Slovenia. Un eccidio dimenticato
Dodicimila sloveni trucidati nel ‘45
Aggiungiamo un nome, Viktring, alla collana nera degli orrori. Viktring come le Fosse Ardeatine, come Auschwitz, Jesenac, Kolyma. O come Bleiburg, luogo simbolo dell’ eccidio commesso dai partigiani di Tito sui nemici croati ormai inermi, ma colpevoli di essersi alleati ai nazifascisti durante la guerra civile. Viktring, dunque, è il nome del campo nella Carinzia austriaca dove diciassettemila sloveni, in fuga dai partigiani di Tito e dall’ Armata rossa, si consegnarono, dopo sofferenze inenarrabili e duri combattimenti, ai soldati dell’ VIII Armata britannica. E da dove, in seguito a una di quelle decisioni militari sciagurate che non hanno mai un solo e chiaro responsabile, vennero rispediti nelle mani degli aguzzini che li aspettavano. Una storia, quella dei miliziani territoriali sloveni di fede cattolica, i domobranci, che si concluse come una tragedia biblica, con fosse comuni, foibe tappezzate di moribondi, esecuzioni con un colpo alla nuca, tombe scavate da coloro che avrebbero dovuto finirvi: l’ intero armamentario degli orrori cui la storia del Novecento ci ha tristemente abituato. [...]
I domobranci, cioè, erano la milizia territoriale slovena, e cattolica, che a lungo si batté per sottrarre la patria all’ imbuto jugoslavo, cementato dall’ ideologia comunista, dall’ egemonismo grande serbo, dall’ abilità militare di Tito e anche dall’ appoggio degli angolo-americani, convinti di dover sostenere i partigiani titoisti perché realisticamente – o cinicamente – considerati migliori combattenti contro Hitler. Convinti, all’ opposto, di doversi alleare anche col diavolo tedesco pur di combattere l’ altro nemico mortale comunista, i domobranci sloveni furono travolti dal crollo dell’ Asse. Quando le rappresaglie partigiane si fecero frequenti e minacciose, decisero di incolonnarsi con mogli, figli e carretti traballanti pieni di masserizie, verso una possibile salvezza oltre il passo Ljubelj, attraverso i monti delle Karavanke, nella Carinzia austriaca occupata dai britannici. Si lasciarono dietro, come racconta il libro di Corsellis e Ferrar, una scia di sangue, regolamenti di conti commessi e subiti – tipici nel contesto di una guerra insieme nazionale, ideologica e civile. Sotto una pioggia battente e nel fango, braccati dai partigiani, mescolati confusamente ai tedeschi in fuga e agli altri gruppi nazionali minacciati (serbi monarchici, croati, cosacchi, tedeschi e ungheresi del Banato, bulgari) si videro bloccati all’ ingresso dell’ ultima galleria che li avrebbe portati in Austria; riusciti a passare, affondarono nel caos fangoso di Viktring, dove tutti insieme, domobranci e casalinghe, vecchi e bambini, riuscirono a costruirsi per qualche settimana una parvenza di vita civile, con tanto di concerti, processioni religiose, gare di cavalli. Ma quando i militari britannici dovettero decidere che fare di quella massa ormai cenciosa e caotica, dopo una serie di ordini e ambigui contrordini, si risolsero a caricare tutti i domobranci su treni blindati e a rimandarli in Jugoslavia. Là trovarono ad attenderli i partigiani di Tito: furono denudati, incatenati uno all’ altro, torturati, fucilati sull’ orlo delle foibe e in molti casi gettati dall’ alto, ancora vivi, su un tappeto umano di corpi. I luoghi dove si consumò la loro passione si chiamarono Kocevski Rog, Hrastnik, Tehanje. [...]
L’ apparente «pulizia etnica» dei domobranci sloveni, numericamente paragonabile a quella dei giuliano-dalmati (e a quella dei croati massacrati nello stesso periodo a Bleiburg) fu in realtà «pulizia ideologica»: doveva scavare fondamenta solide per il nascente regime comunista jugoslavo. Il cinismo dei militari che sacrificarono tante vite umane, oltre a infamare i «liberatori inglesi» e a provocare alcune successive crisi di coscienza, denuncia oggi le miserie del «realismo politico», indifferente ai diritti umani e all’ autodeterminazione dei popoli. Tanto più miope, quel «realismo», se si pensa che allora, nel giro di pochi mesi, gli alleati occidentali avrebbero scoperto nella Jugoslavia di Tito un nemico aggressivo, mentre il ricordo delle vittime sarebbe sopravvissuto in alcuni di loro, come un incubo mai del tutto rimosso.
Fonte: IlCorriere.it
