Trappole multirazziste e soluzioni imperiali

Pubblicato su Libero pensiero il 2 Luglio 2009 da europanazione

201093

di Adriano Scianca

Si fa presto a dire “razzista”. Si crea un’etichetta, infamante quanto basta, le si dà un contenuto del tutto indeterminato, in cui c’è posto per tutto e il contrario di tutto, e il gioco è fatto. La discussione è bloccata, il ricatto è in atto. E’ il pensiero unico, bellezza. Stando così le cose, parlare di immigrazione e società multirazziale significa avventurarsi in un terreno minato. Terreno in cui la logica umanitarista, buonista e politicamente corretta non ammette obiezioni sensate di sorta, salvo saltuariamente essere scalfita solo nel senso peggiore, ovvero cedendo alla polemica qualunquista, superficiale, scandalistica, becera che di tanto in tanto fa capolino in qualche giornale o in qualche uscita improvvida del politicante di turno. Meccanismo che poi inevitabilmente suscita allarmate reazioni progressiste e apocalittici reportage di Repubblica. E così via, in un pendolo allucinato fra posizioni che variano dal banale al suicida passando per lo spregevole.

Ma insomma, alla fine, l’immigrato è buono o cattivo? Dilemma semplicemente cretino. Chi attacca in maniera indiscriminata ogni immigrato considerandolo aprioristicamente uno spacciatore, uno stupratore o comunque un balordo perdigiorno compie sicuramente un’operazione priva di senso. E’ la via più semplice. Il problema è che è una via che ci porta lontano dalla soluzione del problema. E’ una posizione “estremista”, certo. Ma è tutt’altro che radicale. Non va, cioè, alla radice del problema, confinandosi piuttosto in una intransigenza puramente verbale e folcloristica. C’è, del resto, in certe polemiche becere, una sorta di retropensiero schifosamente classista, per cui l’immigrato viene condannato in fin dei conti solo come avatar del pezzente, dello straccione, del povero. “Extracomunitario” è del resto un termine già di per sé ambiguo, che nel gergo comune viene usato come sinonimo di “marocchino”, “albanese” o, ultimamente, “romeno”. Nessuno si sogna, tuttavia, di usare il medesimo termine per designare uno statunitense, che pure a livello giuridico lo è a tutti gli effetti. Non precisamente un “ospite” che non dà problemi, peraltro: quando non sgozza ragazze inglesi al termine di orge finite male, quando non recide funivie mandando bellamente al creatore ignari turisti, l’americano rappresenta comunque pur sempre una potenza occupante sul suolo italiano, che condiziona politicamente, socialmente, militarmente e culturalmente un’intera Nazione da sessant’anni. Quanto agli stupri, quelli dei romeni fanno notizia, ma pare che anche attorno alle basi Nato le ragazze del luogo non se la passino troppo bene. Ma questa è un’altra storia.

Va bene: allora l’immigrato è “buono”? Posizione, va da sé, altrettanto allucinata. E, nel suo buonismo, doppiamente razzista. Lo è perché, come era scritto nel quaderno di Polaris sul tema, «tratta l’immigrato con una benevolenza paternalista, o meglio maternalista, come un immaturo da emancipare; un po’ come il “buon selvaggio” dell’epoca illuminista che era considerato in pratica poco più di un animale da salotto, un po’ come il Fuffy della signora bene». Il buonismo è razzista, in secondo luogo, perché impone ai popoli europei un sistematico e violento etnomasochismo. Per un europeo è infatti oggi un peccato mortale rivendicare il diritto alla propria specificità culturale, diritto che almeno in linea di principio si è spesso pronti a riconoscere ad ogni altro popolo. In Europa non è affatto vietato essere razzisti, a patto però che il razzista si autocertifichi come “antirazzista” patentato e che la razza da lui svalutata sia quella europea. È la logica alienante del politicamente corretto, che nella colpevolizzazione e nella svirilizzazione degli europei trova la propria ragion d’essere. Il che si traduce, nel discorso dominante, in una continua irrisione delle difficoltà di quello che bene o male dovrebbe essere ancora il nostro popolo e che invece subisce una frustrazione quotidiana per il fatto di essere lasciato da solo nel ghettificio delle periferie in cui i sostenitori del politicamente corretto si guardano bene dal mettere piede.

Lo spettro della guerra fra poveri diviene a questo punto realtà concreta. E’ qui che la società multirazziale si fa società “multirazzista”. Il concetto è semplice: per miopia, incapacità, interesse, lucro o pregiudizio ideologico si crea sull’argomento confusione e ricatto morale: c’è, del resto, chi ha bisogno di nuove braccia, chi di nuovi elettori. Si aprono quindi le frontiere in modo indiscriminato, vantando nel contempo i meriti di una società “colorata”, allegra, patinata, dove tutte le razze vivono armoniosamente. Il che, puntualmente, non si avvera. Ma la criminalità organizzata, gli imprenditori, le onlus cattocomuniste e i politicanti progressisti (i soli per cui, realmente, l’immigrazione è una “risorsa”) ne traggono vantaggio, quindi degli effetti collaterali se ne fregano. E intanto si creano i quartieri dormitorio stile banlieu, in cui a fronte di un occidentalismo, di un consumismo, di uno spirito decadente diffuso si innescano per reazione micidiali meccanismi neotribali. E’ la riscoperta del tutto posticcia di un’identità non vissuta autenticamente ma creata artificiosamente per fomentare una logica da banda, in stile Bronx. L’islamismo e l’arabismo degli abitanti delle periferie parigine rientrano esattamente in questo quadro: si tratta di una rivendicazione “moderna, troppo moderna” di chi alla fin fine se ne frega tanto di Nasser che di Maometto, ma che, immesso nel meccanismo diabolico dello sradicamento, deve dare un senso alla sua rabbia. Fra gli autoctoni, del resto, si sviluppano sentimenti analoghi. Il paradiso cosmopolita e irenista diventa così l’inferno delle gang in lotta, dei mille ghetti, e contemporaneamente dell’unico conformismo. E’ la scomparsa del legame sociale, la sconfitta della politica, la morte del diritto. La banlieu universale: ecco cosa ci si presenta all’orizzonte, in un mondo che ha fatto del cosmopolitismo un valore indiscutibile e dell’usura il supremo legislatore della vita e della morte dei popoli. La logica del branco come unica forma di aggregazione sociale. I ragazzi delle periferie parigine, in fondo, ci offrono un gradevole spaccato di ciò che in parte siamo e di ciò che saremo.

Altro che Benetton e Ringo Boys: l’immigrazione incontrollata è un coltello che taglia da ambo i lati, un meccanismo che sradica tanto l’ospite che l’ospitante: il primo sfruttato, strumentalizzato, strappato al suo humus naturale; il secondo umiliato e spossessato delle sue stesse città. Di più: si tratta di un sistema intrinsecamente criminogeno. Il crimine organizzato, nel meccanismo immigratorio, è ovunque: prima, dopo, davanti, dietro, in mezzo, sotto, sopra.

Il primo punto di contatto tra attività criminale e fenomeno migratorio avviene del resto già nella migrazione in sé, qualora quest’ultima sia di natura clandestina. Esistono tutta una serie di attori criminali di differenti livelli implicati nell’attività di smuggling (ovvero l’introduzione illegale di immigranti nel territorio di uno Stato). E su tutto, la grande criminalità autoctona che tuttavia si limita a controllare, chiedere la tangente e successivamente sfruttare come bassissima manovalanza ad alto rischio i più diseredati. L’immigrato, insomma, è già dall’inizio manovrato e controllato da strutture criminali. Lo sradicamento culturale e sociale fa poi il resto. Quando, ovviamente, a decidere di lasciare il paese d’origine non siano già criminali incalliti, come nel caso di molta recente immigrazione romena, spinta in Italia da accordi scellerati e da una più o meno esplicita politica del governo di Bucarest di liberarsi dei cittadini “indesiderati”.

A fronte di un tale sistema stritolatore, quale può essere una possibile risposta politica (ovvero non buonista né scandalistica, non dettata da opposte paturnie umorali)? Le due soluzioni che vanno per la maggiore, spuntando ora a destra ora a sinistra, appaiono disastrose. Si tratta da un lato dell’“assimilazionismo”, che vorrebbe “l’integrazione” degli immigrati, ovvero la loro rinuncia a identità e costumi originari per divenire “brutte copie di europei”; dall’altro lato c’è invece chi propone il “multiculturalismo”, ovvero l’ufficializzazione e la promozione di ghetti a tenuta stagna in cui per ovvi motivi la comunità autoctona è destinata alla fine a scomparire. E quindi? Difficile dare direttive per l’hic et nunc. Il fatto è che certi meccanismi passano sopra le nostre teste. Se una maggiore regolamentazione, una più attenta selettività, un controllo più capillare, persino un blocco temporaneo dell’immigrazione attualmente in atto sono certamente necessari nel breve periodo, è tuttavia ovvio che dal meccanismo non se ne esce se non re-impostando i rapporti internazionali in chiave multipolare. A quel punto, non si tratterebbe più di “aiutare gli immigrati, ma a casa loro”, dato che, di fatto, le nazioni che conservano un minimo di dignità, sovranità e indipendenza non sono già oggi paesi d’immigrazione, quale che sia il loro livello di difficoltà economica. Affinché si possa riorganizzare l’assetto geopolitico internazionale in questo senso – cosa che ovviamente esula dalle sole nostre possibilità – bisogna tuttavia ripensare prima gli stessi concetti di identità e differenza. Si tratta di un unico movimento che coinvolge tanto la dimensione macropolitica che quella micropolitica. E’ il movimento dell’Imperium.

D’accordo, un ipotetico avvenire organizzato per “grandi spazi” schmittiani non dipende da noi. Se l’epoca futura sarà o meno un’era di orizzonti imperiali è cosa che scopriremo solo vivendo. L’Imperium, tuttavia, è anche e soprattutto una dimensione dell’anima. Ed è in quest’ottica che noi oggi possiamo riscoprire un senso dell’identità che sia dialogante senza essere suicida, che sia etnocentrico senza essere evangelizzatore, che sia aperto all’Altro ma ben piantato nel Sé. Essere “identitari” è cosa buona e giusta, a patto che si tenga ben presente che non c’è identità senza alterità. Che la soluzione ai vari microconflitti di civiltà passa attraverso una armonica organizzazione delle differenze in un insieme più grande che sia però centrato e radicato. E’, appunto, la soluzione imperiale, che può ben assumere il senso di una via valida anche per il singolo, che può confrontarsi con l’altro perché è radicato ed è radicato perché si confronta con l’altro. Chiusure e aperture indiscriminate non ci porteranno lontano. Un sano differenzialismo sì.

Scriveva Evelina Marolla in un vecchio numero di Orion (luglio 2004), che il polemos eracliteo, il “rispecchiamento guerriero” sono le uniche forme di confronto/scontro con l’altro che lasciano esistere le differenze, delineando una concezione dell’essere come «tessuto vivo di opposizioni e articolazioni che si snodano, si manifestano, configgono e si incontrano […] nel fuoco sempre ardente di un polemos originario e continuo, vera linfa vitale del mondo, che appunto mette in relazione anche (e proprio, forse) in quanto mette in opposizione. Permettendo esso stesso anche, e precipuamente, nel configgere un peculiare, onorevole, plurale riconoscimento dell’altro come colui che ti sta di fronte in quanto parte anch’egli del molteplice gioco dell’essere […]. L’altro viene riconosciuto dunque, onorato come tale (come altro volto e parte di una realtà naturalmente plurale) e non demonizzato (cioè escluso dal riconoscimento, ricacciato nell’ombra dell’indegnità ad essere) proprio quando ti è di fronte in questa guerra eraclitea: onorato e ri-conosciuto, a differenza dell’esclusione-tabuizzazione monoteistica, anche quando ti è nemico». Contro i ghetti e il mondo degli uguali, per un kosmos realmente plurale.

Fonte: VivaMafarka

Embé?

Pubblicato su Libero pensiero il 22 Giugno 2009 da europanazione

e_veronica_che_deve_scusarsi_con_me

di Gabriele Adinolfi

Metti che tutto quello che ci dicono da Bari sia vero

Di che parliamo? Di hostess assunte a pagamento per i ricevimenti, cioè di quanto accade a tutti gli incontri pubblici e privati in Italia e nel mondo. E ci spiegate che ci sarebbe di tanto strano se “scoprissimo” che questo succede anche ai ricevimenti di Berlusconi?

Mi domando perché mai ci si concentri sulle sortite delle fanciulle e delle dame (alcune sono di antico pelo) che guaiscono alla luna bramose di fama non appena qualcuno offre loro un riflettore. Mi chiedo come ci si possa accapigliare per i loro outing senza chiedersi neppure di cosa si stia disquisendo: di aria fritta.

Ma io vi conosco, io so cosa pensate: voi suggerite che lì le hostess sarebbero osé e piccanti. Insomma: Berlusconi mandrillo! E subito chi a tirargli le pietre e chi a difenderlo ma non altrimenti che dicendo “non è vero”. Ma cambiamo gioco, cambiamolo questo sordido gioco, e poniamo che sia tutto vero.

E allora? Si può pure essere contro Berlusconi, ce ne sono di motivi: dalla poca attenzione all’economia sociale alla lontananza governativa dalle morti bianche, dalla mediocrità delle squadre politiche alla presenza di piatti Yes Men proni davanti a tutti gli arroganti, come il ministro Ronchi, dalla retorica liberista a quella conformista. Ne ha Berlusconi di difetti da fustigare; a ben vedere tutti quei difetti li ha in comune con ognuno degli altri politici mentre quello che ha di originale, talvolta di notevole, agli altri non appartiene affatto. Ed è per questo che il Berlusconi IV ha assunto alcuni aspetti interessanti in politica estera, energetica, interna e costituzionale che non si vedevano più dai tempi di Craxi. Molto per alcuni, poco per altri. I primi magari si accontentano di poco, i secondi fanno paragoni non tra quello che c’è ma tra il reale e l’immaginario.

Insomma si può essere contro Berlusconi ma di sicuro non per questo, per questa prova d’italianità e di latinità da Anni Trenta e da Belle Epoque.

Lo so che da oltre sessant’anni siamo abituati a essere rappresentati da pallidi lascivi che sbavano al buio, privi di vigore e vitalità, gente che fa sesso esattamente come ruba: nascondendosi e guastando con lo spirito e l’alito fetido tutto quello che tocca.

C’è il silenzio a coprire ogni loro malattia che poi è quella che ha rovinato la nostra terra, una delle più vive del pianeta, oramai avvizzita tra le dita ingiallite e aggrinzite dei politici del post/fascismo.

Capisco che avendone perso la sana abitudine, sanguigna, italica e romagnola, ci stupiamo di avere di nuovo un premier che non sia un moralista ipocrita ed esangue malaticcio. Ma via, siamo seri: chi mai preferirebbe il sanatorio dei falsi all’eventuale bordello degli allegri? Aprite le finestre e fate cambiare aria, scacciate microbi, larve, puritani, moralisti e moscerini!

Fonte: NoReporter

Si uccide così

Pubblicato su Libero pensiero il 5 Giugno 2009 da europanazione

ROGO

di Gabriele Adinolfi

Hanno versato cinque litri di benzina sulla soglia di Casapound Bologna, questo alle quattro e tre quarti di mattina; si erano intrufolati dai vicini giardinetti, dopo aver troncato le due reti di ricenzione dei vicini di casa. Sono rimasti in appostamento a lungo perché Alex Vigliani, il dirigente di CPI-Bologna, era al computer con la luce accesa e volevano prenderlo nel sonno. Quando ha raggiunto Giorgia, la sua donna incinta, nella stanza vicina, gli eroi hanno pensato di attendere che si addormentasse per completare con successo l’azione omicida. Hanno atteso una ventina di minuti e poi hanno dato fuoco alla tanica. Alex però non dormiva ancora, si è reso subito conto dell’incendio appiccato alla porta ed è intervenuto. Memore della strage che costò la vita ai fratelli Mattei, rei contro il cielo per essere proletari fascisti, ha avuto la prontezza di spirito di non aprire la porta, cosa che, come a Primavalle, avrebbe fatto divampare l’incendio e ha invece provato a spegnere il focolaio versando acqua da dentro a fuori da sotto lo stipite, ignaro della quantità di benzina che stava per ardere. Visto che non riusciva a spegnerlo, si è avviato al balconcino da cui ha fatto uscire Giorgia ed è uscito quindi lui. La tanica di benzina è quasi subito esplosa. Il fuoco ha distrutto legno e plexigas provocando esalazioni di fumo che avrebbero certamente ucciso per asfissia la coppia e il bambino nel grembo di lei se solo Alex si fosse addormentato. Questo è quanto è accaduto a Bologna, il punto apicale, per ora, di un crescendo d’idiozia criminale.

Potremmo

Potremmo tranquillamente perderci in una retorica che non risulterebbe infondata. Potremmo evidenziare il fatto che gli incendiari notturni hanno dei precisi modelli tra cui spicca quel Lollo impunito per la più schifosa strage degli anni Settanta. Potremmo rammentare che uccidere un bambino in grembo è stata cosa frequente durante le ardite stragi partigiane, e che ordinare di uccidere quello di Luisa Ferida non impedì a Sandro Pertini di diventare addirittura Presidente di questa Repubblica. Potremmo sciorinare il rosario della vigliaccheria degli assassinii partigiani e neopartigiani e, prima ancora, canaglieschi consumati dal 1919 al 1922. Anzi fino al 1925 perché i sicari continuarono fino ad allora nella piena impunità. Potremmo dire che odio e vigliaccheria, assassinio e strage sono elementi inscindibili dell’anima comunista. Potremmo, ed avremmo molti più elementi a suffragio di questa tesi di quelli che hanno i sobillatori dell’antifascismo, i demonizzatori del “nero”. Potremmo. Ma siamo di un altro avviso, forse, direbbe De André, di un’altra razza. E ricordiamo. Ricordiamo combattenti di un altro tipo. Nella guerra civile spagnola, come negli anni Settanta. Ci sono stati comunisti dignitosi, coraggiosi, rispettosi e guerrieri. Non sono tutti come queste escrescenze di rampolli della borghesia viziata.

Vogliamo

Tuttavia ci sono individui così e collettivi così. Perdono ogni giorno velocità, credito e peso. L’antifascismo dell’odio e nell’odio, l’antifascismo come teologia che distoglie dai problemi reali, funziona sempre di meno. Gli antifa sono ogni giorno più emarginati a sinistra, meno seguiti, meno accettati. Ciechi, sordi, stupidi, paleolitici e devianti, non hanno che scarsissimo seguito. Ma meno hanno seguito più s’incattiviscono, più s’incattiviscono e più provano a delinquere. Chiunque abbia un briciolo di onestà intellettuale e di obiettività deve riconoscere ai fascisti di oggi di essere riusciti, almeno fino ad ora, a impedire che il giochino dell’azione-reazione portasse allo scontro frontale e alla riproposizione degli anni di piombo. Due attentati ai Cutty Sark, la totale devastazione di Cuore Nero, le tentate aggressioni, le provocazioni, le minacce di morte, hanno sempre sortito come unica risposta la festa e la politica. Ed è accaduto tutto ciò – è bene che si sappia e che si ricordi – quando i rapporti di forza sia in piazza sia in politica erano, come sono, del tutto favorevoli ai fascisti. E se per gioco ci volessimo attenere ai teoremi patologici degli antifa dovremmo dire che questo è accaduto e accade in un momento in cui le istituzioni sarebbero conniventi, di copertura… Mai, in nessun caso, i fascisti hanno reagito colpendo, pur avendo la motivazione e la forza per farlo. Questo è bene che si ricordi e, soprattutto, che non si cerchi di negarlo, nasconderlo o sminuirlo. Di più, di meglio, francamente ai fascisti non si può chiedere per evitare una riedizione di anni sanguinosi.

E voi?

E’ a sinistra che si deve – e sottolineo si deve – intervenire e con prontezza. Non basta delegittimare gli idioti sanguinari. Perché nella sinistra “antagonista” in tutta Italia ci sono cinque o seimila tra simpatizzanti e attivisti tuttora prede di discorsi dementi.
E ci sono ancora, appollaiati nei posti istituzionali (magistratura, giornali, scuole) almeno venticinquemila cariatidi sovietiche ammalate di pregiudizi odiosi, invischiate in complicità velenose e colme di mala fede.

Tutto questo, pur sommato, politicamente fa quasi nulla. Ma è un humus sufficiente: basta che una trentina di individui si mettano ad esagerare perché le cose trascendano sul serio. E non si può attendere il primo morto per porsi il problema. Non si può far finta di niente, il passato, remoto per alcuni ma ancor fresco per molti di quelli che a sinistra contano, c’insegna come si scatenano le guerre civili. Ognuno deve – e ribadisco deve – prendere chiaramente posizione. Se vuole evitare di far scannare tra loro dei giovanissimi per la maggior gloria e il più gonfio portafoglio di qualche fallito che fa il politicante non può limitarsi a prendere le distanze con diversi gradi di omertà. Ha l’obbligo di fare contropropaganda, di ridicolizzare e non alimentare in alcun modo la demenza antifa (che, ribadisco, non significa l’essere antifascisti ma il predicare la teologia dogmatica e mortifera di un satanismo su misura provocando odio e giustificazione dell’omicidio). La palla, signori e compagni, sta a voi. Noi, che continueremo a festeggiare e a fare politica anche stavolta, di più non possiamo davvero. Vediamo ora quello che sapete fare. E se non lo fate, e in fretta, non veniteci poi a fare la morale perché è nella reticenza, nella connivenza passiva e senza alcun coinvolgimento diretto, è nel laisser faire che si è veramente assassini, molto di più che premendo un grilletto o consumando una strage vigliacca.

Fonte: NoReporter

Alcune riflessioni sulle elezioni europee

Pubblicato su Libero pensiero il 3 Giugno 2009 da europanazione

nsun137l

di Hans Vogel

All over Europe, voter interest in the upcoming European parliamentary elections is lukewarm to say the least. Although some 80% of all legislation in the “EU” member states is made in Brussels (seat of the European Commission and most European bureaucrats) and Strasbourg (where the European Parliament meets once a month), most voters still seem oblivious of this reality. Apparently, most Europeans continue to believe it is parliament of the nation state of which they hold citizenship, that basically holds power. How wrong they are!

Actually, most decisions that are affecting their lives are taken by the European Commission, a small group “Eurocrats” appointed (not elected!) to govern Europe. The European Parliament, elected, it is true, in a democratic way, exerts hardly any form of control over the Commission. It does (in theory) have the power of voting down the Commission in case it would commit serious political mistakes or in case it would act against the wishes of the majority in the European Parliament. However, the parliament cannot initiate legislation, which is a key democratic right.

Thus, we have the painful situation that voters actually have a chance to vote democratically for a parliament that in itself has no democratic powers. No wonder there is such scant interest, since most people realise they are being fooled. No amount of “EU” propaganda urging people to vote can remedy this. It will be a miracle if more than about 30% of the voters will actually cast their ballot. In many countries, perhaps some 20% will vote.

It is probably best to compare the European Parliament to the parliament of some 19th-century European nation before the major democratic breakthroughs of the 1880s and 1890s had been achieved.

European countries (those who are members at the same time of the “EU”, NATO, the WTO, the UN and all its derivatives) are no longer sovereign states.

-Their trade policies are determined by the WTO

-Their defence policies are determined by the US government at Washington, which dictates all of NATO’s decisions

-Their agricultural, environmental, industrial, transportational and national security policies are all determined by the “EU,” especially by the European Commission.

-As for those who joined the Euro zone, even their monetary policy is no longer subject to sovereign control, as it is set by the ECB at Frankfurt.

Since the collapse of the New York WTC towers in 2001 (the US equivalent of the burning of the Reichstag in Berlin in 1933) the European Commission has heeded US demands to create a climate of fear by joining the “War on Terror”. Trampling on the democratic rights of Europe’s citizens by subjecting them to the same degrading treatment as US citizens and by turning them all into suspected terrorists, the European Commission has been trying to make life miserable for all Europeans. The “EU” is well on the way to becoming just as nasty a police state as the US.

Needless to say, most Europeans are not afraid of terrorism. It is not a problem, neither in Europe, nor in the US. Both in Europe and the US, terrorism is basically a figment of the imagination. Osama Bin Laden (who I believe has just been declared dead for the Nth time), is a kind of Santa Claus, but who brings explosives, not presents. And just like Santa Claus is a messenger boy who brings presents really bought by someone else, Osama is doing somebody else’s work. Santa has a white beard, Osama has a black beard. Europeans are no great believers in Santa Claus, nor are they great believers in Osama. Still, great efforts are being made to turn them into believers. With scant results. That is hardly surprising. Most Europeans also do not believe strongly in Europe.

Really, WHAT is the point of voting for a toothless parliament, whose members often have given themselves no other task than picking up their paycheck and a handsome expense account. One can hardly blame them, since they have no real political power. The moral corruption of the European Parliament is not surprising: it is the result of the fact that MEP’s have no power, influence and prestige.

Most MEP’s are mediocre or exhausted national politicians who have accepted political death and social insignificance in exchange for money, lots of money. According to some reports, an MEP who manages his affairs well, can become a millionaire within a couple of years. No wonder the European Parliament is a bunch of scheming opportunists.

Of course, there are some well-intentioned candidates standing for election. There are even some new parties full of good intentions of bringing about accountability and transparency. One of these is Libertas, a truly European party. However, one of their candidates, Eline van den Broek, has recently stated that torture is a necessary tool for state security!

She may be only 24 years old and she may be just a political scientist, but it is still incredibly shortsighted, if not downright stupid to make such a statement. A state that allows torture for some will in the end apply torture indiscriminately to anybody. Even if she has not learned that during her political science lessons, she ought to have come to this insight by herself.

But why bother? Since the European Parliament has no power, the parliamentary elections are really pointless.

Most Europeans do not identify with Europe in the first place. Their identification with the nation state is also becoming more and more precarious. Anger, resentment and discontent are often focused on the new groups of immigrants. These immigrants, mostly recruited from the underprivileged rural class in the remoter areas of Morocco and Turkey, are being pampered in every imaginable way. They are often lavishly subsidised, they often misbehave but are left undisturbed by the police and whoever dares criticise them is immediately branded a racist.

What few people seem to realize is that the national governments (especially those of Britain, the Netherlands, Belgium, Germany, Austria, France) actually are using these immigrants to sow discord amongst the citizens. Native Europeans are being made afraid, unsafe and insecure on purpose. Their governments want them to be afraid, because that way they can avoid losing what is left of their legitimacy. Fear has always been a great way to control the population. That is why European governments want their citizens to be afraid.

The effect of the various “EU”, US-dictated and national policies on Europe’s political, cultural and social traditions is devastating. Even urban life in Europe has been traditionally based on trust, not on rules. Rules are king in the Anglosaxon parts of the world (including Britain and the US).

Most pernicious of all European policies will prove to be the use of fear as a political instrument. So far it would seem to be creating the desired results, most importantly the surprising docility of the general public. However, the politics of fear that have been determining European life during the past decade will eventually
destroy Europe’s social fabric. I am afraid reconstructing what is now being destroyed will prove to be far beyond the capabilities of Europe. In comparison, post-1945 reconstruction will turn out to have
been a piece of cake.

Fonte: Pravda.ru

Iene

Pubblicato su Libero pensiero il 14 Maggio 2009 da europanazione

iene

di Gabriele Adinolfi

Non è successo granché eppure sembra che sia in atto una rivoluzione; e forse è vero. Il respingimento dei boat people sulle coste della Libia cooperante è una vera primizia che può trasformarsi in un’azione sistematica e coordinata, ed è questo che a certa gente fa paura. Gente interessata, economicamente e teologicamente, al mercato degli schiavi, gente che pontifica e la butta in caciara perché, nella caciara, si perde il senso delle cose e possono prevalere meglio gli stridii dei chiassosi. Affrontiamo, invece, il problema con la massima calma.

L’immigrazione e gli immigrati

Ci siamo sempre rifiutati di sottoscrivere quelle demagogie pornografiche che mettendo in evidenza i singoli crimini demonizzano gli immigrati. Non è vero che immigrato sia sinonimo di criminale; spesso, anzi, si tratta di uomini e donne che affrontano la vita senza i vizi borghesi del popolo dei “consumatori” e sono in condizioni di dare dei punti a molti di noi italiani defilippizzati e imbevuti di reality.

Non è sostenibile neppure la paranoia salottiera dei vari integralisti per i quali l’immigrazione sarebbe un’invasione dettata dalla guerra di religione. Essa è il frutto di un sistema di sfruttamento multinazionale che impauperisce la gran parte del pianeta, svuota le campagne ridotte, paradossalmente, alla fame, proletarizza e spinge le masse nei paesi sviluppati. I nove decimi dei migranti si riversano oramai nelle aree delle economie in via di sviluppo, specie in Asia, un decimo si getta in Europa. Una parte di questi in Italia.

Demenze contrapposte

A questo punto intervengono le demenze contrapposte. Quella della xenofobia aprioristica, tipica di quella stessa gente che non avrebbe mai fatto la Res Publica, l’Impero, i Comuni, il Risorgimento o il Fascismo perché ha paura di ogni colore e di ogni novità. Quella del buonismo accogliente tipico di chi di fatto odia la vita, la forma, l’identità, la libertà, la carnalità e il popolo e persegue una gestione della vita fondata sulla delega e sull’elemosina.

Persa nella dialettica tra psicopatie (la seconda delle quali è però, purtroppo, forte), la questione immigratoria si smarrisce. Ci si dimentica allora di fare alcune considerazioni elementari. Che sono poi semplicissime: che l’immigrazione è il frutto di scompensi che andrebbero affrontati a monte; che a valle essa getta dei disperati a combattere una guerra tra poveri la quale danneggia, e non poco, le nostre classi deboli; che c’è chi di questo dramma si arricchisce e non sono solo i negrieri ma le multinazionali e, in una misura davvero impressionante, le associazioni di accoglienza. I Migrantes della Caritas gestiscono la quasi metà dell’otto per mille offerto alla Chiesa dichiaratamente per favorire l’immigrazione.

Lo stereotipo dell’immigrato

Affrontare il problema o con la diabolizzazione dell’immigrato o – peggio – con il suo avvilimento nello stereotipo del poveretto da accudire e imboccare è assurdo; sarebbe come se due secoli fa si fosse affrontata l’industrializzazione colpevolizzando o mitizzando l’operaio. Il che alcuni hanno effettivamente fatto e ne conosciamo i risultati.

Si deve operare nei confronti di questa drammatica tendenza epocale in modo sistemico; vale a dire cooperando con i paesi di provenienza, offrendo interessanti prospettive di sviluppo in patria, vincolando buona parte dei contributi di chi lavora da noi alla realizzazione di proprietà o investimenti inalienabili nella terra d’origine, togliendo completamente i fondi alle associazioni di accoglienza e scoraggiando in tutti i modi i negrieri. Con il secondo quaderno di Polaris abbiamo abbordato più o meno tutti questi punti e sinceramente in modo soddisfacente e condivisibile da chiunque sia armato di buona volontà.

La teologia dell’ antinazione

Abbiamo anche affrontato un punto che sorprendentemente passa inosservato; ovvero la palese e totale dittatura ideologica che subiamo in materia. Si sente infatti discutere spesso se sia opportuno conferire la nazionalità agli immigrati dopo dieci o dopo cinque anni di residenza. Non si tratta qui di permessi di soggiorno, di assistenza medica e sociale che, inoltre, con l’acquisizione della nazionalità si riduce di grado così come gli altri diritti concessi agli immigrati, e neppure di diritto di voto alle amministrative, si parla di nazionalità. Come se appartenere a una Nazione fosse la stessa cosa che iscriversi a un club di bocce o sottoscrivere l’abbonamento a uno stabilimento balneare o a un teatro d’essai.

Non è un caso che il dibattito sia sfalsato e, tralasciando i diritti, si sposti distrattamente – e dandola per scontata! – su una questione di fondo. Sono le oligarchie internazionaliste tutte, clero, massoneria e comunisti, che hanno in odio la forma, l’identità, la diseguaglianza e l’equità (che sono gemelle così come l’eguaglianza lo è dell’iniquità). E sono queste oligarchie che insieme, dalle tribune della Cei o delle commissioni autoproclamate della Ue e dell’Onu, perseguono la distruzione delle nazioni, delle loro radici, delle loro memorie, delle loro culture. Una violenza inaudita e sorda, disgregatrice e intollerante, arrogante e vigliacca che si maschera dietro l’orribile ghigno del “buonismo”.

Il gesto e il serrate

Tutto questo spiega quanto accade oggi. Il governo Berlusconi IV che nell’Italia dell’interminabile dopoguerra è uno dei pochi degni di nota (gli altri: Pella, Zoli e Craxi) ha dapprima stretto accordi con la Libia e poi riconsegnati i boat people: non è solo un gesto è l’ipotetico inizio di una cooperazione in controtendenza. La popolarità del governo, in Italia ma anche in Europa, è oggi la più alta che si possa immaginare perché, per tutte le ragioni che volete, la gente chiede soluzioni di questo tipo. E di colpo il serrate. Un serrate che gli stessi partiti di sinistra, consapevoli dello stato d’animo degli elettori, si sono ben guardati dal sostenere realmente ma che ha visto insieme, ululanti, vescovi e tecnocrati dell’Unione Europea e dell’Onu. Costoro non si attendono che gli elettori presentino il conto e possono allora, nella più totale ingerenza oligarchica, lanciare crociate in difesa del sistema schiavistico.

Nemici

Non sappiamo se il governo troverà la coesione interna, la forza d’animo e i margini di manovra per proseguire in una direzione timidamente intrapresa. Sappiamo però che è bastato un gesto che dimostra che la cooperazione internazionale può intaccare il sistema di sfruttamento umano perché tutti gli oligarchi internazionalisti si coalizzassero rabbiosi e forse un tantino preoccupati. Lo hanno fatto perché sono teologicamente nemici della Nazione e della vita e perché sono proprio essi strutturalmente il sistema di sfruttamento degli uomini.

Sono iene che difendono il cibo; e le iene, si sa, si cibano di cadaveri. Vogliono tutti, nessuno escluso, la morte di quanto vive e gioisce.

Da qualche decennio in qua, insieme alle altre mistificazioni in atto, sono apparse teorie per le quali per combattere una iena se ne dovrebbe sostenere un’altra scambiandola allegramente per un pastore tedesco. Non è vero: bisogna essere popolo e Nazione e lottare per l’universalismo dei nazionalismi contro l’uniformità della globalizzazione. Non è una lotta di oggi, attraversa i secoli ed è sempre la stessa.

Il guaito delle iene di questi giorni dovrebbe esserci d’insegnamento perchè indica almeno due cose: non è vero che il peggio sia irreversibile; a difesa del peggio stanno tutti coloro che premettono l’internazionalismo alla Nazione. E senza bisogno di entrare nello specifico della religione o dell’ideologia che costoro pretendono di rappresentare e che ciascuno può accogliere, rigettare o condividere, politicamente essi non possono che essere nostri nemici: per scelta loro, non per nostra.

Fonte: NoReporter

Ascoltate il mio grido

Pubblicato su Lotta di popolo il 13 Maggio 2009 da europanazione

ryszard_siwiec_stadion_x_lecia

Ryszard Siwiec, nato nel 1909, contabile e filosofo di Przemysl (Polonia). Padre di 5 figli, abbandona l’insegnamento per non trasmettere la dottrina marxista. Durante la festa nazionale per il raccolto, l’8 settembre 1968, allo Stadio del Millennio di Varsavia si dà fuoco davanti a 100mila persone per protestare contro la partecipazione polacca all’invasione della Cecoslovacchia. Nel testamento scrive: “Ascoltate il mio grido, il grido di un cittadino qualunque, figlio della nazione che ha amato la libertà propria e altrui sopra ogni cosa, sopra la propria vita, ricordatevi!”. L’episodio, messo a tacere dalla polizia politica, si seppe in Cecoslovacchia dopo la morte di Palach solo attraverso Radio Europa Libera.

Fonte: www.charta77.org

La generazione insorta di un’isola senza pace

Pubblicato su Lotta di popolo il 6 Maggio 2009 da europanazione

sands

Il 5 maggio di ventotto anni fa veniva scritta nel blocco H della prigione di Long Kesh, a Belfast, una importante quanto ennesima triste pagina di storia di quella meravigliosa isola situata a Nord. Quell’Irlanda che pare emanare una fascinosa luce color smeraldo che abbaglia incantevolmente gli sguardi di noi altri europei che dalle nostre terre ferme ci rivolgiamo con interesse alle sorti del suo orgoglioso popolo mai domo. Quegli incantevoli paesaggi nei quali il tempo sembra essersi cristallizzato ad epoche ancestrali sembra intrecciarsi attraverso un ideale nodo celtico alle degradate periferie cattoliche dell’Ulster che covano rabbia e sete di libertà al cospetto del britannico invasore. L’ormai lontano 5 maggio 1981 sancisce l’atto sacrificale di Bobby Sands, militante repubblicano irlandese, il primo di una serie di dieci martiri che scelsero di donarsi integralmente alla causa della patria. Il loro gesto estremo in risposta allo spregio che Downing Street, nella figura della irreversibile premier britannica Margaret Thatcher, intese perpetrare alla lotta per l’indipendenza dell’Ulster attraverso la famigerata frase da lei pronunciata: “Crime is crime, is not political”. Frase che rappresenta il disconoscimento da parte di Downing Street di quei fondamentali diritti di prigionieri politici che i militanti repubblicani reclamavano dagli interni delle carceri nei quali vennero reclusi per essersi opposti all’oppressione straniera sul loro suolo natio. Il gesto tragicamente eroico consegnò Bobby Sands ed i suoi nove seguaci al paradiso degli eroi, in compagnia di quei simboli d’Irlanda che nel corso dei secoli hanno contribuito a costruirne l’epopea. Ma servì anche, concretamente, alla vittoria della volontà umana sul metodo repressivo dell’Inghilterra che credeva già vinta questa battaglia di nervi ma che, in virtù dello stoicismo dei detenuti, vide la fermezza della Thatcher ripiegare e concedere, il 3 ottobre dello stesso anno, lo status di prigionieri politici ai detenuti chiesto mesi prima.

Una pagina di storia che alberga nel cuore di tutti coloro i quali vedono in Bobby Sands e nei suoi camerati un simbolo non solo nazionale, bensì europeo; di quella sacra Europa che è concetto trascendente e indomito di estremo amore per la propria identità.

Una pagina di storia, appunto. Ma fino a che punto è possibile considerarla relegata al passato e quindi irriproducibile oggi? Del resto, la volontà umana, quando l’animo è persuaso a tal punto da intaccare lo spirito, non conosce circostanze temporali e può manifestarsi nei modi più impensabili al contesto storico. La figura di Bobby Sands potrebbe apparire oggi fuori luogo rispetto ad una Belfast che tentano di presentarla agli occhi forestieri come una ridente città universitaria multietnica.

Eppure, come dicevamo, le sue periferie cattoliche sembrano ancora trasudare vivace dissenso verso questo appiattimento di coscienze e perdita del sacro senso di identità patriottica. Accade oggi a Belfast che alcuni episodi sembrano rimandare indietro di ventotto anni le lancette: Colin Duffy, ex prigioniero dell’Ira e fondatore di un gruppo politico, Eirigi, che non riconosce il governo di Belfast, sarebbe stato picchiato dagli agenti e sottoposto a forti pressioni psicologiche, tanto che in cella ha cominciato uno sciopero della fame per protesta, subito imitato da altri dieci militanti finiti dietro le sbarre.Sempre recentemente un altro episodio che conduce la memoria a quegli anni: la direzione del carcere di Maghaberry ha proibito ai detenuti politici repubblicani di indossare gli “easter lillies”, i gigli pasquali della tradizione cattolica che simboleggiano il ricordo dei compagni caduti. Chi l’ha fatto è stato messo in isolamento per 48 ore. Questo, poche settimane dopo gli eventi che hanno creato un pericoloso punto di rottura rispetto agli accordi di pace sottoscritti dai gruppi armati irlandesi e la Gran Bretagna nel 1997. Nel mese di Marzo si sono contati due attentati: il 7, due militari britannici sono morti e altri due sono rimasti feriti in un attentato alla base militare di Massereene, nella Contea di Antrim; e due giorni dopo è stato ucciso un poliziotto a Craigavon, nella Contea di Armagh. A firmare gli attentati, sigle staccatesi dall’IRA in evidente disaccordo rispetto agli accordi di pace del ’97. Ondate di violenza che montano la propria carica nel malcontento soprattutto giovanile tuttora presente in quei margini di realtà sociali, forse nascosti agli occhi dei riflettori dell’opinione pubblica, che non accettano un’omologazione che evidentemente non giova ai loro spiriti ribelli cresciuti nel mito degli eroi del passato. A tali ondate risponde la solita irritante repressione sorda e cinica degli inglesi che non fa altro che gettare benzina sul fuoco rischiando di far degenerare una situazione già precaria. Arresti indiscriminati, perquisizioni violente e spesso immotivate, tempi di fermo che sforano i sette giorni previsti per legge e misure detentive (come raccontato sopra) particolarmente antipatiche e lesive della dignità umana.

Non è oggi dato sapere se quella che Bobby Sands chiamava orgogliosamente nel suo diario dal carcere la “generazione insorta” sia intenzionata a ripresentarsi seriamente sullo scenario della storia per recitare un ruolo da protagonista. Stando a come conclude il comunicato della Continuity IRA in cui rivendica l’omicidio del poliziotto, c’è da pensare che le intenzioni siano alquanto bellicose: «Fin quando ci sarà l’occupazione britannica, questi attacchi continueranno»…
Dal canto nostro, una preghiera per Bobby Sands nella ricorrenza della sua ascesa ai cieli come martire europeo.

Fonte: Associazione Culturale Zenit

25 Aprile

Pubblicato su Libero pensiero il 27 Aprile 2009 da europanazione

lutto

Leoni contro iene

Pubblicato su Attualità il 21 Aprile 2009 da europanazione

tendopoli_pasqua_2

di Angelo Mellone

Fallito il tentativo di offensiva istituzionale appresso ai santorismi vari, ci si poteva aspettare che una qualche vampata di polemica politica entrasse nelle opere di soccorso ai terremotati abruzzesi. E la polemica difatti è arrivata, entrando da una porticina solo apparentemente secondaria, e vedremo il perché.
La Stampa di ieri offriva questo titolo: “No ai volontari in camicia nera”. Avvertenza per i lettori che non hanno letto di prima mano l’articolo: non si tratta di un pezzo sull’arruolamento nella campagna di Etiopia, nella divisione Littorio durante la guerra civile spagnola o nelle file dei cristiano-maroniti al tempo del conflitto libanese, ma di un reportage da Poggio Picenze, paese abruzzese dove i ragazzi di Casa Pound, centro sociale romano “di destra”, hanno piantato le tende per portare aiuti alla popolazione. La destra radicale che fa volontariato appare un controsenso agli occhi del cronista, direbbe il Blasco che «non sta bene non si fa», si esce troppo dal seminato degli stereotipi, e allora bisogna darsi da fare per trovare qualche indignato a puntino del fatto che «militanti in giacca nera» raccolgano e distribuiscano pannolini, cibo e vestiti. Così, fermandosi al titolo, per un brutto gioco ideologico, sembra quasi che se da destra si fa operosità sociale, gli aiuti si trasformano crudelmente nella loro degenerazione, il pane diventa pane nero, il caffè diventa ciofeca, i giocattoli manganelli, le tende alcove, il cioccolato un surrogato autarchico, i vestiti di cotone si fanno di ortica o canna, le razioni prendono la forma di tessere annonarie.
Dal tono del pezzo pare che ci sia un paese in rivolta, o perlomeno a disagio, abbarbicato sullo steccato del conflitto politico per una presenza politicamente poco gradita. Ma sentite cosa dice il vicesindaco di Poggio Picenze, Angelo Taffo, esponente di una lista civica dove convivono centrodestra e centrosinistra, quando gli mostri il servizio: casca dalle nuvole per un racconto «totalmente falso». È tutto l’opposto, dice lui: «I paesani sono tutti entusiasti del lavoro di questi ragazzi, davvero encomiabile, non solo qui ma anche negli altri punti di smistamento che gestiscono. Loro stessi hanno raccolto una quantità enorme di aiuti, e tengono una precisa contabilità dei rifornimenti che aiuta a prevenire i pochi “furbi”. Io non sapevo neanche cosa fosse Casa Pound, sono arrivati e non hanno mai smesso di lavorare. Altro che criticarli, ci sarebbe da dargli la cittadinanza onoraria… ».
Dunque, conviene chiudere qui una questione che odora di frusti retropensieri. È che la porticina della querelle paraideologica si spalanca su un’altra verità. I racconti politicamente unilaterali dell’Italia buona, giusta e tanto progressista, della sola sinistra giovanile e sindacale che si mobilita per la solidarietà, nello stile dell’epopea dell’alluvione fiorentina secondo Marco Tullio Giordana, in Abruzzo non funzionano più, perché tagliano fuori una parte della storia, perché dimenticano una parte preziosa della meglio gioventù che si è rimboccata le maniche tra i detriti, lavorando col sorriso a bocca chiusa, senza cercare la facile pubblicità delle sale stampa.
Dei centri sociali “non conformi” romani, che hanno popolato la Capitale di punti di raccolta col tricolore, c’è anche il Foro 753. Ma al di là di qualche sigla eclatante da sfruttare, per titolo a effetto sghembo, c’è un fenomeno più vasto e più profondo, silenziosamente profondo, di associazionismo e volontariato che nasce a destra ma non porta insegne di partito o militanza. Questo ambiente umano si è mobilitato con una forza inedita che supera di molto per intensità le memorie passate dei camion partiti venti anni fa o poco meno alla volta di Timisoara o della Croazia. Si sono mossi il MoDaVi, Soccorso Sociale e altre associazioni. I volontari sono arrivati immediatamente da tutta Italia, a decine e poi a centinaia, al servizio di un’opera comune, in raccordo con la Protezione civile e la Croce Rossa, e sono stati capaci di raggiungere in un territorio così vasto anche le frazioni più sperdute e i nuclei familiari più isolati nel loro attaccamento alle radici di una vita. Luca Panariello di Perigeo, una solida esperienza nello tsunami thailandese, elenca 230mila litri d’acqua, 50 tonnellate di generi alimentari e prodotti per l’igiene raccolti davanti al Gran Teatro di Roma e portati fin su a San Demetrio, Paganica o Luccoli, cita il protocollo d’intesa siglato col sindaco piddino di Alba Adriatica per rifornire 6.000 sfollati. Emerge un’agilità decisionale che consente di fare un passo più in avanti rispetto alle grandi organizzazioni. Lo racconta, superando un comprensibile pudore, un giovane esponente del Pdl aquilano, Salvatore Santangelo. Punto di raccordo dei volontari sin dalla mattina della tragedia, ha perso la casa, non la passione civile: «Un evento traumatico come un terremoto spezza vita, distrugge esistenze. In compenso ho assistito a uno sprigionamento inconsueto di energie, alla mobilitazione di centinaia di giovanissimi che ci stanno dando una mano incredibile. Adesso sta a noi la sfida di ricostruire riunendo le nuove tecnologie e la nuova urbanistica, come chiede giustamente Berlusconi, con la dimensione identitaria del popolo abruzzese, l’unico tesoro che il terremoto ha lasciato intatto». In assenza di retoriche, agli antipodi delle solidarietà scagliate comodamente a migliaia di chilometri di distanza, questa storia andava raccontata. Solo per un attimo, però. Adesso lasciateli stare, non puntate teleobiettivi e microfoni, sono tornati a lavorare.

Fonte: ilGiornale

L’Europa ha bisogno di una Russia forte

Pubblicato su Libero pensiero il 7 Aprile 2009 da europanazione

nato_02

di Alain de Benoist

Agitare lo spettro di un’altra guerra fredda ripropone schemi ideologici ormai estinti. Il Vecchio Continente deve anzi puntare a un rapporto più stretto con un Paese che è complementare dal punto di vista economico

Mentre ero a Mosca per un corso all’Università Lomonosov, vari docenti mi dicevano di essere stati colpiti dal fatto che Berlusconi fosse più o meno l’unico capo di governo dell’Unione europea simpatizzante con la Russia nella guerra nell’Ossezia del Sud. C’è un’eccezione italiana nello sguardo europeo sulla Russia?

La Russia è sempre stata vittima di stereotipi. Il marchese de Custine, Hegel, Marx e soprattutto Engels, che nel razzismo antirusso precorreva Hitler, l’hanno costantemente rappresentata come Paese «barbaro» e «prigione di popoli». Eppure la sua potenza era temuta. Nel 1918, il sesto dei quattordici punti del presidente Wilson diceva ingenuamente: «La Russia è troppo grande e troppo omogenea, va ridotta all’altipiano della Russia centrale (…). Così avremo davanti un foglio bianco».

In epoca comunista, la divisione fra emigrazione e «dissidenti» di qui, «bolscevichi» e «soviet» di là, quasi inibiva lo studio serio della complessità delle tendenze. Come aveva capito Ernst Niekisch, «la storia del Partito comunista russo si può leggere come eterna lotta fra la tendenza sovranista-nazionale e quella cosmopolita» (Natalia Narochnitskaia). Nel 1945 la fine della Seconda guerra mondiale, decisa a Stalingrado e ancor più a Kursk, segnò la vittoria di Stalin e della Russia. Sebbene sia stata anche quella del comunismo, essa fu innanzitutto vista come vittoria russa dall’immensa maggioranza dei russi stessi. E anche per questo il crollo del sistema sovietico ha potuto esser considerato una pagina nera della storia nazionale della Russia anche da tante vittime della repressione di regime.

Dietro la retorica dominante della Guerra fredda (”mondo libero” contro “blocco orientale”), spesso la denuncia del comunismo camuffava l’ostilità per la Russia, preesistente alla rivoluzione bolscevica e sopravvissuta alla disintegrazione dell’Urss. Per Natalia Narochnitskaia combattere il sovietismo era la finta: la posta in gioco era lo «spazio nella successione geopolitica dello Stato storico russo». L’hanno dimostrato i fatti dopo la caduta del Muro di Berlino.
Nel 1991, Gorbaciov aveva accettato l’integrazione nella Nato della Germania riunificata in cambio della promessa di Washington che l’Alleanza atlantica non si sarebbe estesa oltre le frontiere tedesche. Promessa infranta: la «nuova Europa» (centrale e orientale) è presto divenuta perno d’interessi americani. A dissipare le ultime illusioni sono stati il rifiuto della Nato della zona denuclearizzata dall’Artico al Mar Nero proposta dalla Russia, la denuncia unilaterale statunitense del trattato Abm sui missili balistici, i bombardamenti sulla Serbia della Nato nel 1999, l’appoggio dato dal 2003 alle «rivoluzioni colorate» nell’Europa orientale, lo spiegamento di sistemi antimissile americani in Polonia e nella Repubblica Ceca, l’appoggio dal 2005 alla candidatura della Georgia, dei Paesi baltici e dell’Ucraina all’ingresso nella Nato, il sostegno alla proclamazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo, poi al presidente georgiano Saakashvili nell’invasione dell’Ossezia del Sud da parte delle sue truppe. Per gli americani lo scopo è sempre lo stesso: evincere la Russia dal Baltico, dal Caspio e dal Mar Nero, negarle accesso all’antico spazio mediterraneo e bizantino, spingere sempre più a est i confini della Nato, controllare il Caucaso e dell’Asia centrale e delle risorse energetiche che passano di lì.

Ma il Cremlino ha reagito. Dopo gli anni neri (1991-1998) del periodo Eltsin, la Russia pare orientata risolutamente verso un mondo multipolare. L’intervento di Vladimir Putin alla Conferenza sulla sicurezza (Monaco, febbraio 2008) ha segnato la svolta. Un’altra è stata la fermezza davanti all’aggressione georgiana, la scorsa estate.
Da allora gli Occidentali agitano lo spettro del ritorno alla guerra fredda. Indignati, ripetono la frase di Putin: «La fine dell’Unione Sovietica è la maggiore catastrofe geopolitica del XX secolo». Ma non la citano mai tutta: «La fine dell’Unione Sovietica è la maggiore catastrofe geopolitica del XX secolo. Non ha cuore chi se ne infischia. Non ha cervello chi vuole ricostituirla nello stesso modo di prima» (Komsomolskaia Pravda, 2 febbraio 2000). In realtà non si torna alla guerra fredda (basata su un clima ideologico estinto), tornano linee di forza storiche e geopolitiche tradizionali.

Tentare di contenere, rimuovere o smembrare l’Impero russo è sempre stata la tentazione, spesso messa in pratica, delle potenze occidentali. Ma allora erano le potenze europee, mentre oggi sarebbero soprattutto gli Stati Uniti a giovarsi di sconfitte strategiche russe.

Verso l’Europa spesso i russi provano un senso d’amarezza e umiliazione. Intendono tornare a essere rispettati e considerati. Hanno infatti il diritto d’attendersi dagli europei una politica chiara, non una relazione mediocre appiattita sugli americani. Mentre l’Europa ha bisogno d’una Russia forte, restituita allo status tradizionale di grande potenza e fattore strutturale nei rapporti internazionali, per salvaguardare l’indipendenza e sfuggire a ogni forma di tutela e ingerenza esterna. Il suo interesse politico e geopolitico è diventare il partner più stretto possibile di una Russia della quale è già complementare economicamente e tecnologicamente. Che ora l’Unione Europea paia andare in senso opposto non toglie nulla all’urgenza d’un’intesa neo-bismarckiana con la Russia. L’Europa si svincoli dall’Occidente e guardi a Est. Se declina la Russia, declina l’Europa.

Fonte: ilGiornale.it