevi i maresciallazzi panzoni e poltroni che diventavano improvvisamente operativi e andavano a far su e giù lanciandosi dall’elicottero per mettersi in pari con la quota minima”.
Ancora un po’ di poesia: “Un po’ della poesia del ‘basco rosso’ se ne andò, almeno per noi, quando fu consentito di portarlo a tutti i militari della Folgore, non solo ai paracadutisti: ossia anche ad autieri e altri soldati che non avevano mai messo piede su un aereo né mai se n’erano lanciati. Quando scoppiò lo scandalo degli Hercules, ossia i C-130 Lockheed, nella Folgore serpeggiò il terrore che sospendessero le consegne dei tanto sospirati C-130 costringendoci a continuare a lanciarci da quelle che davvero erano ‘bare volanti’, ossia i C-119: aerei che spesso ci mettevano tre o quattro tentativi prima di riuscire a decollare col loro carico di parà da lanciare”.
Altro che maschioni mercenari fascistoidi per come dice il bravo prete (Dio stramaledica i buoni propositi). Non c’è stipendio in grado di convincere una persona a saltare dall’aereo, perché nessuno ha la sicurezza che il fiore bianco, quel paracadute, con tutto il scescio scelvaggio a sciasciuolo, si aprirà. E poi: quando ci sia arruola in un reparto di assalto, prima o poi quell’assalto si farà.

Fonte: Il Foglio

Perchè ho lanciato quella scarpa

Posted in Lotta di popolo on 23 settembre 2009 by europanazione

scarpa bush bonuglia

di Muntazer al Zaidi

“Non sono un eroe. Ho solo agito come un iracheno che ha visto il dolore e il massacro di troppi innocenti”.

Io sono libero. Ma il mio paese è ancora un prigioniero di guerra. Si è parlato molto di cosa ho fatto e di chi sono io, se si sia trattato di un atto eroico e se io sia un eroe, come per rendere quell’atto un simbolo. Ma la mia risposta è semplice: ciò che mi ha spinto a quel gesto è l’ingiustizia che si è abbattuta sul mio popolo, nonché il modo in cui l’occupazione ha umiliato la mia patria schiacciandola sotto il suo stivale.

Durante gli ultimi anni, più di un milione di martiri sono caduti sotto i proiettili dell’occupazione, ed oggi l’Iraq conta più di 5 milioni di orfani, un milione di vedove e centinaia di migliaia di mutilati. Molti milioni sono senza tetto, sia dentro che fuori dall’Iraq.

Noi eravamo una nazione nella quale l’arabo divideva il pane con il turcomanno, il curdo, l’assiro, il sabeano e lo yazid. Gli sciiti pregavano assieme ai sunniti. I musulmani festeggiavano assieme ai cristiani la nascita di Cristo. E ciò nonostante il fatto che condividessimo la fame, essendo sotto sanzioni per più di un decennio.

La nostra pazienza e solidarietà non ci ha fatto dimenticare l’oppressione. L’invasione, tuttavia, ha diviso anche i fratelli e i vicini di casa. Ha trasformato le nostre case in camere da funerale.

Non sono un eroe. Ma ho un punto di vista. Ho una posizione precisa. Mi ha umiliato vedere il mio paese umiliato; e vedere la mia Baghdad bruciare, la mia gente morire. Migliaia di immagini tragiche rimangono nella mia testa, spingendomi sul cammino del conflitto. Lo scandalo di Abu Ghraib. Il massacro di Falluja, Najaf, Haditha, Sadr City, Bassora, Diyala, Mosul, Tal Afar, ed ogni angolo di territorio martoriato. Ho viaggiato attraverso il mio paese in fiamme e ho visto con i miei stessi occhi il dolore delle vittime, ho sentito con le mie stesse orecchie le grida degli orfani e le vedove. Una sensazione di vergogna mi ha perseguitato come una maledizione, perché ero impotente di fronte a tutto ciò.

Non appena ho terminato i miei impegni professionali nel documentare le tragedie quotidiane, mentre sgomberavo le rovine di ciò che rimaneva delle case irachene, mentre lavavo il sangue che macchiava i miei vestiti, serravo i denti e ripromettevo di vendicare le nostre vittime.

L’occasione si è presentata, ed io l’ho sfruttata.

L’ho fatto per lealtà nei confronti di ogni goccia di sangue innocente versato con l’occupazione o a causa di essa, per ogni grido delle madri in lutto, ogni lamento degli orfani, la sofferenza delle donne violate, le lacrime dei bambini.

o dico a coloro che mi rimproverano per il mio gesto: sapete in quante case distrutte è entrata la scarpa che ho lanciato? Quante volte ha calpestato il sangue delle vittime innocenti? Forse quella stessa scarpa era la risposta più appropriata quando tutti i valori sono stati violati.

Quando ho tirato quella scarpa in faccia al criminale George Bush, volevo esprimere il mio rifiuto nei confronti delle sue menzogne, per la sua occupazione del mio paese, il mio rifiuto per il suo massacro della mia gente. Il mio rifiuto per il suo saccheggio delle ricchezze del mio paese e la distruzione delle sue infrastrutture. E l’espulsione dei suoi figli in una diaspora senza precedenti.

Se ho fatto un torto al giornalismo senza averne intenzione, a causa dell’imbarazzo che ho creato all’interno dell’establishment, mi scuso. Ciò che volevo fare era esprimere con coscienza viva i sentimenti di un cittadino che vede il suo paese profanato quotidianamente. La professionalità, invocata da alcuni sotto gli auspici dell’occupazione, non dovrebbe avere una voce più alta della voce del patriottismo. Ma se il patriottismo ha bisogno di parlare, il professionista dovrebbe allearsi con lui.

Non ho fatto questo gesto affinché il mio nome possa entrare nella storia o per guadagni materiali. Tutto ciò che volevo fare era difendere il mio paese.

Fonte: http://www.informationclearinghouse.info

INNSE. Vittoria dei lavoratori e occasione persa per la socializzazione

Posted in Attualità on 14 agosto 2009 by europanazione

innse

di Giorgio Ballario

E così gli operai della Innse di Milano ce l’hanno fatta. Quella che sembrava una protesta anacronistica, un residuo del passato, una cronaca uscita da giornali polverosi e dai tg in bianco e nero degli anni Settanta, alla fine si è rivelata una strategia vincente. Anche in termini di comunicazione, che ormai nell’epoca dell’immagine è diventata componente essenziale di qualsiasi battaglia politica e sociale. I cinque operai appollaiati sulla gru alla fine hanno “bucato” il video più di mille noiosi burocrati sindacali. E assistere a quella scena, più o meno inconsapevolmente, ha spostato l’opinione pubblica in favore della loro battaglia. Costringendo politici e sindacalisti ad andar loro dietro. E’ stato importante anche il ruolo dei sindacati, non si può negare. Soprattutto della Fiom Cgil. Ma si è avuta l’impressione che la Triplice sia stata un po’ forzata ad inseguire la lotta spontanea dei lavoratori Innse, quasi scavalcata da questa curiosa protesta mediatica, a metà strada fra il reality televisivo e la forma di scontro sindacale alla Ken Loach.

Naturalmente l’esempio della Innse ha già fatto scuola. Nei giorni scorsi si sono fatti sentire anche i lavoratori della Cim di Marcellina, pochi chilometri da Roma, dove in sette sono saliti su un ballatoio a 40 metri d’altezza. Il rischio, però, è che l’emulazione alla fine scateni l’indifferenza. Nella società dell’immagine e della televisione tutto invecchia precocemente e per mantenere la prima pagina occorre inventarsi sempre qualcosa di nuovo. Alla decima protesta operaia in cima alla gru, niente più facile che i mass-media spengano i riflettori e i sindacati istituzionali se ne lavino le mani, magari tirando persino un sospiro di sollievo per il fallimento di queste forme di lotta un po’ troppo dirette, dove la mediazione di Epifani & Co. rischia di diventare superflua.

Comunque gli operai milanesi hanno vinto ed è la cosa più importante. La fabbrica non chiuderà e loro manterranno il posto di lavoro. Ma c’è un aspetto che vale la pena di sottolineare. I lavoratori hanno vinto, ma la via di salvezza della Innse è stata trovata all’interno delle solite logiche imprenditoriali: è spuntato un altro gruppo industriale interessato a rilevare uno stabilimento – non dimentichiamo – sostanzialmente sano e in grado di produrre utili. In una situazione più compromessa forse un compratore non sarebbe venuto fuori così facilmente. In tal caso, che cosa sarebbe successo? I macchinari sarebbero stati venduti, l’area della fabbrica riutilizzata per speculazioni edilizie e i lavoratori, ben che andasse, rottamati con le solite formule degli ammortizzatori sociali.

Eppure nei primi giorni, quando la soluzione sembrava ancora lontana, un’alternativa si era fatta strada. Un’alternativa vera, verrebbe da dire culturale prima ancora che economica. All’inizio si era parlato apertamente di fabbrica autogestita. “L’azienda è sana e le commesse ci sono – avevano detto gli operai – La mandiamo avanti noi”. Un’eresia, in questi tempi di turbocapitalismo ultraliberista, sia pure un po’ declinante. Infatti nessuno ci ha prestato attenzione e alla fine la soluzione più classica ha accontentato – e rassicurato – tutti.

Ma l’ipotesi dell’autogestione non è così campata per aria. Intanto perché ci sono degli esempi concreti, soprattutto in Argentina, di realtà produttive gestite dai lavoratori che riescono a ritagliarsi piccoli ma significativi spazi di mercato; e poi perché in Italia il modello è addirittura codificato in legge dello Stato, la 49/85 chiamata anche “legge Marcora”. E’ una norma che disciplina e promuove l’attività cooperativa, ma c’è anche un capitolo preciso relativo all’istituzione e al funzionamento del fondo speciale per gli interventi a salvaguardia dei livelli di occupazione. Tale strumento permette ai lavoratori provenienti da imprese che hanno cessato l’attività, di costituire cooperative di produzione e lavoro o sociali beneficiando di una partecipazione minoritaria al capitale e di un finanziamento da parte di una finanziaria creata appositamente dalle Centrali Cooperative. Insomma, non è proprio una legge sull’autogestione ma siamo lì…

«Se in Argentina ci fosse una legge Marcora – diceva al Manifesto del 21 aprile 2007 José Abelli, presidente del Movimiento Nacional de Empresas Recuperadas (Mner) – molte imprese recuperate, che oggi si trovano in situazione precaria riguardo la proprietà, spesso con l’esproprio transitorio, avrebbero una sicurezza giuridica e la possibilità concreta di svilupparsi più agevolmente da un punto di vista economico. Abbiamo bisogno di un fondo pubblico al posto dell’assistenzialismo. Abbiamo bisogno di finanziamenti che ci permettano di negoziare l’acquisto a prezzi d’asta. In questo senso il modello italiano ci è di grande aiuto». Dopo la grande crisi finanziaria dell’inizio degli anni 2000, un’Argentina in ginocchio ha scoperto questo nuovo modello produttivo, che ha consentito a centinaia di imprese e migliaia di lavoratori di sopravvivere al crollo del sistema neoliberale.

Dall’esperienza delle prime fabbriche occupate e mandate avanti dai lavoratori è poi nato un movimento più vasto, che ha messo in rete e sostenuto questi veri e propri esempi di autogestione produttiva. Oggi il Movimiento Nacional de Empresas Recuperadas (Mner), coordina l’attività di 200 fabbriche, medie o piccole e in assestamento, con un fatturato di circa 200 milioni di dollari.

Ecco come Abelli descrive l’intervento che ha portato al salvataggio della Zanello, la più importante fabbrica argentina di trattori: «Dopo il fallimento abbiamo invitato dirigenti e ingegneri a far parte del nostro progetto. Era imprescindibile: un trattore ha 1.700 componenti. Comunque anche questa non è una società di capitali ma di lavoro, di conoscenze, di saperi. Il 33% del capitale è dei concessionari, una rete di 40 negozi che gestiva la distribuzione ed erano anche loro in gravi difficoltà; il 33% è dei dirigenti (ingegneri, avvocati, ragionieri); un altro 33% è dei lavoratori organizzati in cooperativa e l’1% è del municipio di Las Varillas, dove ha sede la fabbrica. Questo accordo è stato sancito a dicembre 2000, un anno prima della sommossa. Abbiamo incominciato a produrre il 14 febbraio con un trattore che ci avevano dato in prestito. Siamo ripartiti con 60 operai, di cui 40 avevano il «privilegio» di ricevere un sussidio di disoccupazione, che all’epoca era di 150 pesos (35 euro) e altri 20 non prendevano nulla perché non c’era nulla da prendere. Con il prodotto della vendita del primo trattore ne sono stati fatti altri due e così alla fine dell’anno erano stati venduti 280 trattori e a lavorare erano 180 operai. Oggi Zanello ha 380 lavoratori che di media percepiscono il 20% in più di quanto si guadagna tra i metalmeccanici: 2.200 pesos (550 €) come stipendio base. Recentemente è stato siglato un accordo con il Venezuela per la vendita di 2000 trattori. Anche se non mi piace la parola, devo dire che è un grande successo».

Roba da far luccicare gli occhi ai teorici della “terza via”… Ma in Italia qualcuno avrebbe il coraggio di proporre una soluzione di questo tipo per i lavoratori delle aziende in fallimento? Di certo non i sindacati tradizionali, arroccati sulle loro rendite di posizione prima ancora che mentalmente incapaci di pensare a progetti alternativi in campo di modelli economici. E neppure i partiti di sinistra, con le frange estreme proiettate verso battaglie di retroguardia o puramente ideologiche e il Pd che ormai rappresenta gli interessi dei dipendenti statali e del grande capitale più che quelli dei ceti produttivi. Nel Pdl si potrebbe immaginare un certo interesse da parte dell’ala tremontian-sacconiana, ma nella realtà sembra prevalere la tutela di altre categorie più “remunerative” da un punto di vista elettorale. Resterebbe la Lega Nord: vero partito popolare e interclassista, spesso accomuna nel suo progetto fasce economiche e sociali molto differenti fra loro; ma sembra carente sul versante dell’elaborazione teorica di modelli alternativi al liberal-capitalismo.

Così autogestione, fabbriche recuperate e legge Marcora sono parole destinate a rimanere confinate nel mondo ristretto degli studiosi di gestione aziendale. Anche se è facile prevedere che nei prossimi mesi i casi come quelli della milanese Innse si ripeteranno alla noia. E non sempre salterà fuori un salvatore a comprare l’azienda in fallimento.

Fonte: Fondo Magazine

Benedette metamorfosi

Posted in Libero pensiero on 10 agosto 2009 by europanazione

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di Gabriele Adinolfi

Benedetto XVI, all’Angelus della domenica che precede il ferragosto ha esteso il suo attacco al relativismo non al solo nichilismo ma addirittura all’umanesimo. “Quella cultura che esalta la libertà individuale – ha detto – è commisurabile alla follia hitleriana. I lager nazisti possono essere considerati simboli estremi del male, dell’inferno che si apre sulla terra quando l’uomo dimentica Dio e a Lui si sostituisce”.

Prescindiamo dal commentare il senso delle parole papali su relativismo e nichilismo, lo abbiamo fatto abbondantemente nei giorni scorsi, ed anche sulla confusione tra la libertà e la religione dei diritti dell’uomo che sono due concetti ben diversi che il Papa si guarda bene dal distinguere come dovrebbe. Soffermiamoci sull’immagine dell’inferno in terra che, per il Capo di Stato Vaticano s’identifica – e si esaurisce! – nei lager nazisti. Un monopolio appena appena sfumato da una boutade dialettica, uno sfuggente “come ogni altro campo di sterminio” gettato lì ad arte, senza citare né offendere nessuno, ben sapendo che l’equazione nazismo=satanismo sarebbe stata fatta da tutti gli ascoltatori, come puntualmente è accaduto.

Singolare sostenerlo proprio nell’anniversario dell’olocausto atomico di Nagasaki, come gaffe non c’è male; la diplomazia pontificale evidentemente era distratta.

Hiroshima, Dresda, Nagasaki, i bombardamenti atomici, quelli al fosforo, quelli al napalm non sono però esempi d’inferno, così come non lo sono gli scempi nel Terzo Mondo compiuti dagli americani, né la sequela di genocidi consumati dagli Usa, né Guantanamo ovviamente. No: gli americani sono troppo potenti oggi per attaccarli frontalmente.

Lo stesso si può dire dei cinesi: non una parola sui terribili laogai (i campi di concentramento e di sterminio in Cina), sullo sfruttamento integrale dei prigionieri sfiancati fino alla morte, sulle sentenze arbitrarie, sulle condanne a morte senza prove, sull’espianto d’organi praticato sui prigionieri condannati, sul mercato d’organi che fiorisce sulla loro pelle e per il quale sono quotidianamente sacrificati. Non è un inferno quello, come non lo è il massacro dei serbi, l’espianto d’organi sui prigionieri vivisezionati dai kosovari sotto la vigilanza complice della Nato. Con la Cina bisogna essere diplomatici. Con la Nato non ne parliamo proprio.

Figuriamoci poi le multinazionali farmaceutiche responsabili di un discreto quanto incommensurabile genocidio quotidiano che si consuma ininterrottamente da decenni in tutto il pianeta. Meglio tacere, è più prudente.

E i genocidi compiuti in nome di Cristo? Sui “pagani”, sui “miscredenti”, su “streghe” ed “eretici”? Sugli indios, a proposito dei quali si disquisì a lungo se fossero uomini o animali? E quelli – abbondantemente ricambiati – sui protestanti? Non sono prove tangibili, queste, dell’inferno in terra? Niente paura: la Chiesa, non avendo altra scelta, ha chiesto furtivamente scusa ma sta bene attenta a non parlarne più. Sarebbe imbarazzante: il “Male” sono sempre gli altri e, nei casi in cui sia evidente l’opposto, deve trattarsi di un “errore”. Strano: è lo stesso identico ragionamento dei giacobini, dei democratici, dei comunisti, degli americani. Forse, Papa Benedetto, bisognerà rivedere un po’ i concetti sbandierati su “relativismo” e “assolutismo”.

Niente americani dunque, niente cinesi, niente Nato, niente Chiesa. Ma all’inferno papale mancano pure i gulag, il centinaio di milioni di persone eliminate dal comunismo, ai tempi di Lenin già prima che di Stalin, sterminati da Mao Tse Tung come da Ho Chi Min, da Santiago Carrillo come da Pol Pot. Addirittura quando beatificò i preti uccisi nella guerra civile spagnola Bendetto XVI evitò accuratamente di demonizzare il comunismo.

I comunisti non stanno proprio bene in salute ma nemmeno quelli il Papa intende contrariare, non si sa mai. Meglio prendersela con chi non c’è più, con chi non può ribattere, con chi non ha potere, con chi non ha voce. Calpestando il buon gusto, la più elementare educazione, il Papa spara sulla croce rossa abbandonata. E’ l’opposto diametrale dello spirito della Cavalleria che pure qualcosa di cattolico ebbe, no? Ma anche su questo la gerarchia pontificale deve essere un po’ distratta.

Se è così, armata di un coraggio che sarebbe parso pavore a Don Abbondio, che la Chiesa intende intraprendere le sfide del terzo millennio, non andrà lontano.

Tutti gli altri protagonisti della corsa alla gestione globale sono ben più convinti, forti e coraggiosi. Mala tempora currunt per chi spera nella Chiesa.

Fonte: NoReporter.org

Trappole multirazziste e soluzioni imperiali

Posted in Libero pensiero on 2 luglio 2009 by europanazione

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di Adriano Scianca

Si fa presto a dire “razzista”. Si crea un’etichetta, infamante quanto basta, le si dà un contenuto del tutto indeterminato, in cui c’è posto per tutto e il contrario di tutto, e il gioco è fatto. La discussione è bloccata, il ricatto è in atto. E’ il pensiero unico, bellezza. Stando così le cose, parlare di immigrazione e società multirazziale significa avventurarsi in un terreno minato. Terreno in cui la logica umanitarista, buonista e politicamente corretta non ammette obiezioni sensate di sorta, salvo saltuariamente essere scalfita solo nel senso peggiore, ovvero cedendo alla polemica qualunquista, superficiale, scandalistica, becera che di tanto in tanto fa capolino in qualche giornale o in qualche uscita improvvida del politicante di turno. Meccanismo che poi inevitabilmente suscita allarmate reazioni progressiste e apocalittici reportage di Repubblica. E così via, in un pendolo allucinato fra posizioni che variano dal banale al suicida passando per lo spregevole.

Ma insomma, alla fine, l’immigrato è buono o cattivo? Dilemma semplicemente cretino. Chi attacca in maniera indiscriminata ogni immigrato considerandolo aprioristicamente uno spacciatore, uno stupratore o comunque un balordo perdigiorno compie sicuramente un’operazione priva di senso. E’ la via più semplice. Il problema è che è una via che ci porta lontano dalla soluzione del problema. E’ una posizione “estremista”, certo. Ma è tutt’altro che radicale. Non va, cioè, alla radice del problema, confinandosi piuttosto in una intransigenza puramente verbale e folcloristica. C’è, del resto, in certe polemiche becere, una sorta di retropensiero schifosamente classista, per cui l’immigrato viene condannato in fin dei conti solo come avatar del pezzente, dello straccione, del povero. “Extracomunitario” è del resto un termine già di per sé ambiguo, che nel gergo comune viene usato come sinonimo di “marocchino”, “albanese” o, ultimamente, “romeno”. Nessuno si sogna, tuttavia, di usare il medesimo termine per designare uno statunitense, che pure a livello giuridico lo è a tutti gli effetti. Non precisamente un “ospite” che non dà problemi, peraltro: quando non sgozza ragazze inglesi al termine di orge finite male, quando non recide funivie mandando bellamente al creatore ignari turisti, l’americano rappresenta comunque pur sempre una potenza occupante sul suolo italiano, che condiziona politicamente, socialmente, militarmente e culturalmente un’intera Nazione da sessant’anni. Quanto agli stupri, quelli dei romeni fanno notizia, ma pare che anche attorno alle basi Nato le ragazze del luogo non se la passino troppo bene. Ma questa è un’altra storia.

Va bene: allora l’immigrato è “buono”? Posizione, va da sé, altrettanto allucinata. E, nel suo buonismo, doppiamente razzista. Lo è perché, come era scritto nel quaderno di Polaris sul tema, «tratta l’immigrato con una benevolenza paternalista, o meglio maternalista, come un immaturo da emancipare; un po’ come il “buon selvaggio” dell’epoca illuminista che era considerato in pratica poco più di un animale da salotto, un po’ come il Fuffy della signora bene». Il buonismo è razzista, in secondo luogo, perché impone ai popoli europei un sistematico e violento etnomasochismo. Per un europeo è infatti oggi un peccato mortale rivendicare il diritto alla propria specificità culturale, diritto che almeno in linea di principio si è spesso pronti a riconoscere ad ogni altro popolo. In Europa non è affatto vietato essere razzisti, a patto però che il razzista si autocertifichi come “antirazzista” patentato e che la razza da lui svalutata sia quella europea. È la logica alienante del politicamente corretto, che nella colpevolizzazione e nella svirilizzazione degli europei trova la propria ragion d’essere. Il che si traduce, nel discorso dominante, in una continua irrisione delle difficoltà di quello che bene o male dovrebbe essere ancora il nostro popolo e che invece subisce una frustrazione quotidiana per il fatto di essere lasciato da solo nel ghettificio delle periferie in cui i sostenitori del politicamente corretto si guardano bene dal mettere piede.

Lo spettro della guerra fra poveri diviene a questo punto realtà concreta. E’ qui che la società multirazziale si fa società “multirazzista”. Il concetto è semplice: per miopia, incapacità, interesse, lucro o pregiudizio ideologico si crea sull’argomento confusione e ricatto morale: c’è, del resto, chi ha bisogno di nuove braccia, chi di nuovi elettori. Si aprono quindi le frontiere in modo indiscriminato, vantando nel contempo i meriti di una società “colorata”, allegra, patinata, dove tutte le razze vivono armoniosamente. Il che, puntualmente, non si avvera. Ma la criminalità organizzata, gli imprenditori, le onlus cattocomuniste e i politicanti progressisti (i soli per cui, realmente, l’immigrazione è una “risorsa”) ne traggono vantaggio, quindi degli effetti collaterali se ne fregano. E intanto si creano i quartieri dormitorio stile banlieu, in cui a fronte di un occidentalismo, di un consumismo, di uno spirito decadente diffuso si innescano per reazione micidiali meccanismi neotribali. E’ la riscoperta del tutto posticcia di un’identità non vissuta autenticamente ma creata artificiosamente per fomentare una logica da banda, in stile Bronx. L’islamismo e l’arabismo degli abitanti delle periferie parigine rientrano esattamente in questo quadro: si tratta di una rivendicazione “moderna, troppo moderna” di chi alla fin fine se ne frega tanto di Nasser che di Maometto, ma che, immesso nel meccanismo diabolico dello sradicamento, deve dare un senso alla sua rabbia. Fra gli autoctoni, del resto, si sviluppano sentimenti analoghi. Il paradiso cosmopolita e irenista diventa così l’inferno delle gang in lotta, dei mille ghetti, e contemporaneamente dell’unico conformismo. E’ la scomparsa del legame sociale, la sconfitta della politica, la morte del diritto. La banlieu universale: ecco cosa ci si presenta all’orizzonte, in un mondo che ha fatto del cosmopolitismo un valore indiscutibile e dell’usura il supremo legislatore della vita e della morte dei popoli. La logica del branco come unica forma di aggregazione sociale. I ragazzi delle periferie parigine, in fondo, ci offrono un gradevole spaccato di ciò che in parte siamo e di ciò che saremo.

Altro che Benetton e Ringo Boys: l’immigrazione incontrollata è un coltello che taglia da ambo i lati, un meccanismo che sradica tanto l’ospite che l’ospitante: il primo sfruttato, strumentalizzato, strappato al suo humus naturale; il secondo umiliato e spossessato delle sue stesse città. Di più: si tratta di un sistema intrinsecamente criminogeno. Il crimine organizzato, nel meccanismo immigratorio, è ovunque: prima, dopo, davanti, dietro, in mezzo, sotto, sopra.

Il primo punto di contatto tra attività criminale e fenomeno migratorio avviene del resto già nella migrazione in sé, qualora quest’ultima sia di natura clandestina. Esistono tutta una serie di attori criminali di differenti livelli implicati nell’attività di smuggling (ovvero l’introduzione illegale di immigranti nel territorio di uno Stato). E su tutto, la grande criminalità autoctona che tuttavia si limita a controllare, chiedere la tangente e successivamente sfruttare come bassissima manovalanza ad alto rischio i più diseredati. L’immigrato, insomma, è già dall’inizio manovrato e controllato da strutture criminali. Lo sradicamento culturale e sociale fa poi il resto. Quando, ovviamente, a decidere di lasciare il paese d’origine non siano già criminali incalliti, come nel caso di molta recente immigrazione romena, spinta in Italia da accordi scellerati e da una più o meno esplicita politica del governo di Bucarest di liberarsi dei cittadini “indesiderati”.

A fronte di un tale sistema stritolatore, quale può essere una possibile risposta politica (ovvero non buonista né scandalistica, non dettata da opposte paturnie umorali)? Le due soluzioni che vanno per la maggiore, spuntando ora a destra ora a sinistra, appaiono disastrose. Si tratta da un lato dell’“assimilazionismo”, che vorrebbe “l’integrazione” degli immigrati, ovvero la loro rinuncia a identità e costumi originari per divenire “brutte copie di europei”; dall’altro lato c’è invece chi propone il “multiculturalismo”, ovvero l’ufficializzazione e la promozione di ghetti a tenuta stagna in cui per ovvi motivi la comunità autoctona è destinata alla fine a scomparire. E quindi? Difficile dare direttive per l’hic et nunc. Il fatto è che certi meccanismi passano sopra le nostre teste. Se una maggiore regolamentazione, una più attenta selettività, un controllo più capillare, persino un blocco temporaneo dell’immigrazione attualmente in atto sono certamente necessari nel breve periodo, è tuttavia ovvio che dal meccanismo non se ne esce se non re-impostando i rapporti internazionali in chiave multipolare. A quel punto, non si tratterebbe più di “aiutare gli immigrati, ma a casa loro”, dato che, di fatto, le nazioni che conservano un minimo di dignità, sovranità e indipendenza non sono già oggi paesi d’immigrazione, quale che sia il loro livello di difficoltà economica. Affinché si possa riorganizzare l’assetto geopolitico internazionale in questo senso – cosa che ovviamente esula dalle sole nostre possibilità – bisogna tuttavia ripensare prima gli stessi concetti di identità e differenza. Si tratta di un unico movimento che coinvolge tanto la dimensione macropolitica che quella micropolitica. E’ il movimento dell’Imperium.

D’accordo, un ipotetico avvenire organizzato per “grandi spazi” schmittiani non dipende da noi. Se l’epoca futura sarà o meno un’era di orizzonti imperiali è cosa che scopriremo solo vivendo. L’Imperium, tuttavia, è anche e soprattutto una dimensione dell’anima. Ed è in quest’ottica che noi oggi possiamo riscoprire un senso dell’identità che sia dialogante senza essere suicida, che sia etnocentrico senza essere evangelizzatore, che sia aperto all’Altro ma ben piantato nel Sé. Essere “identitari” è cosa buona e giusta, a patto che si tenga ben presente che non c’è identità senza alterità. Che la soluzione ai vari microconflitti di civiltà passa attraverso una armonica organizzazione delle differenze in un insieme più grande che sia però centrato e radicato. E’, appunto, la soluzione imperiale, che può ben assumere il senso di una via valida anche per il singolo, che può confrontarsi con l’altro perché è radicato ed è radicato perché si confronta con l’altro. Chiusure e aperture indiscriminate non ci porteranno lontano. Un sano differenzialismo sì.

Scriveva Evelina Marolla in un vecchio numero di Orion (luglio 2004), che il polemos eracliteo, il “rispecchiamento guerriero” sono le uniche forme di confronto/scontro con l’altro che lasciano esistere le differenze, delineando una concezione dell’essere come «tessuto vivo di opposizioni e articolazioni che si snodano, si manifestano, configgono e si incontrano […] nel fuoco sempre ardente di un polemos originario e continuo, vera linfa vitale del mondo, che appunto mette in relazione anche (e proprio, forse) in quanto mette in opposizione. Permettendo esso stesso anche, e precipuamente, nel configgere un peculiare, onorevole, plurale riconoscimento dell’altro come colui che ti sta di fronte in quanto parte anch’egli del molteplice gioco dell’essere […]. L’altro viene riconosciuto dunque, onorato come tale (come altro volto e parte di una realtà naturalmente plurale) e non demonizzato (cioè escluso dal riconoscimento, ricacciato nell’ombra dell’indegnità ad essere) proprio quando ti è di fronte in questa guerra eraclitea: onorato e ri-conosciuto, a differenza dell’esclusione-tabuizzazione monoteistica, anche quando ti è nemico». Contro i ghetti e il mondo degli uguali, per un kosmos realmente plurale.

Fonte: VivaMafarka

Embé?

Posted in Libero pensiero on 22 giugno 2009 by europanazione

e_veronica_che_deve_scusarsi_con_me

di Gabriele Adinolfi

Metti che tutto quello che ci dicono da Bari sia vero

Di che parliamo? Di hostess assunte a pagamento per i ricevimenti, cioè di quanto accade a tutti gli incontri pubblici e privati in Italia e nel mondo. E ci spiegate che ci sarebbe di tanto strano se “scoprissimo” che questo succede anche ai ricevimenti di Berlusconi?

Mi domando perché mai ci si concentri sulle sortite delle fanciulle e delle dame (alcune sono di antico pelo) che guaiscono alla luna bramose di fama non appena qualcuno offre loro un riflettore. Mi chiedo come ci si possa accapigliare per i loro outing senza chiedersi neppure di cosa si stia disquisendo: di aria fritta.

Ma io vi conosco, io so cosa pensate: voi suggerite che lì le hostess sarebbero osé e piccanti. Insomma: Berlusconi mandrillo! E subito chi a tirargli le pietre e chi a difenderlo ma non altrimenti che dicendo “non è vero”. Ma cambiamo gioco, cambiamolo questo sordido gioco, e poniamo che sia tutto vero.

E allora? Si può pure essere contro Berlusconi, ce ne sono di motivi: dalla poca attenzione all’economia sociale alla lontananza governativa dalle morti bianche, dalla mediocrità delle squadre politiche alla presenza di piatti Yes Men proni davanti a tutti gli arroganti, come il ministro Ronchi, dalla retorica liberista a quella conformista. Ne ha Berlusconi di difetti da fustigare; a ben vedere tutti quei difetti li ha in comune con ognuno degli altri politici mentre quello che ha di originale, talvolta di notevole, agli altri non appartiene affatto. Ed è per questo che il Berlusconi IV ha assunto alcuni aspetti interessanti in politica estera, energetica, interna e costituzionale che non si vedevano più dai tempi di Craxi. Molto per alcuni, poco per altri. I primi magari si accontentano di poco, i secondi fanno paragoni non tra quello che c’è ma tra il reale e l’immaginario.

Insomma si può essere contro Berlusconi ma di sicuro non per questo, per questa prova d’italianità e di latinità da Anni Trenta e da Belle Epoque.

Lo so che da oltre sessant’anni siamo abituati a essere rappresentati da pallidi lascivi che sbavano al buio, privi di vigore e vitalità, gente che fa sesso esattamente come ruba: nascondendosi e guastando con lo spirito e l’alito fetido tutto quello che tocca.

C’è il silenzio a coprire ogni loro malattia che poi è quella che ha rovinato la nostra terra, una delle più vive del pianeta, oramai avvizzita tra le dita ingiallite e aggrinzite dei politici del post/fascismo.

Capisco che avendone perso la sana abitudine, sanguigna, italica e romagnola, ci stupiamo di avere di nuovo un premier che non sia un moralista ipocrita ed esangue malaticcio. Ma via, siamo seri: chi mai preferirebbe il sanatorio dei falsi all’eventuale bordello degli allegri? Aprite le finestre e fate cambiare aria, scacciate microbi, larve, puritani, moralisti e moscerini!

Fonte: NoReporter

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