Ascoltate il mio grido

Posted in Lotta di popolo on 13 Maggio 2009 by europanazione

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Ryszard Siwiec, nato nel 1909, contabile e filosofo di Przemysl (Polonia). Padre di 5 figli, abbandona l’insegnamento per non trasmettere la dottrina marxista. Durante la festa nazionale per il raccolto, l’8 settembre 1968, allo Stadio del Millennio di Varsavia si dà fuoco davanti a 100mila persone per protestare contro la partecipazione polacca all’invasione della Cecoslovacchia. Nel testamento scrive: “Ascoltate il mio grido, il grido di un cittadino qualunque, figlio della nazione che ha amato la libertà propria e altrui sopra ogni cosa, sopra la propria vita, ricordatevi!”. L’episodio, messo a tacere dalla polizia politica, si seppe in Cecoslovacchia dopo la morte di Palach solo attraverso Radio Europa Libera.

Fonte: www.charta77.org

La generazione insorta di un’isola senza pace

Posted in Lotta di popolo on 6 Maggio 2009 by europanazione

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Il 5 maggio di ventotto anni fa veniva scritta nel blocco H della prigione di Long Kesh, a Belfast, una importante quanto ennesima triste pagina di storia di quella meravigliosa isola situata a Nord. Quell’Irlanda che pare emanare una fascinosa luce color smeraldo che abbaglia incantevolmente gli sguardi di noi altri europei che dalle nostre terre ferme ci rivolgiamo con interesse alle sorti del suo orgoglioso popolo mai domo. Quegli incantevoli paesaggi nei quali il tempo sembra essersi cristallizzato ad epoche ancestrali sembra intrecciarsi attraverso un ideale nodo celtico alle degradate periferie cattoliche dell’Ulster che covano rabbia e sete di libertà al cospetto del britannico invasore. L’ormai lontano 5 maggio 1981 sancisce l’atto sacrificale di Bobby Sands, militante repubblicano irlandese, il primo di una serie di dieci martiri che scelsero di donarsi integralmente alla causa della patria. Il loro gesto estremo in risposta allo spregio che Downing Street, nella figura della irreversibile premier britannica Margaret Thatcher, intese perpetrare alla lotta per l’indipendenza dell’Ulster attraverso la famigerata frase da lei pronunciata: “Crime is crime, is not political”. Frase che rappresenta il disconoscimento da parte di Downing Street di quei fondamentali diritti di prigionieri politici che i militanti repubblicani reclamavano dagli interni delle carceri nei quali vennero reclusi per essersi opposti all’oppressione straniera sul loro suolo natio. Il gesto tragicamente eroico consegnò Bobby Sands ed i suoi nove seguaci al paradiso degli eroi, in compagnia di quei simboli d’Irlanda che nel corso dei secoli hanno contribuito a costruirne l’epopea. Ma servì anche, concretamente, alla vittoria della volontà umana sul metodo repressivo dell’Inghilterra che credeva già vinta questa battaglia di nervi ma che, in virtù dello stoicismo dei detenuti, vide la fermezza della Thatcher ripiegare e concedere, il 3 ottobre dello stesso anno, lo status di prigionieri politici ai detenuti chiesto mesi prima.

Una pagina di storia che alberga nel cuore di tutti coloro i quali vedono in Bobby Sands e nei suoi camerati un simbolo non solo nazionale, bensì europeo; di quella sacra Europa che è concetto trascendente e indomito di estremo amore per la propria identità.

Una pagina di storia, appunto. Ma fino a che punto è possibile considerarla relegata al passato e quindi irriproducibile oggi? Del resto, la volontà umana, quando l’animo è persuaso a tal punto da intaccare lo spirito, non conosce circostanze temporali e può manifestarsi nei modi più impensabili al contesto storico. La figura di Bobby Sands potrebbe apparire oggi fuori luogo rispetto ad una Belfast che tentano di presentarla agli occhi forestieri come una ridente città universitaria multietnica.

Eppure, come dicevamo, le sue periferie cattoliche sembrano ancora trasudare vivace dissenso verso questo appiattimento di coscienze e perdita del sacro senso di identità patriottica. Accade oggi a Belfast che alcuni episodi sembrano rimandare indietro di ventotto anni le lancette: Colin Duffy, ex prigioniero dell’Ira e fondatore di un gruppo politico, Eirigi, che non riconosce il governo di Belfast, sarebbe stato picchiato dagli agenti e sottoposto a forti pressioni psicologiche, tanto che in cella ha cominciato uno sciopero della fame per protesta, subito imitato da altri dieci militanti finiti dietro le sbarre.Sempre recentemente un altro episodio che conduce la memoria a quegli anni: la direzione del carcere di Maghaberry ha proibito ai detenuti politici repubblicani di indossare gli “easter lillies”, i gigli pasquali della tradizione cattolica che simboleggiano il ricordo dei compagni caduti. Chi l’ha fatto è stato messo in isolamento per 48 ore. Questo, poche settimane dopo gli eventi che hanno creato un pericoloso punto di rottura rispetto agli accordi di pace sottoscritti dai gruppi armati irlandesi e la Gran Bretagna nel 1997. Nel mese di Marzo si sono contati due attentati: il 7, due militari britannici sono morti e altri due sono rimasti feriti in un attentato alla base militare di Massereene, nella Contea di Antrim; e due giorni dopo è stato ucciso un poliziotto a Craigavon, nella Contea di Armagh. A firmare gli attentati, sigle staccatesi dall’IRA in evidente disaccordo rispetto agli accordi di pace del ’97. Ondate di violenza che montano la propria carica nel malcontento soprattutto giovanile tuttora presente in quei margini di realtà sociali, forse nascosti agli occhi dei riflettori dell’opinione pubblica, che non accettano un’omologazione che evidentemente non giova ai loro spiriti ribelli cresciuti nel mito degli eroi del passato. A tali ondate risponde la solita irritante repressione sorda e cinica degli inglesi che non fa altro che gettare benzina sul fuoco rischiando di far degenerare una situazione già precaria. Arresti indiscriminati, perquisizioni violente e spesso immotivate, tempi di fermo che sforano i sette giorni previsti per legge e misure detentive (come raccontato sopra) particolarmente antipatiche e lesive della dignità umana.

Non è oggi dato sapere se quella che Bobby Sands chiamava orgogliosamente nel suo diario dal carcere la “generazione insorta” sia intenzionata a ripresentarsi seriamente sullo scenario della storia per recitare un ruolo da protagonista. Stando a come conclude il comunicato della Continuity IRA in cui rivendica l’omicidio del poliziotto, c’è da pensare che le intenzioni siano alquanto bellicose: «Fin quando ci sarà l’occupazione britannica, questi attacchi continueranno»…
Dal canto nostro, una preghiera per Bobby Sands nella ricorrenza della sua ascesa ai cieli come martire europeo.

Fonte: Associazione Culturale Zenit

25 Aprile

Posted in Libero pensiero on 27 Aprile 2009 by europanazione

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Leoni contro iene

Posted in Attualità on 21 Aprile 2009 by europanazione

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di Angelo Mellone

Fallito il tentativo di offensiva istituzionale appresso ai santorismi vari, ci si poteva aspettare che una qualche vampata di polemica politica entrasse nelle opere di soccorso ai terremotati abruzzesi. E la polemica difatti è arrivata, entrando da una porticina solo apparentemente secondaria, e vedremo il perché.
La Stampa di ieri offriva questo titolo: “No ai volontari in camicia nera”. Avvertenza per i lettori che non hanno letto di prima mano l’articolo: non si tratta di un pezzo sull’arruolamento nella campagna di Etiopia, nella divisione Littorio durante la guerra civile spagnola o nelle file dei cristiano-maroniti al tempo del conflitto libanese, ma di un reportage da Poggio Picenze, paese abruzzese dove i ragazzi di Casa Pound, centro sociale romano “di destra”, hanno piantato le tende per portare aiuti alla popolazione. La destra radicale che fa volontariato appare un controsenso agli occhi del cronista, direbbe il Blasco che «non sta bene non si fa», si esce troppo dal seminato degli stereotipi, e allora bisogna darsi da fare per trovare qualche indignato a puntino del fatto che «militanti in giacca nera» raccolgano e distribuiscano pannolini, cibo e vestiti. Così, fermandosi al titolo, per un brutto gioco ideologico, sembra quasi che se da destra si fa operosità sociale, gli aiuti si trasformano crudelmente nella loro degenerazione, il pane diventa pane nero, il caffè diventa ciofeca, i giocattoli manganelli, le tende alcove, il cioccolato un surrogato autarchico, i vestiti di cotone si fanno di ortica o canna, le razioni prendono la forma di tessere annonarie.
Dal tono del pezzo pare che ci sia un paese in rivolta, o perlomeno a disagio, abbarbicato sullo steccato del conflitto politico per una presenza politicamente poco gradita. Ma sentite cosa dice il vicesindaco di Poggio Picenze, Angelo Taffo, esponente di una lista civica dove convivono centrodestra e centrosinistra, quando gli mostri il servizio: casca dalle nuvole per un racconto «totalmente falso». È tutto l’opposto, dice lui: «I paesani sono tutti entusiasti del lavoro di questi ragazzi, davvero encomiabile, non solo qui ma anche negli altri punti di smistamento che gestiscono. Loro stessi hanno raccolto una quantità enorme di aiuti, e tengono una precisa contabilità dei rifornimenti che aiuta a prevenire i pochi “furbi”. Io non sapevo neanche cosa fosse Casa Pound, sono arrivati e non hanno mai smesso di lavorare. Altro che criticarli, ci sarebbe da dargli la cittadinanza onoraria… ».
Dunque, conviene chiudere qui una questione che odora di frusti retropensieri. È che la porticina della querelle paraideologica si spalanca su un’altra verità. I racconti politicamente unilaterali dell’Italia buona, giusta e tanto progressista, della sola sinistra giovanile e sindacale che si mobilita per la solidarietà, nello stile dell’epopea dell’alluvione fiorentina secondo Marco Tullio Giordana, in Abruzzo non funzionano più, perché tagliano fuori una parte della storia, perché dimenticano una parte preziosa della meglio gioventù che si è rimboccata le maniche tra i detriti, lavorando col sorriso a bocca chiusa, senza cercare la facile pubblicità delle sale stampa.
Dei centri sociali “non conformi” romani, che hanno popolato la Capitale di punti di raccolta col tricolore, c’è anche il Foro 753. Ma al di là di qualche sigla eclatante da sfruttare, per titolo a effetto sghembo, c’è un fenomeno più vasto e più profondo, silenziosamente profondo, di associazionismo e volontariato che nasce a destra ma non porta insegne di partito o militanza. Questo ambiente umano si è mobilitato con una forza inedita che supera di molto per intensità le memorie passate dei camion partiti venti anni fa o poco meno alla volta di Timisoara o della Croazia. Si sono mossi il MoDaVi, Soccorso Sociale e altre associazioni. I volontari sono arrivati immediatamente da tutta Italia, a decine e poi a centinaia, al servizio di un’opera comune, in raccordo con la Protezione civile e la Croce Rossa, e sono stati capaci di raggiungere in un territorio così vasto anche le frazioni più sperdute e i nuclei familiari più isolati nel loro attaccamento alle radici di una vita. Luca Panariello di Perigeo, una solida esperienza nello tsunami thailandese, elenca 230mila litri d’acqua, 50 tonnellate di generi alimentari e prodotti per l’igiene raccolti davanti al Gran Teatro di Roma e portati fin su a San Demetrio, Paganica o Luccoli, cita il protocollo d’intesa siglato col sindaco piddino di Alba Adriatica per rifornire 6.000 sfollati. Emerge un’agilità decisionale che consente di fare un passo più in avanti rispetto alle grandi organizzazioni. Lo racconta, superando un comprensibile pudore, un giovane esponente del Pdl aquilano, Salvatore Santangelo. Punto di raccordo dei volontari sin dalla mattina della tragedia, ha perso la casa, non la passione civile: «Un evento traumatico come un terremoto spezza vita, distrugge esistenze. In compenso ho assistito a uno sprigionamento inconsueto di energie, alla mobilitazione di centinaia di giovanissimi che ci stanno dando una mano incredibile. Adesso sta a noi la sfida di ricostruire riunendo le nuove tecnologie e la nuova urbanistica, come chiede giustamente Berlusconi, con la dimensione identitaria del popolo abruzzese, l’unico tesoro che il terremoto ha lasciato intatto». In assenza di retoriche, agli antipodi delle solidarietà scagliate comodamente a migliaia di chilometri di distanza, questa storia andava raccontata. Solo per un attimo, però. Adesso lasciateli stare, non puntate teleobiettivi e microfoni, sono tornati a lavorare.

Fonte: ilGiornale

L’Europa ha bisogno di una Russia forte

Posted in Libero pensiero on 7 Aprile 2009 by europanazione

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di Alain de Benoist

Agitare lo spettro di un’altra guerra fredda ripropone schemi ideologici ormai estinti. Il Vecchio Continente deve anzi puntare a un rapporto più stretto con un Paese che è complementare dal punto di vista economico

Mentre ero a Mosca per un corso all’Università Lomonosov, vari docenti mi dicevano di essere stati colpiti dal fatto che Berlusconi fosse più o meno l’unico capo di governo dell’Unione europea simpatizzante con la Russia nella guerra nell’Ossezia del Sud. C’è un’eccezione italiana nello sguardo europeo sulla Russia?

La Russia è sempre stata vittima di stereotipi. Il marchese de Custine, Hegel, Marx e soprattutto Engels, che nel razzismo antirusso precorreva Hitler, l’hanno costantemente rappresentata come Paese «barbaro» e «prigione di popoli». Eppure la sua potenza era temuta. Nel 1918, il sesto dei quattordici punti del presidente Wilson diceva ingenuamente: «La Russia è troppo grande e troppo omogenea, va ridotta all’altipiano della Russia centrale (…). Così avremo davanti un foglio bianco».

In epoca comunista, la divisione fra emigrazione e «dissidenti» di qui, «bolscevichi» e «soviet» di là, quasi inibiva lo studio serio della complessità delle tendenze. Come aveva capito Ernst Niekisch, «la storia del Partito comunista russo si può leggere come eterna lotta fra la tendenza sovranista-nazionale e quella cosmopolita» (Natalia Narochnitskaia). Nel 1945 la fine della Seconda guerra mondiale, decisa a Stalingrado e ancor più a Kursk, segnò la vittoria di Stalin e della Russia. Sebbene sia stata anche quella del comunismo, essa fu innanzitutto vista come vittoria russa dall’immensa maggioranza dei russi stessi. E anche per questo il crollo del sistema sovietico ha potuto esser considerato una pagina nera della storia nazionale della Russia anche da tante vittime della repressione di regime.

Dietro la retorica dominante della Guerra fredda (“mondo libero” contro “blocco orientale”), spesso la denuncia del comunismo camuffava l’ostilità per la Russia, preesistente alla rivoluzione bolscevica e sopravvissuta alla disintegrazione dell’Urss. Per Natalia Narochnitskaia combattere il sovietismo era la finta: la posta in gioco era lo «spazio nella successione geopolitica dello Stato storico russo». L’hanno dimostrato i fatti dopo la caduta del Muro di Berlino.
Nel 1991, Gorbaciov aveva accettato l’integrazione nella Nato della Germania riunificata in cambio della promessa di Washington che l’Alleanza atlantica non si sarebbe estesa oltre le frontiere tedesche. Promessa infranta: la «nuova Europa» (centrale e orientale) è presto divenuta perno d’interessi americani. A dissipare le ultime illusioni sono stati il rifiuto della Nato della zona denuclearizzata dall’Artico al Mar Nero proposta dalla Russia, la denuncia unilaterale statunitense del trattato Abm sui missili balistici, i bombardamenti sulla Serbia della Nato nel 1999, l’appoggio dato dal 2003 alle «rivoluzioni colorate» nell’Europa orientale, lo spiegamento di sistemi antimissile americani in Polonia e nella Repubblica Ceca, l’appoggio dal 2005 alla candidatura della Georgia, dei Paesi baltici e dell’Ucraina all’ingresso nella Nato, il sostegno alla proclamazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo, poi al presidente georgiano Saakashvili nell’invasione dell’Ossezia del Sud da parte delle sue truppe. Per gli americani lo scopo è sempre lo stesso: evincere la Russia dal Baltico, dal Caspio e dal Mar Nero, negarle accesso all’antico spazio mediterraneo e bizantino, spingere sempre più a est i confini della Nato, controllare il Caucaso e dell’Asia centrale e delle risorse energetiche che passano di lì.

Ma il Cremlino ha reagito. Dopo gli anni neri (1991-1998) del periodo Eltsin, la Russia pare orientata risolutamente verso un mondo multipolare. L’intervento di Vladimir Putin alla Conferenza sulla sicurezza (Monaco, febbraio 2008) ha segnato la svolta. Un’altra è stata la fermezza davanti all’aggressione georgiana, la scorsa estate.
Da allora gli Occidentali agitano lo spettro del ritorno alla guerra fredda. Indignati, ripetono la frase di Putin: «La fine dell’Unione Sovietica è la maggiore catastrofe geopolitica del XX secolo». Ma non la citano mai tutta: «La fine dell’Unione Sovietica è la maggiore catastrofe geopolitica del XX secolo. Non ha cuore chi se ne infischia. Non ha cervello chi vuole ricostituirla nello stesso modo di prima» (Komsomolskaia Pravda, 2 febbraio 2000). In realtà non si torna alla guerra fredda (basata su un clima ideologico estinto), tornano linee di forza storiche e geopolitiche tradizionali.

Tentare di contenere, rimuovere o smembrare l’Impero russo è sempre stata la tentazione, spesso messa in pratica, delle potenze occidentali. Ma allora erano le potenze europee, mentre oggi sarebbero soprattutto gli Stati Uniti a giovarsi di sconfitte strategiche russe.

Verso l’Europa spesso i russi provano un senso d’amarezza e umiliazione. Intendono tornare a essere rispettati e considerati. Hanno infatti il diritto d’attendersi dagli europei una politica chiara, non una relazione mediocre appiattita sugli americani. Mentre l’Europa ha bisogno d’una Russia forte, restituita allo status tradizionale di grande potenza e fattore strutturale nei rapporti internazionali, per salvaguardare l’indipendenza e sfuggire a ogni forma di tutela e ingerenza esterna. Il suo interesse politico e geopolitico è diventare il partner più stretto possibile di una Russia della quale è già complementare economicamente e tecnologicamente. Che ora l’Unione Europea paia andare in senso opposto non toglie nulla all’urgenza d’un’intesa neo-bismarckiana con la Russia. L’Europa si svincoli dall’Occidente e guardi a Est. Se declina la Russia, declina l’Europa.

Fonte: ilGiornale.it

L’aria del Rigoletto

Posted in Libero pensiero on 5 Aprile 2009 by europanazione

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di Gabriele Adinolfi

La Cgil al circo Massimo in uno scenario da “oggi le comiche”

A furia di esagerare non sanno davvero più cos’è il ridicolo. I baroni della Cgil hanno affermato che al Circo Massimo ci fossero addirittura due milioni e settecentomila persone: ovvero un’altra Roma, intera intera! La questura ribatte con un realistico duecentomila.

Chi sia stato al Circo Massimo alla festa per il terzo scudetto giallorosso, ove le stime, ritenute spaccone, parlavano di un milione di persone, sa bene che non c’era spazio per sedersi, per muoversi e neppure per svenire, tanto pigiata era la folla. Le immagini televisive prese da vicino hanno mostrato invece le masse cigielline ben spaziate tra loro, file larghe e distanziate. Se i romanisti furono davvero un milione, e forse è un’iperbole, i partecipanti all’happening di Epifani saranno stati a stento duecentomila, più facilmente qualche decina di miglaia in meno.

Se invece il milione dei tifosi è una leggenda, allora non solo la messinscena sindacale non ha avuto un grande successo ma si è rivelata un clamoroso flop.

Le rodomontate dei baroni della politica partitica e del clan sindacale suonano quindi alquanto grottesche: il bagno di folla non c’è stato. Soprattutto se si calcolano i milioni di euro che la commediola è costata, come sempre, alla collettività; se si considerano, pertanto, le trasferte gratuite e quelle precettate, Epifani ha ben poco da sorridere.

D’altronde sorridere di che? A cosa serve oggi il sindacato? Costa un miliardo e ottocentocinquantaquattro milioni di euro annui alla collettività, ha sgravi fiscali assoluti e preoccupanti, possiede introiti immobiliari, gestisce business caf e tfr. È una casta di burocrati, di privilegiati e di filtri sociali.

Cosa vuole il sindacato? Non si sa. Demagogia dozzinale a parte, ripete le formule americane per la risposta alla crisi ma, soprattutto, chiede di non essere estromesso dal tavolo delle trattative. Teme di essere ridimensionato, di non contare più come prima, soprattutto nei suoi privilegi e nei suoi bilanci.

Non ha una linea politica. Si limita a schiacciare i precari (che ha contribuito a costituire) in nome di una lotta generazionale a vantaggio dei più vecchi. Tutta la base sindacale è variegata e striata a piramide; la struttura privilegia i privilegiati. Il sindacato è un elemento di filtro, di spartizione e di controllo sociale. Sono decenni che ha abbandonato qualsiasi vocazione reale a difesa del mondo del lavoro; è corresponsabile della politica di delocalizzazione. Non ha un’ipotesi di lavoro per il futuro e non prova a rinnovarsi ma s’impegna soltanto, tenacemente, a sostenere prebende e privilegi acquisiti.

La mossa di Epifani è piccola piccola: prova a cavalcare la crisi globale barando e cercando di proporla come colpa del governo in carica. Ora, quali che siano le carenze, le complicità o le colpe del governo in merito, nessuno più, davvero nessuno, ignora che quelle del sindacto sono ben più antiche, profonde e strutturali. E tutti sanno perfettamente che questo sindacato non ha nulla da dire e nulla da dare ma che pretende, soltanto, di continuare a prendere.

In queste condizioni la kermesse di oggi, 4 aprile, non poteva essere altro che una risibile passerella di nullità. Ciliegina sulla torta l’intervista a Shel Shapiro, ex leader di una band musicale degli anni sessanta, a lungo manager ricchissimo e di successo, che da buon “proletario” si è speso per la banda Epifani. Sullo sfondo anche una vecchia canzone del suo gruppo, i Rokes: “È la pioggia che va”. Ma, visto il periodo, la colonna sonora più adatta sarebbe stata probabilmente un’altra celebre pièce del gruppo “Bisogna saper perdere”.

Fonte: NoReporter.org

La dittatura del Berluscariato

Posted in Libero pensiero on 3 Aprile 2009 by europanazione

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di Franco Cardini

Alba grigia su Firenze. Stanotte sono stato sveglio a lungo, seguendo su una delle reti di mediaset la versione quasi integrale del discorso ufficiale di Silvio Berlusconi al Congresso di fondazione del Popolo della Libertà. Su un’opinione pubblica e una società civile diverse dalla nostra, lo spettacolo di un livello d’intelligenza e di libertà degno della dirigenza bulgara degli Anni Cinquanta avrebbe fatto uno straordinario effetto-boomerang e oggi ci sarebbero i picchetti per le strade. Ma, siccome le cose stanno andando altrimenti, a questo punto s’imporrebbe una riflessione seria su come nel Bel Paese la gente viene informata a proposito di quanto accade.

Berlusconi ci ha informato tranquillamente del fatto che in fondo tutto va bene e che l’importante è continuar a investire e a produrre, come se la crisi non esistesse e come se nulla di quanto gli ha spiegato a non dir altro il suo ministro Tremonti fosse degno d’interesse. Ci ha illustrato bontà sua sinteticamente le sue strategie politico-protagoniste che presto lo porteranno a guadagnare il 51% dei consensi e quindi inaugurare la fase cruciale della Dittatura del Berlusconariato: ma la bassa cucina politicastra delle tattiche di alleanza e degli scambi di favore tese a procurarsi maggioranze stabili non apparteneva alla roba che un tempo i politici discutevano neppure in aula, ma nel “transatlantico” o alla buvette? All’opinione pubblica dovrebbero interessare le idee e i programmi, non i metodi parlamentari messi in atto al fine di perseguire un fine? Ci ha comunicato che entreremo senz’ombra di esitazioni nell’ennesima campagna di collaborazionismo militare con gli Stati Uniti senza nemmeno un’ombra di sospetto sul nuovo “atto di terrorismo annunziato” che è recentissimamente purtroppo servito al presidente Obama come alibi per annunziare una nuova fase della sciagurata occupazione dell’Afghanistan. Ha reso omaggio ai nostri caduti di Nassiriyah dimenticando che la responsabilità prima per la fine della loro vita ricade non sui sia pur spregevoli individui che ne hanno offeso la memoria raffigurandoli sulle piazze come manichini, bensì sul governo da lui presieduto che li ha mandati a morire in una guerra ingiusta, fondata su una menzogna (quella della detenzione di armi di distruzione di massa da parte del regime di Saddam Hussein), risolta in una destabilizzante aggressione di un paese membro dell’ONU ed estranea al reale interesse nazionale degli italiani (a parte qualche petroliere, alcuni speculatori, vari imprenditori-esportatori e parecchi mercenari armati in cerca di consistenti, redditizi ingaggi). Ci ha anche messi in guardia contro il persistente pericolo del comunismo.

Questa sequela di menzogne, di sciocchezze e d’infamie non ha provocato un brivido d’indignazione nell’assemblea di fanatici, di dipendenti partitico-aziendali e di astuti tattici politici pensosi del loro immediato “particulare” che lo attorniava e lo applaudiva: al contrario, ha suscitato un uragano di freneticamente bulgari applausi. E non ha procurato alcun contraccolpo in un’opinione pubblica ormai completamente narcotizzata. Ma fra i politici e l’opinione pubblica c’è un ceto professionale che dovrebbe far da mediatore di notizie: tutti quelli che lavorano, a qualunque titolo, nei mass media. In una “democrazia sana”, come si usa dire, giornalisti e opinion makers dovrebbero aver la funzione di una coscienza critica certo non monolitica, forse fatalmente non equidistante, ma quanto meno sveglia e ben conscia di dipendere senza dubbio dai datori di lavoro del singolo professionista dell’informazione, ma prima di tutto dall’opinione pubblica. E un pochino, diciamolo pure, dal fantasma della Liberta. E della Verita.

E allora: dove stiamo andando a finire, se non ci svegliamo? A che punto e la notte?

“Questa e la stampa, baby, e tu non puoi farci proprio nulla”. La conoscono tutti, questa battuta: una splendida stoccata dell’America di celluloide ancora in bianco-e-nero, quando si era convinti che i giornali fossero pieni di cavalieri senza macchia in lotta contro i draghi del potere e del danaro e che alla fine i buoni vincessero sempre.

Ebbene sì, babies, questa è la stampa: e non possiamo farci nulla. E anche la TV e tutto il resto dei mass media. E ancora nulla potremo farci in seguito, a meno che la crisi che ci sta arrivando addosso non sia davvero tanto seria da travolgere almeno alcuni degli equilibri ormai consolidati tra i “poteri forti”, la classe dirigente reale e i due principali ceti executives, cioe i “comitati d’affari” dei politici e i gestori dei mass media a cominciare dalle TV per finire alla carta stampata. Ma il nostro è un paese eccezionale: perchè, a parte la Paperopoli di Walt Disney che però è immaginaria, per quanto si sia da tempo cessato di ritenerla inverosimile, in nessun altra contrada del mondo, nemmeno nell’Africa centrale e in America latina, esiste un Presidente del Consiglio che sia proprietario anche di un grande network televisivo, di alcune case editrici e testate giornalistiche e addirittura padre-padrone di una squadra di calcio. Forse in qualche emirato del Golfo persico esistono situazioni mutatis mutandis simili: ma nemmeno là il Presidente-Proprietario è al tempo stesso plurinquisito, multincriminato, polisospettato e maxichiacchierato e continua a governare, a sfornar battute di spirito e a far la primadonna in TV informandoci perfino delle sue performances sessuali come se nulla fosse, ben certo che l’opinione pubblica del suo e purtroppo anche nostro paese è ormai narcotizzata a un punto tale da non riuscir neppure a ricordarsi che in fondo, fino a tempi poi non troppo lontani, un politico sospettato di qualcosa – anche se e quando la sua innocenza era più che palese – usava tirarsi in disparte e dimettersi o autosospendersi, a seconda dei casi, finchè, come si usava dire, “piena luce non fosse stata fatta”. Macchè: Berlusconi farà perfino il capolista onnipresente alle prossime elezioni europee, alla faccia delle normative che vietano a chiare lettere a un Presidente del Consiglio in carica di venir eletto al Parlamento Europeo: e quindi è ovvio che chi non può essere eletto non ha il diritto di candidarsi.

Stando così le cose in un paese considerato “a democrazia avanzata”, viene davvero il sospetto che tale espressione vada intesa nel senso di “un paese nel quale vige ormai quel che avanza della democrazia”. Probabilmente, se a questo punto da qualche parte nascesse un forte movimento di protesta, il governo potrebbe reprimerlo senza sollevare speciali rimostranze: e magari trattando da “guerriglieri” chi si fosse azzardato a protestare. Ma non ce ne sarà bisogno: dal momento che la nostra società civile non è affatto migliore – e qui aveva ragione Romano Prodi, quando si esprimeva con amara sincerità alla fine del suo infelice mandato – della classe politica che riesce ad esprimere, utilizzando fra l’altro senza far una grinza una legge elettorale costituzionalmente parlando sospetta come l’attuale, che accorda praticamente alle segreterie dei partiti il diritto di designare i candidati ai due rami del Parlamento e relega l’elettorato attivo a un puro ruolo di legittimazione formale. La legge istitutiva della camera dei Fasci e delle Corporazioni del ’38, che quanto meno lasciava intatto il meccanismo delle preferenze, era un tantino piu democratica di questa: a parte che la segreteria del PNF era una sola, mentre oggi le segreterie sono una manciata (ma a quanto apre concordi quando si tratta di elaborar le regole di spartizione della torta).

Stando cosi le cose, mentre sappiamo bene – oltre a Berlusconi, ai partiti politici, alla Confindustria, a De Benedetti, a Caltagirone e a qualcun altro – da chi dipendano sia le TV sia la carta stampata, parlare dei rapporti tra mass media e democrazia diviene ozioso: a meno che non s’intenda far dell’umorismo macabro.

In effetti, di solito e nel parlar comune il termine “democrazia” si contrappone a “dittatura” e/o a “totalitarismo”. Può darsi che ai tempi di Hannah Arendt le cose sembrassero star più o meno così: ma ormai sappiamo che non è vero. Le dittature, e addirittura i sistemi totalitari, non si fondano – a differenza delle oligarchie e dei sistemi autoritari “classici”, a la Horty – sulla demobilitazione delle folle o delle masse (o della “gente”, come si preferisce dire oggi; o delle “moltitudini”, a dirla con Antonio Negri), bensì al contrario sulla loro continua mobilitazione e sull’esercizio di un consenso che soltanto lo schematico e manicheo ottimismo di certi “sinceri democratici” può finger di credere sia e/o sia stato sempre ottenuto con i mezzi dell’intimidazione e della repressione. Al contrario di quel che si crede, tra “democrazie” e “totalitarismi” ( diciamo pure tirannidi), esiste un continuum, sia pure imperfetto e fatto di continue grandi e piccole rotture. Dopo alcuni mesi passati tra le dolci verdi colline e i boschi resinosi del Vermont. che somiglia tanto a certe contrade russe, Soljenitzin capì tutto di quell’Occidente che continua a essere incompreso a molti che ci sono nati e ci vivono “da sempre”: e non esitò a dichiarare che la differenza tra Unione Sovietica e beati Stati Uniti d’America (e con loro tutto il beato occidente) era che per far star zitto qualcuno la bisognava metterlo in galera, o spedirlo in manicomio, o ammazzarlo; mentre qua bastava staccargli il microfono. E tener ben attaccati, d’altronde, altri microfoni: quelli di chi ai bei tempi del “Questa e la stampa, baby” era o comunque dava l’impressione di essere (e spesso ci credevano essi per primi, e sinceramente) al servizio del pubblico, della “gente”, mentre oggi chi lavora in TV o nei giornali, anche se è megadirigente galattico (anzi, soprattutto in quel caso), sa benissimo di dover stare al servizio del suo datore di lavoro: e il peggio è che tutti accettiamo questa realta come se fosse ovvia, “normale”.

Al massimo, ci ripetiamo cinicamente che “è sempre successo”. No. Non è sempre successo; e anche se lo fosse, sarebbe giunta ormai l’ora di voltar pagina. Ma allora, dal momento che non possiamo aspettarci una democrazia garantita “dall’alto”, nella quale proprietari e padri-padroni graziosamente concedano ai loro subalterni di parlar alto e chiaro anche contro gli interessi di ditta o di bottega, non ci resta che sperare – “con disperata speranza”, come baroccamente si usa in questi casi dire – in una garanzia rivendicata e tutelata dal basso. E non è che non ce ne sia qualche segno. Dalla palude d’un popolo italiota i prevalenti interessi del quale – eterno calcio a parte – amano focalizzarsi su nobili obiettivi quali la mamma di Cogne, il delitto Meredith di Perugia, le vicende avvincenti dell’Isola dei Famosi e della Fattoria e i fini dibattiti moderati dalla signora Maria Filippi in Costanzo o del di lei consorte, con la domenica mattina gastronomica e il consueto Angelus da Piazza San Pietro, giunge qua e là qualche lontano brusio. Aumentano i sodalizi fondati sul volontariato, si muovono spontanei (o almeno auguriamoci lo siano) sodalizi di cittadini e, come dice Berlusconi, di “consumatori”, si registra un boom d’interesse fra gli studenti delle scuole medie per il problema della sete nel mondo e della commercializzazione dell’acqua potabile da parte di certe multinazionali. Si oserebbe affermare (e sperare?) che, nella misura in cui progredisce la crisi e la sua ombra si allunga inquietante sull’Europa, si riduce lo spazio del disinteresse, dell’alienazione, della tendenza a delegare senza esercitare un controllo sulla gestione delle deleghe accordate.

In Italia, molte cose non vanno. Promesse mai mantenute, lavori pubblici avviati e mai portati a compimento, grandi e piccoli drammi individuali e collettivi sui quali è caduto il generale disinteresse. Poi arriva un programma televisivo popolare e per giunta in una TV berlusconista, Striscia la Notizia. Le cose non vanno: Capitan Ventosa, pensaci tu. E l’avventuriero-reporter improbabilmente abbigliato piomba sugli Assessorati, plana sulle Sovrintendenze, si butta in picchiata sulle cosche di palazzinari e di usurai. Ma non c’è punto della penisola che non appartenga a una circoscrizione elettorale: non c’è metro quadro del Bel Paese sul quale arrivi Capitan Ventosa che non sia formalmente interessato dalla tutela di un parlamentare. Ebbene: dov’è l’onorevole, che cosa stanno facendo il senatore o la senatrice sul cui territorio c’è un ingorgo d’immondizia o le cui coste sono state invase da un’inattesa colata di cemento? Perchè lasciano l’avventuriero-reporter abbigliato da water a combattere da solo? Ecco: qua e là, un numero sempre piu alto di cittadini alza gli occhi dalla TV, stacca le orecchie dal telefonino, e se lo chiede. Chissà che la nuova democrazia partecipata non ricominci da qui.

Fonte: www.francocardini.net

Platone: l’alfiere anti-democratico

Posted in Libero pensiero on 17 Marzo 2009 by europanazione

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Siamo nell’Atene del IV secolo a.C., un periodo di grandi trasformazioni sociali e politiche, caratterizzato dall’individualismo e il relativismo gnoseologico dei sofisti, dalla sfrenata licenza di poter dire e di poter pensare qualsiasi cosa si voglia. E ancora dalla fine della democrazia periclea, dall’instaurarsi del regime oligarchico dei Trenta Tiranni, e di nuovo dalla restaurazione della democrazia, molto diversa dalla precedente e soprattutto colpevole dei più alti crimini, primo fra tutti quello di aver condannato a morte Socrate, l’uomo giusto per eccellenza, il prototipo del filosofo, l’incarnazione del Bene e della Giustizia.

È in questo periodo che opera Platone (427 – 347 a.C.), ed è da questi grandi cambiamenti che prende forma la sua ricerca filosofica. Ma soprattutto è dalla condanna e la conseguente morte del maestro che comincia la riflessione politica sulla situazione di Atene: se il governo di una città poteva commettere il più grave dei crimini, ossia condannare a morte Socrate, era chiaro che la civiltà e la prosperità esteriore della democrazia ateniese nascondevano al loro interno una malattia morale che solo la riflessione filosofica può guarire.

Platone si scaglia contro ogni tipo di individualismo e a favore del giusto reinserimento dell’individuo nella polis, della parte nel tutto. Nella filosofia platonica l’individuo viene presentato come un uomo composto da tre esseri: un mostro a più teste, un leone e un uomo. I tre esseri corrispondono alle tre componenti dell’anima di ciascuno e alle tre classi della polis ordinata secondo giustizia, in modo tale che ciascuno, inserito in una delle tre classi, possa esercitare quel compito a cui la natura l’ha meglio indirizzato. La componente più bassa dell’anima è quella desiderativa (epithymetikòn), che spinge alla soddisfazione dei desideri e al possesso dei beni strumentali. Se essa prevale nel singolo, costui apparterrà alla classe bronzea dei lavoratori, la cui virtù specifica è la temperanza, in quanto questa classe è l’unica a cui è concessa la proprietà privata. Questa classe non può partecipare al governo della polis, in quanto è interessata all’accrescimento dei propri beni.

La componente intermedia è quella animosa (thymoeidès), che volge all’impegno costante per il perseguimento di stabili obiettivi, al di là del piacere momentaneo. Se essa prevale, il singolo apparterrà alla classe argentea dei guerrieri custodi che provvedono alla difesa armata della città. La virtù che li caratterizza è il coraggio. Ad essi non è concesso avere né possessi privati né famiglia propria. Ciò corrisponde all’intento platonico di una separazione tra potere e ricchezza, la quale favorisce atteggiamenti competitivi ed egoistici a discapito dell’unità del “tutto armonico” della polis.
L’ultima componente dell’anima è quella razionale-intellettuale (logistikòn), che è in grado, elevandosi al di là dell’opinione e passando attraverso la Scienza, di arrivare a cogliere le “idee” e le loro relazioni. Se essa prevale nel singolo, questo apparterrà alla classe aurea dei custodi governanti (àrchontes), ovvero i filosofi. La virtù propria di questa classe è la sapienza (sophìa).

Da questa breve descrizione del pensiero politico-filosofico di Platone possiamo facilmente dedurre che esso sia caratterizzato da una sottile ed incisiva critica alla democrazia, alla sua pretesa di universalità, alla stessa antropologia su cui essa si fonda. Il suo, dunque, è un pensiero anti-egualitario, anti-individualista, ferocemente collettivista, in una parola anti-democratico. La democrazia, infatti, si richiama fondamentalmente a due princìpi: libertà e uguaglianza. Platone respinge entrambi questi princìpi, mostrandone l’intrinseca problematicità. A proposito della libertà, egli osserva che essa è destinata ad autonegarsi e a sfociare nel suo opposto, la tirannide, come lo stesso Platone afferma nella Repubblica: «Un’eccessiva libertà si trasforma in un’eccessiva schiavitù, nella vita privata come in quella pubblica. Dunque la tirannide non si insedia a partire da nessun’altra costituzione se non dalla democrazia; dall’estrema libertà deriva la schiavitù maggiore e più selvaggia» (Rp. 564 a). Inoltre l’unica vera forma di libertà, alla quale possono accedere gli individui nei quali dominano le istanze irrazionali, risiede nell’accettazione del comando di coloro in cui la ragione esercita il predominio. Meglio essere governati dalla ragione che appartiene ad un altro, piuttosto che dagli istinti irrazionali che risiedono nella propria anima.

Per quanto riguarda l’uguaglianza, egli nega che essa sia un dato acquisito sul piano morale, antropologico e intellettuale: gli uomini non sono affatto uguali. Considera poi l’uguaglianza non il punto di partenza, ma l’obiettivo di una società giusta.
La prassi democratica, la quale prevede che le decisioni siano prese a maggioranza all’interno dell’Assemblea e che molte cariche siano assegnate per sorteggio, nega il principio di competenza e la connessione, indispensabile per Platone, tra Potere e Sapere. Egli ritiene invece che la maggioranza degli individui non possegga né il grado di competenza, né il livello di consapevolezza, e neppure l’attitudine etico-morale per contribuire al governo della città. Per il filosofo la politica, almeno per quanto concerne la necessità di possedere una competenza disciplinare specifica, non differisce da una qualsiasi altra tecnica, come lo stesso Platone afferma nel Gorgia attraverso l’analogia tra la politica e la medicina: come questa, infatti, la politica comporta il possesso di un sapere oggettivo e controllabile, richiede un sapere e una competenza specialistica e per questo non può essere affidata all’arbitrio dei più, i quali posseggono solo una dotazione minimale di tale competenza. Solo un numero esiguo di individui è in grado di esercitare un pieno controllo della ragione sulle istanze razionali della propria anima. Ciò significa che gli uomini non sono affatto tutti uguali, perché la maggior parte è influenzabile dagli appetiti e dalle passioni.

È importante specificare che gli argomenti platonici contro la democrazia assumono connotati antropologici, e per questo assumono una validità universale, ossia non si riferiscono solamente alla democrazia esistente ad Atene. Platone non critica solo questo o quel meccanismo istituzionale in vigore nella città democratica, ma soprattutto l’uomo democratico, i suoi valori, i princìpi stessi sui quali si fonda la democrazia. È per questo che la critica platonica può essere estesa ad ogni forma democratica, dunque anche a quella attuale.

La presunta presenza nelle opere tarde di Platone di una revisione del giudizio sulla democrazia non sembra efficace, infine, se si considera che la collocazione mediana della democrazia nella gerarchia delle forme di governo esposta nel Politico non dipende dalla presenza, nella costituzione democratica, di elementi positivi, ma dalla semplice constatazione che la democrazia e l’uomo democratico hanno una sorta di mediocrità che li rende incapaci di realizzare in forma estrema tanto il Bene quanto il Male. Inoltre la costituzione delle Leggi, anche se considerata “mista” (di elementi monarchici e democratici), è in realtà aristocratica, in quanto si fonda sull’obbedienza alle leggi, espressione del sapere e dell’intelligenza. Elementi del tutto estranei alla democrazia.

Fonte: augustomovimento.blogspot.com

Mondialismo padrone

Posted in Lotta di popolo on 16 Marzo 2009 by europanazione

MYANMAR-KAREN-KNU

di Franco Nerozzi

L’ Unione Nazionale Karen, organismo politico della resistenza alla giunta militare birmana, ha ricevuto ufficialmente la notizia che le autorità di Bangkok non consentiranno più la permanenza in territorio tailandese dei suoi membri. Il diktat risale allo scorso 11 febbraio, ma è stato reso noto soltanto oggi. Le autorità tailandesi hanno dato perentorie istruzioni affinché tutti gli appartenenti alla KNU e al suo braccio militare, il KNLA (Esercito di Liberazione Nazionale Karen), si trasferiscano al più presto in territorio birmano. Di fatto, per la prima volta nella storia del conflitto tra regime birmano e minoranza Karen, resistenza viene privata della fondamentale retrovia rappresentata dalle regioni di confine tailandesi, dove sorgevano uffici politici e amministrativi del movimento. Ambienti della resistenza Karen sono convinti che la decisione del governo tailandese sia conseguenza delle pressioni esercitate su di esso dalla giunta militare di Rangoon al recente meeting dei paesi aderenti all’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico). Le speranze in un radicale cambio di atteggiamento da parte del nuovo esecutivo di Bangkok nei confronti del regime birmano sembrano naufragare di fronte a questa decisione. “Ci stanno strozzando per consegnarci ai Generali di Rangoon” ha commentato amaramente un ufficiale dell’Esercito di Liberazione Nazionale Karen. “E tutto questo per fare del business”.

Al di là di lucrosi contratti firmati tra Thailandia e Birmania per lo sfruttamento di risorse energetiche e per la costruzione di dighe sui principali corsi d’acqua del Myanmar (in collaborazione con la Cina), in gioco potrebbe esserci il riassetto dell’intera area, alla luce della nuova politica nei confronti di Rangoon annunciata dal Segretario di Stato USA Hillary Clinton. C’è già chi pensa di togliere il divieto posto in passato a nuove aziende statunitensi di investire in Birmania (la Chevron è già presente con ingenti investimenti). Secondo diversi osservatori, l’attuale crisi mondiale obbliga USA e Cina ad accelerare i tempi della loro cooperazione economica. Il Sud Est Asiatico è un piatto che interessa ad entrambi. La Cina è il principale sponsor di Rangoon. Si pensa che in cambio di un ammorbidimento da parte della giunta militare nei confronti del movimento per la democrazia guidato da Aung San Suu Khyi (sostenuta da numerosi ambienti statunitensi), Thailandia e USA siano disposti a concedere mano libera ai generali nella questione delle minoranze etniche in lotta con il regime.

Qualcuno la chiama realpolitik. Noi continueremo a chiamarlo Mondialismo. Saranno più tranquilli ora anche coloro che temevano che i Karen potessero mettere in crisi il fantomatico fronte eurasiatico. Nessuna paura: la Cina potrà continuare a fare affari sulla pelle dei Popoli, ma questa volta con un partner altrettanto famelico. Quegli Stati Uniti che di sterminio e vessazione di minoranze etniche ben s’intendono. Nonostante la tanto trendy “abbronzatura” di Obama.

Fonte: Comunità Solidarista Popoli Onlus

Torrijos: l’uomo del destino

Posted in Libero pensiero on 4 Marzo 2009 by europanazione

torrijos

di Maurizio Campisi

Ventotto anni fa l’aereo con a bordo l’uomo forte di Panama, Omar Torrijos, si schiantava sulla montagna di Cerro Marta. Con lui finiva un’epoca e presto Panama si sarebbe adagiata nelle mani di Noriega e dei suoi traffici che mischiavano agenti segreti e narcotraffico.
Torrijos è stato, in un certo senso, l’uomo del destino di un paese fino ad allora privo di identità e che fu capace, nonostante le critiche e le accuse di despotismo, di dare a Panama un’autodeterminazione che in tutta la sua storia non aveva mai provato.
Uomo pragmatico, Torrijos aveva basato la sua intera opera nella consegna del Canale a mani panamensi. Approfittando della caduta dei repubblicani a Washington, affossati dal Watergate, insistette con Jimmy Carter per giungere ai negoziati: il trattato si fece nel 1977; il Canale sarebbe diventato panamense nel 2000, al sorgere del nuovo millennio.
I falchi del Congresso non gliela perdonarono mai e sulla sua morte l’ombra dell’attentato progettato dalla Cia è molto più che un sospetto. Lo dice apertamente John Perkins nel suo libro, dove mette su carta quello che sempre si è vociferato, ossia che l’operazione “Flying Hawk” fosse appunto l’eliminazione di Torrijos. D’altronde, la relazione tra l’uomo forte di Panama e gli Usa non fu mai all’acqua di rose. Torrijos male sopportava la presenza ingombrante delle truppe statunitensi e, soprattutto, che il suo paese potesse venire usato per aggredire i vicini. Sostenitore della rivoluzione sandinista, Torrijos aveva dato più volte asilo ai guerriglieri in fuga dalle ritorsioni di Somoza. Nel libro “Adiós muchachos” di Sergio Ramírez, l’ex vicepresidente sandinista ricorda come Torrijos avesse fatto minare i punti più critici del Canale. In caso gli Usa non avessero sottoscritto gli accordi, Torrijos avrebbe fatto saltare in aria le chiuse, scatenando uno scenario da guerra.
Proprio il Canale, per cui aveva sempre lottato, sarebbe stato il suo punto finale. Le pressioni per rinegoziare degli Usa e l’interesse di Torrijos a facilitare gli investimenti di altri paesi, ne segnarono la fine.
“Torrijos era uomo di lunghi silenzi” ricorda Ramírez “e quando parlava era d’obbligo prestare attenzione”.
“Nella casa di Farallón, di fronte al mare, Torrijos passava la maggior parte del tempo e lì, vestito con un abito da spiaggia risolveva i suoi affari, steso su un’amaca sulla quale si dondolava spingendosi con un piede, mentre fumava sigari Cohiba che gli mandavano da Cuba”.

Fonte: Blog Americalatina